Lucian – #TUS3

Orietta BertiGenti di tutta Italia, oggi presentiamo Lucian, il testo che Gregorio Magini ha letto al reading Torino Una Sega 3, insieme a Disturbi neurotipici negli psichiatri (di Anonima Pisana).

La vecchia è demente. Io ti lascio aperto, tu entri tranquillo fai quello che vuoi prendi quello che vuoi. Prendi i gioielli. Se chiede tu dici, sono Camillo, sono Marcello. Camillo è il figlio. Uomo triste. Marcello forse cugino, si è sparato. Poi vieni da me. Potremmo finire per sposarci.
L’ombra delle inferriate stirata sul letto. In mezzo, in cima, un fagotto di coperte; ne strisciavano, uguali a due radici grigie, le mani della vecchia. Sopra nel buio un succhiare di saliva, un’esalazione fetida e mugoli come chi annuisce al telefono.
Punti focali: cassettiera, due comodini, armadio e sotto il letto. Il ventre diceva, vai da Maria. La testa, prendi i gioielli e vattene. Tutti e due, stai attento alla vecchia. Nel villaggio dove era nato non c’erano vecchi. Niente vecchi, e niente chiese. C’era una stanza di legno con un biliardo, mosche e birre. C’era un unto sopra a tutte le cose, sopra le pannocchie e l’erba, e un autobus due volte al giorno, che sferragliava in direzione di Ploiești poco più veloce del cane zoppo che lo inseguiva.
Provò la torcia dentro la giacca. Decise l’ordine più efficiente: cassetti, armadio, sotto il letto, comodino lontano, comodino vicino. Il primo cassetto dall’alto vuoto. Secondo cassetto una lampadina e dei chiodi. Terzo cassetto fogli, elastici, buste trasparenti con pacchi di fogli, bollette, lettere, una scatoletta di velluto, dentro l’anello di un portachiavi. Secondo livello. Quarto cassetto, chiuso a chiave. Con il temperino al primo tentativo scattò. La spiaggia dove avevo visto il niente, seduto su quei sassi fatti di polvere, i licheni gialli che si nutrivano di sabbia, nel mio cuore la disperazione di quando il mare non va da nessuna parte e il mio cervello che sputava, diceva che cosa ti aspettavi.
Finché la barca va tu lasciala andare.
Il quinto cassetto conteneva due scatole. Nella prima le cose per cucire. Raspò nel buio e poi mise là la mano in controluce per contare gli aghi infilati. Il cielo di un paese straniero, il vento stupido del Mar Nero e le rotte delle petroliere al confine del mondo, le mutande delle italiane ruzzolate dal vento, impigliate negli sterpi, le loro risate di latta che promettevano qualcos’altro o forse solo qualcosa.
Ogni giorno prego che mi lasci morire.
Nella scatola rossa i gioielli. Due collane di perle, dei brillanti, un orologio d’oro, a un’occhiata non si arriva a mille euro, ci dev’essere di più. Fece posto per la scatola sul piano della cassettiera spingendo le cornici delle foto dei morti e si accorse che la vecchia prima si era messa a cantare e poi aveva smesso di cantare e piagnucolava.
Non ce la faccio. Aiuto. Non respiro. Aiutatemi.
Non ti agitare mamma.
Chi c’è! Camillo, sei tu?
Sono io mamma.
Nel sesto cassetto c’era un mucchio di fazzoletti per il naso, quali spessi, quali fini, e un miasma di lavanda inacidita. Frugò, un sacchettino, tastò, guardò: lavanda.
Accompagnavo mio padre con il carretto da un paese all’altro e lui non faceva altro che dire, quando sarai grande, beveva quell’acquavite dal fiasco e parlava delle donne, passando sotto le querce polverose o circondati dai girasole, e quello che avrei fatto con loro da grande e sembrava che le donne lo avessero deluso perché non avevano mantenuto la promessa di farlo felice.
Camillo, hai fatto i compiti?
Non vado più a scuola, mamma. Adesso lavoro.
Che lavoro fai adesso?
Sempre lo stesso mamma.
L’ultimo livello in fondo era un cassetto unico. C’era qualcosa a contrasto, uscì a strappi rugliando. Lenzuoli e copriletto pressati, esplosero come fossero stati sottovuoto e Lucian imprecò.
Tu non sei Camillo.
Mamma. Cosa dici.
C’eri anche la settimana scorsa ma non stavi al comò. Stavi alla finestra. Mica dentro, fuori. E mi guardavi. Tu e tuo fratello. Ingrato. Mi avete fatto spavento. Ringrazio il cielo che la povera mamma stava seduta proprio qui accanto a me.
Ormai ci vedeva bene anche senza torcia, girò intorno al letto per raggiungere l’armadio. La vecchia non era distesa ma inastata su strati di cuscini. Cercò la faccia che però terminava in oscuro. Biascicava e gemeva come se avesse due, tre bocche.
Hai fatto i compiti?
Ti ho detto che lavoro mamma.
Che lavoro fai?
L’ingegnere mamma.
Come Marcello! Bravo il mio pupino. Ho telefonato a Gina per gli auguri di compleanno. Novantasette anni. Disgraziata. Non cammina più è gran tempo, prego Dio che la faccia crepare nel sonno come il povero babbo. Sissignore.
Si mise a piangere.
Poverina, il marito la picchiava tanto. Vedessi che schiaffoni. Infame. È morto di tumore a quarantasette anni. No, a cinquantasette anni.
Aprì l’armadio solo per scrupolo, ma ci trovò una stola di martora o di visone e la lanciò sul cassettone.
Poi la notte ci sono i cani.
Quali cani mamma?
Quei cani. In branchi. Escono dai boschi perché sono affamati e si buttano tutti dentro dalla finestra. Come piangono! Tutti ammassati intorno al letto, la mia povera mamma ha detto, il parroco non è venuto e la casa non è benedetta. Giocoforza entrano i cani. Lo sappiamo perché non è venuto: quella prostituta non lo ha fatto entrare. Gli uomini la notte però, quelli sì li fa entrare. La pagano diciassette lire.
Nel comodino le medicine. Sotto il letto qualcosa che sembrava una borsa appesa.
Poi i cani si gettano sotto le coperte, mi mordono i piedi e mi lasciano tutta insanguinata. Non è vita questa. Se avessi forza mi butterei dalla finestra come il povero Marcello. Che galante, che signore era tuo zio, tutte le volte che veniva a casa mi portava un fiore. Per la più bella della famiglia. Tua zia Loriana era gelosa e mi tirava i calci. Ma non è mica colpa mia se è racchia. Fanno ventisette anni a giugno che è morta. Oggi quanto ne abbiamo?
È l’undici di ottobre mamma.
Una borsa, appesa a una struttura di metallo.
Parlami d’amore Mariù, tutta la mia vita sei tu, gli occhi tuoi belli brillano, fiamme di sogno scintillano.
Finché un giorno a mezzo di un discorso al padre gli esplose qualcosa nella testa, si interruppe, gli cadde il fiasco e il cavallo si fermò. Lo guardai negli occhi ed erano stregati come se vedesse un incendio. Poi si spensero e rotolò giù.
Disincastrò l’oggetto, era di plastica, non una borsa, si trovò le mani bagnate, era un pappagallo. Le puntò la torcia sul muso. Mamma dove sono i soldi? Gli occhi bianchi lacrimosi. Le mise le mani sul petto e strinse, la veste si aprì e la vecchia si mostrò nuda e per Lucian era la cosa più orribile che avesse mai visto. La vecchia si immobilizzò.
Il cavallo non volle saperne di rimettersi in cammino. Lucian corse a casa tagliando per i campi e si presentò una figura di fango. Quello che disse, non lo ricorda.
Vediamo Lucian. Brillanti settanta l’uno. Orologio trecento. Collane quattrocento. Fede ottanta. Stoletta trenta euro. Vediamo. Chiudi tutto, metti a posto la scatola rossa, metti a posto la pelliccia, metti tutto a posto e vai.
Aveva visto il silenzio. Il mondo senza suono che è il silenzio, il dolore che è la donna che si getta sulla strada con la veste aperta, il silenzio di un villaggio dove è morto un contadino e la campana non suona perché non c’è.
La vecchia gridò: signorina mi aiuti, sto soffocando.
Maria si affacciò alla porta, in sottoveste di pizzo, scalza. Lucian. Cosa stai facendo. Vieni qui. Sentì la fronte della vecchia, la rassettò e aggiustò le coperte. Che fai? Vieni in camera mia. Quando non sarai più così tonto sarai un uomo e io non ti voglio più. La vecchia già di nuovo barbugliava. Vieni. Ci penso io domani, a mettere a posto. La seguì e cercava una scusa per non spogliarsi e non dover confessare che era per quella cosa che aveva visto.

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