Durga

L’Oiseau de ciel, Magritte

di Domenico Caringella

Quando ero bambino, per non pensare a mio padre e a mia madre, per non soccombere al fatto di essere loro figlio finendo per accettarlo come una colpa o un obbligo o peggio uno scherzo, mi misi alla ricerca di un filtro, una parete. Li trovai prima sulla scacchiera di mio nonno e dopo per strada, nel campo dietro alla segheria di Ecclesall che io e Clarence fingevamo fosse l’Hillsborough Stadium.
Se mi guardo indietro, e dentro, quelle due cose, gli scacchi e il calcio, sono le uniche cose belle che mi rimangono del bambino che ero e che non sono più. Ma forse mi illudo soltanto che ci sia ancora qualcosa, tant’è che informarmi dei caffè frequentati dagli scacchisti e visitare lo stadio di ogni città in cui arrivo clandestino e maligno e allegro, ormai non è che un vezzo, un gesto riflesso, stile e nulla più. Deve essere proprio così, perché oggi lasciare Parc Astrid mentre il primo tempo non è ancora morto, non mi pesa in alcun modo. L’assoluta assenza di passione non ha niente a che fare con l’Anderlecht, che è ormai una copia sbiadita di quello di un tempo; e nemmeno con il fatto che Bruxelles mi vede per un rendez-vous a cui non posso mancare, dato che l’appuntamento l’ho programmato per domani notte direttamente a villa Vanderbilt, una casa che conosco palmo a palmo senza mai esserci stato prima. Ma voglio un acconto, anche se esiguo, insufficiente. So che potrò averlo dove mi sto dirigendo.
E allora cammino piano, respiro, mi faccio piacere quello che calpesto e mi scorre davanti. Quando arrivo è comunque ancora presto, me lo dice l’orologio e il sole di giugno che non vuole saperne di andare via. In genere mi interessano le quotazioni più che le opere; ma non è importante perché non è per i quadri o per i bunker di due o tre galleristi privati di mia conoscenza a cui potrei piazzarne uno senza problemi, che sono all’inaugurazione del museo. È solo per rivedere lei senza aspettare domani, che sono qui. E per la mancanza, e i suoi occhi che non ho mai dimenticato.
Passeggio per le sale e ciò che guardo davvero non è quello che custodiscono le teche e le pareti, ma le facce. E la gente non si accorge di me, come sempre. Risultare anonimi favorisce l’invisibilità, questo ho imparato.
Quando la incontro, un’ora dopo, lei è davanti all’Oiseau de ciel. La contessa Vanderbilt sembra incantata. Io le sono di fianco, e sono incantato anche io, e orgoglioso, al solo pensiero di quanto sia prossima Durga, “colei che difficilmente si può avvicinare”.
L’opera del maestro è del ’66. Durga invece non ha tempo, non ha età. E appartiene a tanti luoghi diversi: a Golconda che ha visto i suoi occhi aprirsi alla luce; a Hyderabad da dove è partito il suo viaggio; a Rotterdam dove occhi stanchi e mani precise l’hanno fatta diventare quello che è ora e che appare; alle mie mani, per tutto il tempo in cui è stata mia.
Aspetto di incontrare i suoi occhi per perdermi. Verdi. E il cerchio purpureo più piccolo, in mezzo ai due, a fare da terzo. È passato tanto tempo. Prima di separarmene, una sera fresca che si sforzava inutilmente di sembrare uguale a ogni altra, rammento di averla fissata senza sorridere; e senza piangere, sia ben inteso. Con dolore, ecco come l’avevo guardata, e con l’amarezza e la vergogna di chi perde qualcuno perché lo lascia uscire e non perché glielo strappano via. Con rimorso, ma senza darlo a vedere.
Non è più mia e mai più lo sarebbe stata, penso subito, adesso. Immediatamente intervengo per contraddirmi (sono un maestro dell’autoconfutazione, pratica che mi ha salvato moltissime volte e molte altre mi ha lasciato sperduto in strade divenute improvvisamente sconosciute). Ma che l’avrei ripresa l’avevo deciso già il giorno stesso in cui aveva preso un’altra strada, questa è la verità. So anche che riaverla non avrebbe alcun senso, perché certamente la farò andare via di nuovo, me la venderò alla prima offerta valida, perché riesco ad essere una miserabile puttana e sono avido e non mi voglio poi così bene dopotutto. Eppure non resisterò e domani notte Durga produrrà un piccolo e amabile fosso sul cuscino accanto al mio.
Quando la contessa si volta per parlare con un vecchio dandy che l’ha raggiunta e l’ha presa per un braccio con la decisione e la gentilezza di un confidente, è di fronte a me finalmente. Ammiro di nuovo le sue forme perfette plasmate da un dio, il viso, il busto, il seno e il sorriso che sembrano davvero scolpiti da Siva, da Indra, Chandra e Brahma. E suoi occhi con il terzo più piccolo in mezzo, sulla fronte liscia. Il dandy sorride. Mi guarda senza interesse. Sono un semplice visitatore e non ha occhi che per lei. Anzi per loro. Perché prima di accompagnare con un gesto plateale e studiato la donna nella sala accanto alla nostra si arresta, non riesce a non farsi rapire da Durga, dalla dea modellata nell’oro massiccio che pende appena sotto la gola della contessa – che domani notte dovrò tagliare in silenzio – e dai due favolosi diamanti verdi che le fanno da occhi con il rubino al centro.
A presto, sussurro.

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