Melassa

the-blob-eats-a-jockdi Simone Ghelli

C’è questa melassa che si spande su tutto, che dalle ore dell’inedia contamina anche il restante giorno.
Mi sento che dovrei spremermi, schizzarmi fuori dal fallimento.
Mi sento che non respiro, certe volte. Che ho un peso qui, qualcosa che schiaccia, che preme al centro.
Una volta m’è preso anche al cinema, una volta che andavo lì per fare recensioni. Dopo qualche anno non ne potevo più. Non volevo diventare come quella gente lì, come certi che si alzavano dalla poltroncina per salutare tutti, per fare larghi sorrisi.
Mi mancava l’aria.
E poi scrivere per forza, recensire, mettersi a fare l’autopsia del film. Non mi faceva mica più sentire felice, quella roba lì. Ho preferito guardare e basta, senza metterci una firma, dire che ero stato a quel festival o a quell’altro.
Mi sentivo senz’aria, col dolby surround e la moquette.
La melassa già strisciava, come Blob. Infettava come The Thing, ma non era from the other world. Era di questo mondo, del nostro tempo. Oggi si trova ovunque, avvolge come ragnatela: The Mist.
In effetti, la passione per il genere horror è arrivata in quegli anni lì. Anni flessibili, in cui guardarsi alle spalle. Ne ho visti talmente tanti, di film così, che il mio occhio si è fatto insensibile, anestetizzato. Ormai potete sfruttarmi quanto volete, come vi pare: mica sento più niente. La melassa ormai mi protegge, una pellicola avvolta al corpo che rimbalza le sensazioni: Rabid.
Però non ho niente di malefico, anzi. Al contrario, il mio problema è la bontà. Sono uno di quei personaggi che muoiono nella prima mezz’ora, che fanno quelle cose che non dovrebbero fare, che poi ci parlo, provo a gridargli di non andare, di non aprire quella porta, ma niente. La melassa gli ha intasato le orecchie. Vivono come in una bolla. Galleggiano.
Ecco, in tutti questi anni mi sento come se avessi galleggiato, come se avessi fatto il morto. Una specie di zombie. Che poi non mi sono mai stati tanto simpatici, quelli, anche se erano contro il capitalismo. Però avanzare a quel modo, con gli occhi sbarrati e certi mugugni che neanche i cani, non so. Preferirei essere il protagonista di Christine, la macchina infernale, essere almeno posseduto da qualche forza.
È che non crediamo più in niente. Conta soltanto la melassa, la grande colla che ci lega tutti quanti, anche qui in rete, dove non facciamo che parlarne. Almeno fossero gli alieni, con un raggio invisibile dentro la testa. Se potessi partire sulla loro astronave, mi schizzerei fuori da questo universo. Il primo Alien, in fondo, non era neanche malaccio. Forse sarebbero addirittura buoni come i bozzoli di Cocoon dentro alla piscina. Spero soltanto di non dover attendere di diventare vecchio come Ben, Arthur e Joe per scoprirlo.

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