That’s (im)possible

In anteprima assoluta, vi proponiamo un estratto dalla nuova Molecola pubblicata da CaratteriMobili, That’s (im)possibile di Cristò Chiapparino, da sabato 23 nelle migliori librerie. Buona lettura.

Io, invece, non ho mai usato trucchetti di quel tipo. Non mi trovo a mio agio. Insomma penso che se uno vuole comprare davvero una macchina la comprerà, il mio compito è rassicurarlo, fargli capire che è capitato nel posto giusto, che non ci saranno problemi.
Insomma il cliente non vuole sapere che c’è una garanzia di due, tre o quattro anni. Lui vuole essere sicuro che non dovrà usarla quella garanzia, che non dovrà prendersi un giorno di permesso da lavoro per portare la macchina dal meccanico.
Insomma c’è chi studia i manuali di comunicazione per fare questo lavoro di merda, c’è chi è convinto di saper interpretare il linguaggio del corpo del cliente, c’è chi dice che imitare il cliente sia il modo più sicuro di metterlo a suo agio.
Per esempio, non è proprio lo stesso, ma un amico di William che lavora nel campo delle vendite porta a porta ha sviluppato un metodo che sembra infallibile, a quanto dice William, almeno. Insomma lui suona il campanello e appena il padrone di casa apre la porta, lo guarda dritto negli occhi e gli dice: «Si ricorda?». Crea un diversivo, insomma, qualcosa che gli dia il tempo di aprire la cartellina e cominciare a introdurre la sua proposta commerciale.
Io, invece, detesto il momento di approccio iniziale, quando dall’ufficio vedo che c’è una coppia che guarda una macchina e parlotta. Vorrei lasciarli nella loro intimità, insomma, vorrei che fossero loro a venire da me con un semplice: «La compriamo». Invece devo avvicinarmi e dire qualcosa tipo «Bella, vero?» oppure «Vi starete chiedendo perché costa così poco!». Vorrei davvero poterlo evitare, perché da quel momento in poi comincia un teatrino in cui io faccio la parte di quello di cui ci si può fidare, il maschio della coppietta fa la parte di quello che si vorrebbe tanto poter fidare e la donna della coppietta fa la parte di quella che non si fida e tenta in tutti i modi di fartelo capire.
È una cosa che detesto.
Franca, mia moglie insomma, dice che dovrei vendere più macchine, che dovrei trovare un mio stile. Dice così: che dovrei trovare un mio stile. La verità è che vorrebbe più soldi tra le mani, una casa più grande. Tutte le volte che entriamo in macchina dice che la macchina peggiore del salone ce la siamo presa noi, che dovremmo cambiarla, che cade a pezzi e consuma troppo. Io, insomma, è una cosa che mi dà fastidio perché, insomma, non si parla mai male della macchina dentro la macchina. Lo so, è una fesseria ma, ecco, è il mio stile. Sì, è il mio stile. Ce l’ho uno stile, è solo che lei non lo vede affatto. Anzi, io sono sicuro che per lei lo stile è solo una questione di soldi. Infatti prima odiava abitare in questa città, diceva che era troppo in provincia, che la vita vera è da un’altra parte, poi quando sui giornali locali è venuto fuori che l’ideatore della lotteria (com’è che si chiamava lui? Bruno… non aveva un cognome di queste parti), insomma, quando è venuto fuori che lui è nato in campagna a dieci chilometri da qua, improvvisamente lei ha cominciato a dire che da nessuna parte si vive bene come in provincia, che vuole passare il resto della sua vita in questa città, basterebbe farsi una villa un po’ fuori, dove comincia la campagna, se solo avessimo i soldi. È stato sufficiente che il nome di questa città di merda venisse pronunciata durante la trasmissione per trasformare questo posto, ai suoi occhi, nel miglior posto del mondo. Figuriamoci cosa farebbe con tutti quei soldi in mano.
Ma del resto le donne, è la loro professione.
Giocava tutte le settimane e teneva il numero segreto, non l’ha mai detto a nessuno. Giocava sempre lo stesso numero. Io invece lo cambiavo ogni settimana. Però giocavo sempre un numero più alto di un milione. Non so perché, ma mi sembrava più facile che uscisse, più probabile insomma. E poi si poteva giocare qualsiasi numero, perché giocare un numero basso? Tanto valeva sparare alto. Una volta ho giocato un numero più alto di centomilioni di miliardi.
In fondo era divertente.

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