Improvviso

di Zeno Cavalla

Ormai le prove erano inconfutabili.
Bastava che Adele provasse a ripensare alla sua vita, che cadeva preda di una sonnolenza irresistibile. Appena arrivava a dirsi “oddio, non di nuovo”, ecco che già dormiva come un sasso. Spesso sognava proprio di essere una statua di pietra, semisepolta in mezzo a un giardino: un posto qualunque, in cui la gente giocava a pallone o si andava a ubriacare all’ombra di un sambuco. Talvolta era grande, enorme, lei cosi magra e felice di esserlo, sproporzionata come la rovina di un tempio cambogiano. Una statua nuda sdraiata prona sulla terra, talmente grande che la gente attorno era troppo vicina per riconoscere le fattezze di una donna. Alberelli, muschio e arbusti la coprivano in parte e le coppiette si infrattavano a far l’amore tra una e l’altra delle sue dita, o dove la fessura che separava le natiche arrivava quasi a congiungersi col suo sesso; ma era una statua e non c’era nessuno spazio tra le sue gambe, le quali formavano un blocco unico. La cosa più strana era quando le capitava di ripensare alla sua vita, si addormentava, e quindi sognava di essere una statua che ripensava alla sua vita: allora le sembrava che gli episodi della sua infanzia non fossero un inventario di oggetti familiari e nemmeno un laccio che le stringeva la gola, quanto piuttosto una materia ostica e difficile che un professore pedante si ostinava a spiegarle.
Tutta la sua vita era diventata strana e inutilizzabile. Ricordava tutto ciò che doveva sapere, ma non poteva lasciarsi andare a pensieri malinconici o cercare di rivivere le passate emozioni senza che la testa le finisse col ciondolare in avanti, gli oggetti le cadessero dalle mani e lei si ritrovasse che aveva passato mezz’ora appisolata sulla scrivania o magari su un sedile della metro, giunta ormai al capolinea.
Aveva anche pensato di farsi vedere da uno specialista, ma aveva soprasseduto. Il fatto era che avrebbe dovuto a breve laurearsi in medicina e puntava a entrare in specialità a neurologia. Ci erano voluti anni per arrivare a questo obiettivo. I sacrifici che aveva dovuto compiere erano innumerevoli, per non parlare dei costi che erano stati sostenuti dalla sua famiglia. E se ora la voce fosse girata? E se avessero giudicato che non era abbastanza stabile, posata ed equilibrata per fare quel lavoro? Poteva essere un periodo di narcolessia temporaneo, dopotutto: poteva non essere nulla di grave. Era però certa che la commissione non se la sarebbe sentita di rischiare. Avrebbero trovato una scusa per farla fuori, valutato in peggio la sua prova, qualcun altro avrebbe preso il suo posto e lei sarebbe finita a fare, chi lo sa, magari il medico di base, o qualche altra specialità meno impegnativa in cui, tra l’altro, si ha anche molto più tempo per pensare ai casi propri. La sola idea di indossare il camice per studiare qualcosa di diverso dal cervello umano le pareva qualcosa di triste e asessuato. La spaventava al punto che chiamava il suo ragazzo e lo pregava di andarla a trovare di corsa. Quando questi arrivava, la trovava nuda sul letto, bisognosa di contatto fisico, silenziosa. Lui capiva che qualcosa non andava, ma non faceva troppe domande.
“Quando sarà il momento parlerai”, le diceva, “mi basta che mi assicuri che non ci sia di mezzo un corno”.
Decisa a tenere nascoste le proprie difficoltà, Adele andò nel panico quando, a una festa, qualcuno propose di giocare a “non ho mai”. Il concetto del gioco è che ognuno, al proprio turno, dice qualcosa che non ha mai fatto e tutti coloro che invece hanno provato devono bere un bicchiere di vino. Evitare di crollare addormentata sarebbe stato impossibile. Subito pensò di mentire su tutto. Concentrandosi sul dire il falso, avrebbe evitato di pensare alla realtà e tradirsi. Ma come fare con le amiche che la conoscevano troppo bene e non vedevano l’ora di smascherarla? Adele non ebbe il tempo di rifletterci che si stava già giocando. Con diversi aperitivi in corpo non aveva avuto il riflesso di fingere un malore e andare a casa. Ma con sua enorme sorpresa scoprì che era più facile del previsto. Inventare di continuo nuove storie per spiegare come e perché avesse mentito in passato alle amiche, dimostrare che il tale episodio non era mai avvenuto era semplicissimo: era, anzi, un esercizio di intelligenza piacevole e liberatorio. Le pareva di cantare circondata dagli applausi. Era incredibile fino a che punto era più intelligente di tutti gli altri e quanto questa sensazione di dominio fosse piacevole. Non ricordava nemmeno più perché stesse comportandosi così. Quando giunse a casa del suo ragazzo, decisamente ubriaca, il pensiero che lei, così acuta, fosse scopata senza riguardi, con una mano sul collo a schiacciarle la testa contro il materasso, la eccitò terribilmente. Subito dopo, però, gli occhi le si inumidirono.
“Sai, Carlo, mi viene in mente quella volta che feci il bagno nuda nel mare…”, e crollò addormentata. Siccome era ubriaca, Carlo non ci fece caso. La tenne abbracciata e poi si assopì anche lui, sentendosi un grande amatore, pensando a quando a nuotare nudo nel mare era stato lui e Adele era entrata in acqua timida e imbarazzata.
I mesi passavano e Adele scopriva che il suo problema era piuttosto semplice da gestire. Anzi, le venne il dubbio che non fosse solo suo. Si trattava magari di un disturbo diffuso, ma tanto agevole da superare che nessuno ricorreva al medico e, per questo, era sconosciuto alla letteratura specialistica. Si fasciava nel suo camice bianco, sfogliava i suoi libri di carta lucida dai bordi taglienti, giocherellava con l’orologio russo dal quadrante di ventiquattr’ore che suo padre le aveva regalato “perché per un medico sarà difficile distinguere la notte dal giorno”, e tutti questi gesti le sembravano di buon auspicio, come se un minuzioso meccanismo la stesse portando lì, dentro l’ospedale, in una posizione importante della gerarchia sociale, a prendere decisioni cruciali per la vita di tante persone. Era qualcosa a cui lasciarsi andare e al quale immaginava fossero in tanti ad abbandonarsi. In questo modo combatteva lo stress. Qualcuno mormorava che avesse concesso dei favori al professore in cambio della garanzia di un posto, tanto si mostrava sicura di vincere.
Fu così che, quando non si presentò al concorso, tutti restarono sbalorditi. La trovarono a casa, serenamente addormentata. Non volle parlare con nessuno di quanto accaduto. Il suo ragazzo, che faceva il pizzaiolo e con le parole non era tanto bravo, non sapeva cosa dire quando finalmente lei accettò di aprirgli la porta. Si baciarono. E poi? Che fare? Si misero in terrazzo, al sole. Carlo si accese e consumò quattro o cinque sigarette, sperando che Adele parlasse per prima. Quindi si rassegnò.
“Continui a non fumare?”.
“No, non voglio ricominciare”.
“Dovresti. Si intonerebbe col tuo nuovo personaggio. Sai, la ragazza cinica e tutto il resto”.
“Io non… chi ha detto che sono cinica?”.
“Scusa. Non volevo offenderti”.
“Non posso fumare. Dev’essere stato la sera del mio compleanno… sono incinta”.
Carlo la guardò, ma Adele si era già addormentata. Aspettò che si svegliasse. Ci mise molte ore a farsi raccontare tutta la vicenda della sua strana narcolessia, visto che continuava ad assopirsi. Quando Adele ebbe finito, Carlo non pareva preoccupato.
“Be’, hai nove mesi per dormire. La tua storia, intanto, te la racconto io”.

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