Il Ponte dei Cani Suicidi – #TUS3

Overtoun bridgeSul nostro blog il martedì è il giorno dedicato ai testi del reading Torino Una Sega 3. Presentiamo dunque il brano di Matteo Pascoletti (tratto dal prologo a un lavoro che, come dice lui, “se va bene uscirà postumo”). Oltre al Ponte dei Cani Suicidi Matteo ha letto un brano da Palace of The End (Neo. Edizioni) di Judith Thompson.

In Scozia, un giorno, un cane s’ammazzò.
Era il Ventesimo secolo, l’uomo considerava il suicidio una propria esclusiva: se anche gli animali erano capaci di gesti autodistruttivi, l’atto cosciente e ragionato era loro impossibile, così come il dilemma morale. Tuttavia queste nozioni non aiutavano a indagare la morte di quel cane: chi si avvicinava all’accaduto finiva per alimentare una nebbia di miti e teorie che si fece presto densa coltre; tra i vapori, l’uomo smanioso di verità riusciva comunque a scorgere alcuni fatti di rilievo.
Il cane si uccise nei pressi di Milton, distretto di Glasgow. Nelle verdi lande della zona si trovava Overtoun House, una villa campestre edificata nel Diciannovesimo secolo: architettura gotica, edera avvinta alle mura e rigogliosa vegetazione che si estendeva all’orizzonte. Overtoun House si raggiungeva passando per l’omonimo ponte, che sovrastava il fiume vicino alla villa nel punto in cui questo compiva balzi a cascata.
A uccidere il cane fu un volo di quindici metri dal ponte. Non fu l’unico esemplare a gettarsi, ma era difficile quantificare i casi e l’arco di tempo in cui avvennero i suicidi: all’inizio nessuno sentì il bisogno di statistiche ufficiali. Tra le dicerie più in voga, una contava duecento cani tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio del nuovo millenio. Quali fossero i numeri, il luogo divenne noto come Ponte dei Cani Suicidi.
La domanda cui nessuno sapeva rispondere acquistò la forza suggestiva dell’enigma: perché i cani si uccidevano? Non si avevano notizie di casi analoghi in altre parti del mondo, mentre gli uomini, per gettarsi da altezze elevate, non erano costretti a recarsi a nord di Glasgow. Eppure i cani si uccidevano soltanto da quel ponte.
La soluzione era già offerta all’uomo, ma bisognò aspettare i primi anni del Ventunesimo secolo perché fosse evidente. In quel periodo fu trasmesso il documentario di un esperto di psicologia animale che mise insieme le informazioni necessarie per diradare la nebbia: tra la fauna che popolava le vicinanze del ponte c’erano scoiattoli, visoni e topi; le secrezioni prodotte dai visoni durante il periodo dell’accoppiamento avevano un odore irresistibile per alcune razze canine; uno dei tratti distintivi del canis lupus familiaris era la difficoltà nel percepire le altezze.
Il documentario rivelò che, attratti dagli odori, limitati nello sguardo e nell’udito dal parapetto, e perciò spinti a orientarsi con l’olfatto, i cani si lanciavano ignari del volo fatale; non si trattava di suicidio, ma di errore percettivo.

Il Ponte dei Cani Suicidi era un congegno creato da un artefice invisibile, che in diversi momenti aveva allestito ora un ingranaggio, ora un altro, interessato esclusivamente all’efficenza di ogni singolo elemento. Li voleva puliti e lucidi, resistenti all’usura del tempo, regolari nei movimenti. E così era stato. L’uomo che aveva ideato il ponte, Henry Milner, se anche avesse conosciuto l’effetto che le secrezioni dei visoni producevano sui cani, non ne avrebbe tenuto conto, perché nel Diciannovesimo secolo, in Scozia, non c’erano visoni. E chi li importò in Europa dall’America, negli anni Venti del Novecento, non aveva avuto ragioni per interessarsi al ponte di Overtoun, perché i visoni furono importati per l’allevamento da pelliccia. E se dagli anni Cinquanta i visoni iniziarono a riprodursi nelle campagne, sarebbe stato eccessivo reputare gli allevatori responsabili per i cani suicidi. Se un cane, fuggito al padrone, mordeva qualcuno, il padrone ne era indirettamente responsabile; se invece qualcuno finiva giù da un ponte nel tentativo di catturare il cane, non aveva senso prendersela col padrone.
Ogni singola decisione si era incastrata con le altre, ignara delle conseguenze e priva di responsabilità: che colpa si poteva dare a una ruota dentata o a una puleggia? Di fronte all’eccezionalità dell’opera non restava che contemplare ammutoliti; se invece si fosse pensato allo scopo, l’unica conclusione era che l’artefice, oltre che invisibile, fosse demente. Forse fu questa intuizione che spinse molti uomini allo scetticismo sulla tesi del documentario. In fondo, dicevano, quella dei visoni è solo la spiegazione più plausibile, ma non spiega davvero ogni cosa.
Che si gettasse o meno la croce sulle spalle dell’artefice invisibile e demente, che si credesse al documentario o si preferisse il conforto dei miti, restavano ancora domande inevase: perché, dopo i primi suicidi, nessuno aveva modificato il parapetto per impedire che i cani saltassero? Perché nessuno era mai intervenuto, ad esempio mettendo un cartello che sconsigliasse di lasciare i cani liberi di scorrazzare sul ponte? Perché si erano lasciati esposti al pericolo?

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