L’asino che vola

di Francesca Fiorletta

La sopravvalutazione del lavoro culturale è, nei nostri anni, la mistificazione di un’idea della cultura, la cultura che il potere e i suoi amministratori considerano uno sfogo assai utile alla perpetuazione del dominio, al governo senza rischio delle persone e delle cose perché essa produce la supinità (e stupidità) dei sudditi.
Le “tribù” di chi pretende “creare” arte o cultura o di chi è sollecitato a fruirne – per esempio “la tribù dei lettori” – sono un aspetto essenziale del conformismo di questi anni, opportunamente manipolato. Non si tratta dunque, per noi, oggi, di ri-valutare il lavoro non intellettuale (ammesso che ne esista uno!) quanto di ri-valutare l’intelligenza degli individui e dei gruppi, chiamandoli a pensare e ad agire, nei fatti, per la liberazione propria e di tutti.

Così Goffredo Fofi conclude l’intervento introduttivo al breve saggio critico di August Strindberg “Sopravvalutazione del lavoro culturale”, edito l’anno scorso dalle Edizioni dell’asino.
Perché torna costantemente in auge il tema dell’intellettualità?
Già solo in queste poche righe emergono alcuni punti nodali:

1) cultura e potere.
Sarebbe bello trasformare la congiunzione in voce del verbo, ma sembra che ancora, nonostante le beneamate lotte – con o senza “quartierini” di sorta – il processo di nientificazione dell’elemento ontologico culturale sia ben lungi dall’estinguersi.
Non si finisce più di riempirsi l’ugola con l’appiattimento del gusto dominante, senza porre alcun discrimine però nel sostenere tanto le preziose biblioteche storiche quanto i caffè letterari modaioli, tanto le minuscole case editrici improvvisate quanto le realtà autoprodotte che agiscono sulla base di un rigoroso progetto.
Il risultato è che si continua tutti a viaggiare sull’orlo del baratro, faticando mortalmente per arrivare non più a fine mese ma proprio a fine giornata. L’organizzazione, pure in nuce meritevole, di reading e campagne di sensibilizzazione (spesso affiliativo-affettiva prima che realmente economica) in favore degli autentici sprazzi di lucidità culturale che la “società di massa” tenderebbe a fagocitare, si distinguono ormai difficilmente, purtroppo, dalla sconfortante scena dell’aujourd’hui, s’il vous plait, lasciateli divertire!
A cosa conduce tutto ciò? Dove sono le autorità quando si tratta di ovviare alla chiusura di uno spazio di lettura e condivisione pubblica del sapere, ad esempio? Le autorità, e solo se ripetutamente sollecitate, tutt’al più “patrocinano”, con la solita tecnica: mettere il cappello, la marca da bollo sugli eventi nati indipendenti, per mostrarsi sensibili al tema e sperare in un voto in più alle future elezioni (condominiali?), salvo poi archiviare la pratica, a parata terminata.
In questo sì, Roma Caput Mundi. Eccoci pronti, allora, al passetto successivo:

2) le conventicole
Sembrerebbe un problema di poco conto, dacché in ogni tempo e in ogni settore si è protratta l’abitudine esclusiva del proprio particulare, eppure il risultato, in perfetta controtendenza rispetto agl’inni dell’intelletto, è presto riassunto: siamo tutti coltivatori direttissimi, schivi e refrattari alle novità e alle intercettazioni di campo, tutti tesi a contenderci un tozzetto privato di web quotidiano, o così almeno sembrerebbe. Gruppi di scrittori settorializzati per anagrafe, gruppi di studiosi anatomisti della monografia.
Quanto male fanno queste viete catene all’ormai insano “lavoro intellettuale”? Sarebbe anche semplice rompere gli argini delle trincee, ma le motivazioni del lucchetto paiono fin troppo palesi: en plain air, il prodotto culturale è chiamato a sostenere un livello realmente adeguato alla pluralità, e cioè eticamente e fattivamente elevato, costretto a misurarsi con dei target di più ampio margine e respiro, per così dire oggettivabili.
La scusa della famigghia tiene bene al riparo dall’immenso potere ostativo, quello sì, dato spesso dalla scarsa qualità di parole, opere o missioni che circolano oggi sempre, ovunque e dappertutto. È più comodo spacciare il misero riscontro di pubblico e critica per monocularismo da ghetto, per chiacchiericcio svilente o per cieca presa di posizione, piuttosto che ammettere una sconfitta bruciante sul piano più intimo della vanità.
Donde, la pretesa distinzione fra l’autore mainstream e l’autore di ricerca, per non parlare del versante critico! Ormai appurato che, esclusi i salotti bene di tv e radio nazionali, le recensioni non smuovono di un chiodo la tabella di marcia delle vendite editoriali, la militanza sembra oggi, in queste condizioni schizofreniche di esplosione e diffrazione di piani e ruoli, non solo impraticabile, ma addirittura una prassi da rifuggire, quasi fosse la peste bubbonica: per carità confondere i gusti, sovrapporre i canali, gli orinatoi in plexiglass e quelli di cristallo!
Ecco spiegato allora l’inevitabile spostamento dell’asse di interesse, e qui c’è il sugo, mi pare:

3) “la tribù dei lettori”
Ancora è preferibile lamentarsi dell’assenza di un pubblico, piuttosto che analizzare il problema dall’interno. Eppure non mi sembra che il primo compito di uno scrittore, di un critico, persino di un promotore culturale sia quello di convincere il maggior numero di persone a occuparsi di arte e letteratura, o a partecipare ai dibattiti voyeuristici degli “addetti ai lavori” sui blog e sulle testate deputate! Non è possibile, invece, che il pubblico extra conventicolare sia giustamente disinteressato alle diatribe naif dei presunti intellettuali moderni? Che un lettore, anche non necessariamente esperto, sappia riconoscere o quantomeno subodorare tanto il pregio di un’opera(zione) artistica quanto la sua inenarrabile strategia della fuffa?

La professionalità è quella che cerchiamo tutti, e ci lamentiamo a gran voce di non essere retribuiti (e/o di non esserlo abbastanza) per le articolesse al vetriolo, per la plaquette poetica di bassa tiratura, per la presentazione completa d’intervista all’autore patinato, ma siamo davvero sicuri di saperci interrogare con serietà sulla fondatezza delle nostre operazioni culturali?
Se la risposta a questa domanda, pure apparentemente semplice, è sì, trovo inutile indugiare sul termine“sopravvalutazione”. Se la risposta è ancora no, possiamo ricominciare a leggere Strindberg.

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