Faggiosecco

di Sergio Peter

Per via che è disceso uno straluscio da lassù, maledetto il cielo, s’è spezzato il faggio secco che l’altranno feci mio, dopo quell’asta insoluta del comune, un’occasione da non perdere aveva detto la mamma, guarda che vendono un faggio secco a Logone, non fartelo sfuggire, ascoltami, è un investimento per il nostro futuro, c’è in gioco la nostra rivalsa, l’aggiudicazione seguirà a favore del concorrente che presenterà l’offerta migliore.
Fu così che all’incanto numero tre presso la sala comunale deserta, con l’abbassamento della base d’asta da centocinquanta a cinquanta euro, me lo procurai a settanta (visto che un addetto del catasto rilanciò l‘offerta minima senz’alcuna possibilità di ribattere, se non al rialzo, avendo egli intuito la mia radicale volontà di cambiamento interiore a causa dei miei salti), e conquistai quello che poi insieme alla mamma e al fratello ribattezzammo la nostra possibilità di rivalsa.
Si dirà che possibilità di rivalsa giace in un faggio secco, si obietterà che utilità può mai risiedere in esso nell’ottica di una rivalsa, quale miglioria e che fiducia in un faggio secco come quello che così sbadatamente il comune vende all’asta?, una volta accertato che in località Logone esiste un faggio secco, appurato che tale faggio oramai secco deve essere abbattuto per dare spazio alla vicina vegetazione, ritenuto di procedere alla vendita dello stesso, è bandita asta pubblica, scrivono quelli del comune, che cosa mai si può trarre da un faggio secco a Logone?
In primo luogo, io avevo allora delle idee, in quel momento in cui spesi i miei unici averi investendoli nel faggio, delle intuizioni relative al faggio secco, di assoluta originalità, nove progetti già disegnati con tanto di calcoli e tabelle e grafici precisissimi con il gesso sulla pietra di cui sono proprietario nella mia tenuta presso i Poltrini di Erba; io avevo allora sulla pietra previsto attentamente le mie percentuali di guadagno e avevo lì stabilito che tutta la mia intera vita sarebbe da quel giorno in poi cambiata in meglio; e poi, in secondo luogo, c’era pure la mamma che m’assicurava, e m’incitava col sorriso a proposito, lì nei Poltrini mesciando la polenta, mi diceva delle sicure possibilità di rivincita sugli altri, su quelli che nel faggio non vedono niente, non notano le strade future che apre sicuramente, e che sono nascoste in un faggio secco ben gestito. Non noti lungo le venature, diceva la mamma, non leggi le linee striate di rosso?, leggile diceva, lì c’è la nostra possibilità di rivalsa, quelle scritte in corsivo sono le cose indispensabili per la nostra prossima esistenza.
È certo necessaria un’adeguata preparazione mentale, e un’oculatezza specifica riguardante il paesaggio che circonda, e per così dire abbraccia, il faggio acquistato. Infatti il faggio secco non va considerato come scisso dalla natura circostante, benché secco – come invece fanno gli impiegati del municipio che pensano che non possano coesistere faggio e vicina vegetazione, che si debbano porre per così dire agli antipodi – poiché in qualsiasi caso il faggio sta lì, e chiunque, chi passa, può vederlo con i suoi occhi, sta lì in un punto ben visibile, si può anche toccare, ed è impossibile, quasi decapitandolo, parlarne come fosse solo. O come con un troncamento ontologico dire che il faggio secco oramai è morto, perché non è proprio così, finché lui giace e si staglia lì fermo nel prato, siamo comunque suoi sottomessi in qualche modo, nessuno escluso. È anche lui, il faggio secco, vegetazione. La sua vita visuale continua certamente, finché noi lo guardiamo. Tutto questo io dicevo al fratello.
Ed è così che subito dopo l’acquisto vantaggioso mi prostrai al mio amato e nuovo grande faggio secco, lì inginocciato con le calze blu, come lui m’aveva detto, pensavo a tutte le possibilità di rivalsa insite nella cosa. Io sapevo tutto del paesaggio dattorno: che il cielo è azzurro, finchè non vengono le nuvole, che le bestie brucano, per togliersi la fame dalla pancia, che gli umani si tuffano nelle pozze, non appena fuori fa caldo.
Perciò in primis io dissi noi di certo non lo taglieremo, non ci atterremo a nessuna disciplina della tornitura, come invece abbiamo promesso a quelli del comune con la firma, ora che il faggio è nostro, dissi alla mamma, dobbiamo fare tutto quello che serve per il nostro recupero sul piano dell’esistenza, la nostra rivalsa sostanziale nel comune. Tipo levigarne la corteccia e ottenere il profilo del papà: il naso, le labbra, le sopracciglia pelose, la barba, uso il coltellino, facile; o trarne materia prima per una bella catapulta, magari dare sfogo alla sua anima di grande falò liberatorio. Tutto, tutto possiamo. Noi quel faggio secco si può scagliarlo contro i nemici che ostacolano la nostra rivalsa, farne dei tappi per tappare la bocca alla gente che ci denigra. O dei trampoli per scappare lontano da loro. Tutto questo io avevo pensato lì inginocciato colla mamma, prostrato all’anziana maestria del faggio secco.
Ma oggi sono disperato, semplicemente senza speranze, perché è disceso lo straluscio di lassù, lo straluscio è disceso, ed ha ucciso veramente il faggio secco, ha privato della base il faggio secco, delle radici profonde, così io la mamma e il fratello siamo rimasti col faggiosecco completamente distrutto, solo un ammasso di schegge nere e pezzi di roba bruciata e fumante, e una frattura proprio in mezzo, netta e triste; se si guarda quel paesaggio adesso, resta solo lo sciucco nero, lo scheletro del faggiosecco, ma devi andarci vicino per capirlo, e quasi calpestarlo, inciamparci e pensare profondamente, per ricordarti del passato faggiosecco e della nostra possibilità di rivalsa in lui insita.
Dove sei ora faggiosecco?, dove sei finito gaffiosecco, gaffiosecco t’aspettiamo… io la mamma e il fratello ci eravamo ripromessi, tu ti ricordi?, dopo la delibera del comune, l’ultima delibera su di te, quante possibilità di rivalsa, avevamo tanti progetti e idee…
Dico le preghiere colla mamma, siamo fiduciosi in un tuo ritorno improvviso tra di noi ed in una nuova promettente fioritura, noi lo speriamo gaffiosecco, tu ci senti gaffiosecco là sotto sepolto come in sonno?, tu ci senti? Io t’avevo disegnato le orecchie, intagliato, e scavato a fondo per farti sentire, gaffiosecco, nei giorni nuovi della nostra convivenza ai Poltrini.
Ma la mamma stamane arriva dice, vede che piango nei Poltrini, dice guarda che vendono uno straluscio per beneficienza stasera, ci sono i canestri in chiesa stasera, io subito rispondo vado, investo tutti i nostri ulteriori risparmi, miei, del fratello, della mamma, e tutte le cose buone derivateci dai lucenti giorni di vita del gaffiosecco, come lo sguardo, le larghe vedute presempio, le impressioni vastissime presempio, e poi vado, vado camminando e penso a staltranno, sì staltranno come staremo bene col nostro straluscio che potrà tutto, che sarà giallo improvviso e luccicherà, che scalderà i paralumi per scherzo, il nostro straluscio io lo richiedo ora, in forma scritta, busta chiusa, pagamento forfettario immediato in contanti, per beneficenza alla chiesa del mondo, so di vincere, visto che anche lui ci desidera, lo straluscio, e quella volta era solo un segnale, quella volta ch’aveva mostrato che poteva anche ammazzare i gaffisecchi, un‘energia ineguagliabile sebbene momentanea, divina, una cosa che io ho potuto vedere con i miei occhi, come ha conciato da sbatter via il gaffiosecco, era tutto come un teatro per noi, come per vantarsi, attirare l’attenzione, ora capisco, ti perdono mio straluscio, ma vieni da me adesso; allora entro nella navata centrale, segno della croce, vespri, canestri e lo compro, cinque euro senza rialzi ed ecco lo straluscio finalmente, arriva, ma lo straluscio m’ammazza sul colpo, lì, in chiesa, come fulminato, a terra.

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