Il gioco di Tanaka

di Domenico Caringella

Il gioco è una cosa seria. Non la vita” (Akikazu Ando)

L’unica cosa che riescono a ricordarsi i miei occhi è il disco rosso fuoco disegnato sulla carlinga bianca dell’uccello a motore che mi ha precipitato dal paradiso di cielo e nuvole dove volavo, all’inferno buio in cui vivo adesso da un tempo che non riesco più a definire, a misurare, un Tartaro arido e silenzioso che nasconde ancora il suo vero supplizio. Perché so che l’indice della mano sinistra che una lama dal filo perfetto accorcia un centimetro al termine di ognuna delle mie sconfitte con l’uomo che tutti chiamano Tanaka, è solo una preparazione a quello che mi attenderà dopo; forse è misericordia allora, non crudeltà.
Anche Durga la dea, il gioiello che ho rubato nel sangue e gli smeraldi meravigliosi che sono i suoi occhi, i tesori che pensavo di venire a vendere al migliore offerente e non a restituire a chi ne era il vero proprietario, sono ormai una foto sfocata, senza contorni né volto.
Il disco rosso. Il resto è stato paura, dolore, e ora è il dito, solo il primo forse, che si consuma come una candela e il campo di gioco che nell’oscurità riesco a intuire meglio ogni volta.
È premura di Tanaka mentre la sfida è in atto, preannunciare nella mia lingua con voce secca e calda i suoi fendenti, di comunicarmi in silenzio la sua strategia lineare e a voce alta la tattica, gli spostamenti e le armi che sta utilizzando.
All’inizio mi sono illuso che alla base di tutto ci fossero delle regole imperative per entrambi, un codice condiviso, e che in caso di vittoria la posta in palio – insieme alla luce – potesse essere la libertà, pagata con i pezzi di carne strappati al mio corpo e con la paura. Questo mi ha condotto, quasi costretto, a impegnarmi, a produrre energia e a concentrarla in una sola direzione, a sopportare il tormento, a sperare.
Invece, sconfitta dopo sconfitta ho compreso che del gioco che stiamo portando avanti adesso, Tanaka è un interprete mediocre e senza passione e che di questo egli è ben consapevole, così come sapeva certamente in anticipo della mia perizia, della mia superiorità; per lui si tratta di una scelta pianificata, il prologo della storia che ha pensato scena dopo scena, la prima delle gemme che incastonerà nella corona di cui si cingerà il capo quando non ci sarò più. Tanaka è un signore della guerra, sa che l’esito di una battaglia può non avere alcun peso e non deve distrarre dall’obiettivo finale. Appartiene a un popolo preciso, armonioso e asimmetrico, e che riconosce la via.
Per colmare e superare il divario tra la mia abilità e la sua tecnica approssimativa mi ha trasformato in un cieco, in uno strano pipistrello, perché io sono costretto a giocare incappucciato, al buio e a rimanerci sempre, anche nei tempi morti, nelle pause tra uno scontro e quello successivo; mi trovo a dover immaginare tutto, a visualizzare il campo nella mente, a pensare solo alla griglia e ai suoi mutamenti continui, a calcolare, a tradurre in fotogrammi le parole con cui Tanaka mi avverte di quello che sta per fare o di quello che ha appena fatto.
In una contaminazione di epoche e di terre, in luogo di quelli comuni per il gioco, Tanaka utilizza termini eretici – Shogun, Mikado, Daimyō, Samurai, Castello, Ronin e altri – che ormai hanno finito per sostituire anche per me quelli tradizionali, come se apprendessi una nuova lingua.
Il mio aguzzino, il mio maestro di cerimonie, loda sinceramente e con soddisfazione ognuno dei miei progressi, ognuna delle mosse che lo mettono in difficoltà e che mi avvicinano sempre di più a lui.
Sa (so) che arriverà il momento in cui il cieco lo farà capitolare. Allora manterrà la promessa che gli ridarà la vista. Ma non la salvezza. Gli toglierà il cappuccio, che so nero, solo per guardarlo negli occhi e iniziare un altro gioco, diverso dagli scacchi, molto più difficile, definitivo, di cui nessuno conosce le regole e i segreti bene quanto lui.

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