La via del gatto

di Luca Lampariello

Ogni mattina, dalla finestra di camera, Giorgio vedeva un gatto tigrato fermo sul ciglio della strada. Il gatto se ne stava lì, tutto raccolto, lo sguardo puntato in alto. Si osservavano. Poi il gatto andava via. Era diventato un appuntamento quotidiano con un certo valore. A Giorgio piaceva l’idea di svegliarsi e trovare il gatto. In quella ripetizione privata si sentiva un po’ sognante.
Un paio d’anni prima che la figlia si trasferisse a Roma per l’università, mentre era impegnato in una battuta di caccia con gli amici, Giorgio trovò un cucciolo di cinghiale accanto a una quercia. L’animale si confondeva, quasi, con il tappeto di foglie secche. Richiamò l’attenzione degli altri, e insieme lo portarono nel piccolo borgo dove abitavano. Decisero di metterlo dentro un recinto dietro le stalle, in una porzione di terreno all’interno di un boschetto di lecci. Nelle prime settimane quel cucciolo con il pelo marrone a strisce chiare non faceva che ricevere visite. I bambini correvano a vederlo e a dargli da mangiare non appena potevano.
– E cosa ne farete? – gli domandò Federica, la figlia, a cena, gli occhi piccoli dietro gli occhiali che lo stavano già biasimando.
– Non so. Per adesso lo terremo lì.
– Già… – si preparò lei, storcendo con sarcasmo naso e bocca. Giorgio prevedeva dove sarebbe andata a finire quella discussione. – Come se tu e io non sapessimo che quando quel cinghiale sarà grande ve lo mangerete.
Con la moglie che rimaneva in silenzio, e che poi lo accusava di non riuscire a gestire i malumori di Federica, Giorgio, di solito, terminava le sue serate. Ora, però, sul tardi e con il favore del clima mite di inizio primavera, usciva con la scusa di fumarsi una sigaretta e andava al recinto dietro le stalle, a salutare il cinghiale in privato. Aspettava che l’animale si muovesse schiacciando qualche foglia. Cercava di individuarlo, anche se era buio. Gli allungava un pezzo di pane che si era portato da casa, o qualcos’altro, e se ne stava per un po’ a osservarlo.
Dopo qualche mese fu necessario ingrandire il recinto. Il cinghiale aveva bisogno di più spazio: stava crescendo e aveva formato due belle zanne curve verso l’alto. Riceveva sempre un discreto numero di visite, anche se l’interesse nei suoi confronti stava scemando.
Solo Giorgio manteneva una certa costanza nell’andare a trovarlo di sera. Aveva maturato la segreta convinzione che il cinghiale nel recinto e il gatto tigrato della mattina fossero collegati in qualche modo, portatori di un messaggio che lui ancora non riusciva a decifrare. Il gatto poi, non apparteneva a nessuno del posto. Era un randagio che chissà come aveva sviluppato quell’abitudine mattutina. L’attesa degli incontri segreti con i due animali permetteva a Giorgio di non dover sopportare il peso dei pensieri che da qualche tempo l’assillavano mentre era a lavoro. La sensazione di qualcosa di sfocato che opprimeva ai bordi l’immagine di qualunque cosa appartenesse alla sua vita. C’era, e lo tormentava e non se ne andava.
Il cinghiale, dopo due anni, venne liberato. Per legge non lo si poteva più tenere nel recinto. Fu Giorgio ad aprire la rete nel punto in cui il boschetto confinava con un campo d’erba alta e il terreno scendeva verso il ruscello. Quando tornò, qualche ora dopo, il cinghiale non c’era più.
La moglie e la figlia andarono una settimana a Roma, per vedere qualche casa. Federica era un po’ più tranquilla, adesso che aveva la prospettiva di trasferirsi e cominciare la vita universitaria lontana da casa. Era fermamente convinta che sarebbe entrata in politica, un giorno, e che sarebbe riuscita a far abolire la caccia. D’altronde era quello che andava ripetendo da quando era bambina, e Giorgio aveva imparato ad ascoltare quel proclama con tenerezza e amara distanza.
Di sabato, poco prima dell’alba, Giorgio si preparò la colazione e uscì per raggiungere i compagni di caccia. Si radunarono in un bosco nelle vicinanze e liberarono i cani. Sapeva che c’era la possibilità di imbattersi nel suo cinghiale, ma riuscì a tenere quel pensiero sott’acqua nella sua mente, in nome di una pigrizia che permetteva il normale corso delle cose, senza preoccupazioni, rischi, stravolgimenti. Era un cacciatore, si divertiva ad andare a caccia con gli amici, e questa cosa non è che potesse o dovesse convivere con il fatto di essersi affezionato al cinghiale, o di essere influenzato dalle parole della figlia, semplicemente ci conviveva, e tanto bastava. Sentiva i cani correre nel bosco, abbaiare. Sentiva l’odore della terra e delle foglie e dell’umido. Vedeva il giorno farsi tra gli alberi. Ascoltava gli amici fare battute. Andò male, quel giorno. Mentre erano di ritorno, camminando accanto al ruscello, si sentì la canizza. Uno degli uomini che si era staccato dal gruppo richiamò l’attenzione degli altri. Proprio in mezzo all’erba alta spuntava il profilo di un cinghiale. Giorgio lo riconobbe. Che ci faceva lì? A pochi metri dal suo vecchio recinto, perché non scappava? I cani gli ringhiavano contro ma il cinghiale non si muoveva. Alzò il muso. Evidentemente non percepiva il pericolo che aveva di fronte. Aveva confuso quella zona con uno spazio protetto.
– Giorgio, ma non è il tuo cinghiale, quello? – gli domandò uno del gruppo.
Giorgio non disse nulla, ma affondò qualche passo in mezzo all’erba che gli arrivava alla vita, in direzione del cinghiale.
– Fermo, cretino! Dove vai?
Si girò a guardare gli altri. Gli facevano cenno di scansarsi. Uno di loro venne avanti.
– Stiamo cacciando il cinghiale, no?
– Tiragli! – urlarono da dietro.
Giorgio vide la punta del fucile che si alzava e si concentrò su quella. Al terzo colpo il cinghiale era morto. Così vicino e così facile.
Federica li chiamava e veniva a trovarli di rado, ora che si era trasferita. Giorgio e sua moglie si chiusero in un tranquillo silenzio. Così i pranzi, le cene, e la notte prima di addormentarsi. Una mattina, poco dopo l’alba, Giorgio si alzò prima del previsto e andò alla finestra. Il gatto tigrato era al suo posto e lo stava guardando. Infilò la giacca sopra il pigiama e calzò gli stivali di gomma. Uscì fuori. L’erba ai bordi della strada era cristallizzata dalla brina. C’era il fischio lontano del vento e il cielo coperto, con un messaggio di neve all’interno. Il gatto si mosse e si avviò lungo la strada, verso il punto in cui finiva il borgo e cominciava il sentiero sterrato pieno di buche nelle quali, di notte e se era molto freddo, l’acqua si congelava e formava specchi deformi di ghiaccio. Giorgio seguì il gatto e così scomparve.

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