Attenti agli umani

di Gianluca Garrapa

Senti, io invece di pazienza non ne ho per niente, quindi se non ti va, puoi chiedere la disdetta del contratto. Dice lei secca e indisponente.
Va bene, dice lui, allora domani parlerò con Nico e cercheremo una soluzione. E ingoia il rospo. Si aspettava che lei lo pregasse di ripensarci. E invece no. A lei non gliene frega nulla. L’affitto al cinque del mese. Il resto non conta. Facciamo finta si chiami Marco, potrebbe anche chiamarsi Sandro o Ettore, non importa. Interessa sapere che non tolleri un paio di cosette del genere umano: la cattiveria, per esempio, e il correlato soggettivo della falsa cortesia. E poi anche la cattiveria come sopruso. Sapessi che malinconia gli viene a Marco, facciamo che si chiami Marco, i pomeriggi d’agosto mentre loro sono al mare. E io resto da solo. Mi ha sentito piangere. Una volta si è arrampicato alla finestra per spiare nel giardino e mi ha visto. Immagino abbia provato un sentimento di rabbia e malinconia insieme. Mi ha sorriso e ha salutato con la mano.
Come un bambino, o come san Francesco.
I suoi occhi, della tizia impaziente e prepotente, sono due macchie nere stupide anche un poco asimmetriche. Suo marito è un tipo alto e pompato, non ha il fisico scolpito dei muratori ma si vede che non ha il sangue al vetriolo di sua moglie. Lei ha trenta anni e i capelli con un ciuffo orribile sulla fronte e lui è un tizio omologato, anonimo. Entrambi covano la cattiveria dietro il sorriso di convenienza. Sua moglie, la mordesse un vampiro, morirebbe il vampiro. Un serpente si avvelenerebbe e una zanzara correrebbe a comprarsi l’Autan.

Giuro che un giorno lo farò. Pensa lui, e lo so bene che lo farà. Forse l’ha già fatto. Stanotte. E l’ha fatto per me.
E poi c’è quest’odore di benzina nella mia stanza, dal bocchettone del condizionatore guasto, dovresti trovare una soluzione, dice Marco.
Lei resta marmo sotto la pioggia. Ripete le uniche parole che sa: Mi fai la disdetta e lasci casa.
E beh! Certo. Prendi un oggetto e lo sposti dove ti pare. Giusto! Per lei noi siamo oggetti, caro Marco, lei ha proprio quello che si dice il pelo sullo stomaco. E grazie al cielo è solo un modo di dire. L’ho vista una volta nuda e se avesse avuto anche la peluria, le avrebbe donato. Essere brutta potrebbe essere l’alibi alla sua stoltezza. Lui, il marito, si depila, ha le braccia gonfie di sostanze. È pomposo nella sua pochezza spirituale. E questa sua aridità interiore è proprio evidente in ogni ruga che non ha. Nella forma di un corpo che non imprigiona nulla, è tutta materia. È tutta carne arrugginita. Insomma, Marco di cambiare casa non ne vuol sapere, non è quello il discorso. E poi, dice, io sono stato corretto fin dall’inizio, pure educato e invece voi nemmeno salutate la gente. Poi hai detto che in casa era tutto nuovo, sì, pure gli scarafaggi sono nuovi, vero? E il calcare del lavandino, che sembra che Michelangelo c’abbia scolpito un lavandino nel calcare per quanto è nuovo, no?
Queste cose assurde le ha detto. Convinto di farla ridere e lei non ha capito un’acca della sua bontà d’animo, dico io: basta guardarlo negli occhi per capire che è del tutto incapace di fare del male a un qualsiasi essere vivente. E pure la sincerità: dice la verità scherzando, non schernendo. Vallo a sapere che non si senta pure in colpa solo per far valere le sue ragioni. Perché lui ha ragione: paga un affitto, dunque pretende una sorta di rispetto e un po’ di collaborazione. E lei, nulla. Un meccanismo anfibio impermeabile anche alla sua stessa puzza sotto il naso, che di puzza sotto al naso ne ha parecchia, perché è sporca dentro, perché, per così dire, se pestasse una cacca, porterebbe fortuna alla cacca. Lui ha il sacrosanto diritto di vivere in pace, e leggere e scrivere tutto il giorno, e poi, l’ultima cosa, la più importante: il portoncino. Il portoncino del vialetto su cui affaccia la sua camera. Un ponte levatoio sembra, una bomba a orologeria. Un meccanismo per la tortura che ti fa schizzare in aria dalla paura smoccolando, anche se non credi in nulla. Ogni volta è la stessa storia. Roba da far saltare i nervi. Un’esplosione, che mi verrebbe voglia, se potessi, di andare lì, prendere la vecchia e maciullarla, pigliarla per capelli e sbatterla contro il legno della porta e farle provare quello che probabilmente proverebbe il legno se avesse uso del linguaggio. La vecchia è una bionda di quasi sessant’anni, giovanile, mamma della tizia marmorea e ottusa dell’affitto, vestita come una signorina. Sì, giovanile. Un’età mentale che si aggira intorno ai quindici anni. Dispettosa, poi. Da sbatterla mille volte contro il muro. È rimasta vedova giovanissima e allora le uniche botte che può aver il piacere di provare e di far sentire, sono queste esplosioni da farti venire l’infarto. E lei che sbatte, sbatte, isterica e somatizza la mancanza prematura del pene operando una sorta di feticismo al contrario. È lei l’exemplum per tutti gli altri condomini indispettiti che fanno esplodere a loro volta le loro bombe-porta. Tutti i condomini, tranne Marco, perché gli dispiace, vallo a sapere se qualcuno sta riposando e poi non è il tipo da fare i dispetti agli altri per avere l’illusione di stare meglio dopo aver scaricato la propria aggressività. Va da sé che quando Marco la pregò gentilmente di chiuderlo il portoncino, invece di farlo deflagrare, anche la giovanile vecchia le rispondesse per le stesse rime della figlia: cambia casa! Al che io le avrei cambiato i connotati oppure l’avrei frustata coi lacci delle scarpe. Non so, per dire. E lui ancora continua a sopportare. Ha una pazienza infinita.

Alla fine, solo per una cosa l’hanno mandato via di casa. Per amore di me, per la nostalgia che provava nel sentirmi guaire mentre loro erano al mare, o mentre erano a cena a qualche metro da me, indifferenti, statici, ottusi a ogni stimolo che non fosse quel dannato buco della bocca. Cattivi, prigionieri della loro atavica supponenza di gente ricca di soldi e proprietà. Possessori dell’effimero. E di nient’altro. Insomma, questa sua pazienza infinita lui l’ha persa del tutto il giorno che andò a farsi stampare una targhetta gialla di alluminio con scritto ATTENTI AGLI UMANI e che una notte ha sostituito a quell’originale ATTENTI AL CANE sul lato destro del portoncino, quello che tutti i giorni esplodeva.

Annunci

2 Responses to Attenti agli umani

  1. Canallegri says:

    Con “mani slavate” applaudo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: