Grammatica finlandese

[Il racconto di Paolo Zardi che segue è stato scritto raccogliendo la sfida lanciata da Ilaria Vajngerl nel suo blog Il Pesce Volante. Buona lettura]

Da giorni il sospetto aveva iniziato a scavare i suoi lunghi cunicoli nel cuore di lei, il doloroso, insopportabile sospetto che lui non l’amasse più: si nutriva della reticenza della voce, e soprattutto degli abbracci – una pressione meno convinta, la durata impercettibilmente più breve (le unità di misura dell’amore sono il millisecondo, e il microbar; è solo quando le cose vanno per il verso giusto, che si tara sull’ampiezza del secolo, e dei gigapascal). Per questo sospetto, teme che la cenetta al McDrive di un McDonald poco fuori Melzo sia solo il pretesto per mettere la parola fine alla loro relazione; il corpo, invece, lo sa per certo, perché trema per un freddo che solo lui riesce a percepire in questa tardo pomeriggio di giugno. Hanno ordinato due menù Crispy McBacon, e l’abitacolo della Palio di lui – la Palio di suo padre, a dire il vero, quei due metri quadrati che hanno visto nascere il loro amore – è una bolla spazio temporale impregnata dal tanfo animale degli hamburger. Lui guarda avanti, come se stesse guidando, e mastica con una nervosa determinazione; lei smozzica il pane con una bocca che non ne vuole sapere di aprirsi. In due non fanno quarant’anni. Un camionista di passaggio, guardando dentro alla loro macchina, li ha scambiati per fratelli.
Tra un boccone e l’altro, lui cerca le parole giuste per spiegarle quello che lei ha già intuito; ma per quanto si sforzi, non le trova. L’amore è poesia, è profusione di metafore, è altezze vertiginose; l’abbandono, invece, striscia noioso come un atto notarile che certifica la cessione di un ramo d’azienda, o la messa in liquidazione di una società che non fa più utili da tempo. Lui parte da molto lontano: l’infanzia, l’inevitabile presenza di una madre apprensiva, e la severità del padre, e i fratelli rivali nel gioco. Letteratura dei primi del novecento, insomma. Lei, estrapolando, calcola che serviranno come minimo altri due BigMac per arrivare alla fine. La fine. Nella più ottimistica delle previsioni, tra meno di un’ora lui l’accompagnerà a casa, la saluterà con uno sguardo dispiaciuto, rammaricato e impaziente, contando i secondi che le serviranno per decidersi a uscire dalla macchina, riaccenderà la Palio, e partendo – lei ne è sicura – tirerà un sospiro di sollievo. Libero. E lei rimarrà davanti al portone di casa mentre lo vedrà partire, e poi sei piani di scale a piedi, mezzo gradino alla volta, sua madre che le chiederà cosa è successo, e lei che dirà niente e poi la camera chiusa, lo stereo a un volume moderatamente alto, e i suoi genitori che, sottovoce, si consulteranno davanti alla sua porta. Ho diciannove anni, sono cose che succedono, dirà loro per tranquillizzarli. Dentro, però, sentirà un dolore che non aveva mai immaginato potesse essere così grande, così adulto, così simile alla vecchiaia.
Le parole giuste non arrivano ancora. Mentre ai margini del parcheggio una coppia di donne nere spinge un carrello pieno di vestiti, lui sembra voler cercare un peccato originale nell’inizio della loro storia: era stato appena lasciato, e forse non era ancora pronto, e quindi… Quindi? E quindi, forse – tutti quei forse, come a voler alleggerire la colpa di quell’atto crudele – sarebbe opportuno che, nell’ottica di… Il parabrezza proietta il riflesso delle loro gambe e delle mani di lei strette attorno al panino appena iniziato, su uno sfondo di alberi. C’è una piccola foresta, sul lato meridionale del parcheggio, come se qualcuno si fosse dimenticato di radere al suolo il ridicolo avanzo del mondo di una volta; un muro compatto di pini, come in certe foto della Finlandia che uno zio le aveva fatto vedere. Quel cielo così ampio, quel verde così scuro. Lui ha finito le patatine, e in un attimo di distrazione gliene ruba una delle sue, con un’intimità che presto sarà solo un ricordo. Se lei diventasse improvvisamente finlandese, le parole di lui, che stanno diventando sempre più accurate e coraggiose, non significherebbero nulla: lo vedrebbe articolare suoni con la bocca piena, e potrebbe evitare di subire le conseguenze del loro significato. Nell’ottica, dicevo, di consentirci… Di consentirti, vorrebbe dirgli: non ci sarà più un noi. Le tue esigenze non sono le mie; o se lo sono state – perché in fondo i dubbi presentano sempre una certa simmetria – ora che mi lasci non me le potrò più permettere. Non vorrò più avere la mia libertà.
Poi, a due bocconi dalla fine, un’accelerazione: non ammette che c’è un’altra – non arriva a tanto – ma fa intendere che… Lei ricorda quando suo padre le raccontava di come si erano estinti i dinosauri, e pensa all’effetto che farebbe un meteorite che centrasse la Palio, il parcheggio, e le vasche per la frittura delle patatine nelle cucine del McDonald, proprio nell’istante in cui lui sta iniziando la frase “non ti amo più”. La fine di un’era, l’inizio della supremazia dei roditori. I grandi momenti nella storia del mondo. Ma la scossa di quell’amore finito, e l’onda anomala di lacrime e rabbia, non saranno registrate da nessun sismografo. Una perturbazione su scala microscopica – lo spazio di quella macchina impregnata di olio fritto.
Ma proprio quando lui sta per dire le parole fatali, si ferma di colpo. Non respira più. Sbarra gli occhi, e indica, con terrore, la propria bocca. Non entra e non esce aria. Si colpisce il petto, e la guarda – per la prima volta nell’ultima ora, la guarda come la guardava il giorno in cui si erano baciati, come se le loro vite fossero legate tra loro – implorando un colpo sulla schiena. Ha la pelle del viso chiara, quasi bianca. Lei lo fissa, e non sa che fare. Vorrebbe salvarlo, ma qualcosa la trattiene – uno scrupolo, un istinto di sopravvivenza. Poi lui ha un fremito, tossisce fuori qualcosa, e riprende a respirare. È sconvolto. Inspira come se fosse appena nato. Potevo morire, le dice con una voce strozzata. Si gira verso di lei, e ripete potevo morire. Gli manca un dente davanti, un incisivo. Lei lo nota.
“Era finto?”
“Cosa?”
“Il tuo dente davanti. È con quello che ti stavi soffocando?”
Lui sigilla le labbra e diventa rosso. Un carnefice smascherato. L’umanità di quel buco in mezzo alla bocca gli toglie metà dei suoi super-poteri.
Poi lui riprende a parlare, cercando di finire quel discorso preparato con tanta cura, ma usa una lingua ormai incomprensibile; lei guarda il bosco davanti, mangiando il Crispy McBacon con la bocca spalancata, e avverte l’inaspettata leggerezza della libertà che un dente posticcio le ha regalato. Il sole sta tramontando alla sua destra. Altre donne nere spingono i loro carrelli, avanti e indietro, impegnate nella gigantesca migrazione del mondo verso l’emisfero boreale. Dal muro compatto dei pini esce una specie di scoiattolo, che si guarda intorno, fiuta l’aria e poi torna dentro saltellando. Presto, si dice finendo il panino, tornerà la felicità.

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