Paralumi

di Natan Mondin

«Non ho letto il Piccolo Principe».
«Nemmeno io».
«E allora cosa significa il tatuaggio? »
«Nulla. La pelle è noiosa. Ti sei mai soffermato su quanto siano sexy le cicatrici? Ti sei mai chiesto perché? Ho visto il disegno, me ne sono innamorata e l’ho voluto fare».
«E fra tutte le parti del corpo proprio l’avambraccio?»
Bruno fa girare velocemente le pagine del libro, un’ edizione economica.
«È importante che tu scelga un disegno, quello che più ti piace, poi il libro puoi anche bruciarlo. Per me».
«Non me ne piace nessuno».
I disegni sono in bianco e nero.
«Allora scegline uno a caso».
«Questo». Bruno ferma il vortice di pagine e punta il dito sulla volpe.
Irma lo spinge sul bordo del letto, lo fa inciampare sulla sponda. Bruno si abbandona, chiude gli occhi e sente che gli sta sbottonando la camicia. Le dita di Irma scivolano fra l’asola e la pelle. Una rosa, sotto la campana di vetro. Gli diventa duro, poi l’erezione si spegne. Apre gli occhi e scopre che aveva immaginato giusto. Gli sta legando i polsi alla testiera del letto. Bruno odia quei giochetti.
«Piantala, così non mi piace».
«Non hai capito» risponde lei, e ancora vestita si alza mentre lui è il marlin sulla barca di Santiago. Irma apre un cassetto senza maniglie: minimalismo svedese da centro commerciale. Lui non prova un fastidio simile da quando gli hanno fatto il test per la tubercolosi. L’estate fra la quarta e la quinta elementare l’aveva trascorsa a Jesolo, alla colonia dei salesiani. C’era la fila davanti al telefono a gettoni, tutti volevano chiamare casa. Lui no, lui non chiamava perché sapeva che non avrebbe risposto nessuno. Lui osservava chi spostava il peso da un piede all’altro, chi scuoteva il bussolotto in plastica appeso al collo intonando motivetti della réclame, chi si fregava le mani, chi annodava i lacci delle scarpe. Bambini.
La mattina si faceva il bagno, il pomeriggio c’erano le gare; i preti organizzavano una specie di olimpiade. Nella corsa a ostacoli era arrivato secondo, mancava un amen per arrivare primo, ma una scheggia di conchiglia gli si era conficcata fra alluce e melluce.
Anni dopo contava le macchine, una mattina di primavera. Irma lo aveva distratto, quella mattina mentre se ne stava seduto su una panchina a censire le macchine bloccate sulla statale. Una giornata di sciopero dei mezzi. L’umidità spariva sbiancando il colore dei vialetti, il parco aveva cambiato faccia. I cani lasciavano qualche impronta sulla terra battuta. Due labrador si inculavano e le padrone chiacchieravano di ricette. Lei lo guardava dal ponte che collegava due sponde opposte della città; periferia con estrema periferia. Alberi che in centro si nascondono dietro ai parapetti di attici e superattici. Irma fissava Bruno e i piccioni facevano colazione beccando grano dalle mani di una vecchia cinese. La stessa vecchia cinese che per un’ora, prima che loro arrivassero, aveva snocciolato un rosario di esercizi di tai chi chuan.
«La sai quella della coppia di sposini cinesi? » aveva detto Bruno a Irma.
«No».
«Impossibile che tu non l’abbia mai sentita». Avrebbe fatto una pausa, dieci minuti, tre corsie, tre macchine al minuto, in tutto nove al minuto, avrebbe barrato novanta caselle.
«Te lo giuro, non conosco nessuna barzelletta sugli sposini cinesi».
«Beh, ci sono questi due che dopo la cerimonia, la limousine, le foto in Duomo, il banchetto, si trovano in camera da letto. Prima notte. Lei vergine, lui pure, ma lei non lo sa. La cinese si nasconde tutta nuda sotto le coperte. Il cinese in piedi si spoglia. Poi si sdraia di fianco a lei e inizia a rassicurarla: “Non ti pleoccupale cala, lo so pel te plima volta. Non ti pleoccupale, falò tutto tu vuoi, mi plendelò cula di te, chiedi e io esaudilò tutti i tuoi desideli. Dimmi, cosa vuoi?” Le dice tutto serio, cercando di impressionarla. Silenzio. Lui si avvicina eccitato. La cinese allora bisbiglia: “Vollei quello ho sentito da altle lagazze. Numelo 69.” Altro silenzio, alla fine il cinese fra l’imbarazzato e il perplesso: “Vuoi il pollo alle mandolle con gelmogli di bambù?”»
Lui è Bruno, mi salverà, pensa Irma. Il primo stava per morire, nella pizzeria nessuno aveva visto nulla. Il padrone in chiusura si era accorto che un cliente non aveva pagato, era il cliente con un tatuaggio vistoso fra il gomito e il polso; sgranando il solito rosario di insulti dedicati agli italiani ladri era andato in bagno e lo aveva ritrovato lì, al posto del tatuaggio c’era un lago rosso che tracimava sul pavimento. Non aveva pagato e aveva imbrattato tutte le mattonelle. L’egiziano non aveva fatto pipì e aveva chiamato il 113, poi si era fatto il segno della croce perché era sì egiziano, ma copto.
Il secondo era svenuto dal dolore non appena la lama del vecchio aveva raggiunto il tendine dell’estensore generale delle dita. Quando aveva aperto gli occhi era in ospedale, Irma stava appoggiata al bastone che reggeva la flebo. E pensava. Ripensava a quando tutto era iniziato e le avevano regalato la copia del Piccolo Principe, l’aveva sfogliata e… quel bambino biondo vestito come un astronauta, i pianeti, i cappelli, la rosa, l’uomo seduto sul trono; un immaginario che sentiva vicino ma non aveva voglia di approfondire. Era tutto bello e questo le bastava. Le bastava collezionare i libri. A tutti gli amici in partenza per un viaggio all’estero, chiedeva di portarle una copia del romanzo. «Poi dimmi quanto ti devo». Nessuno veniva meno all’impegno preso. D’altronde è un testo che si trova facilmente perfino nelle edicole degli aeroporti. Cambiava la lingua, cambiava il formato, c’erano persino edizioni con i disegni pop-up. Erano i suoi preferiti. Irma tatuava. Immobilizzava chi le chiedeva di poter essere marchiato altrove.
«Perché proprio l’avambraccio?»
Spingeva più in profondità gli aghi, avvertiva la presenza delle fibre muscolari, sorrideva mentre la vittima gemeva. A opera compiuta la ringraziavano tutti e la pagavano.
Pensava Irma appoggiata alla flebo della terza, della quarta e della quinta vittima. «Dobbiamo fermare il criminale» pensava ad alta voce. La sesta vittima aveva aperto gli occhi, li esibiva, impregnati di gratitudine. «Non può continuare a rovinare il mio lavoro senza che nessuno reagisca».
Bruno l’avrebbe salvata dal vecchio. Bruno che non voleva farsi tatuare, che non si spiegava quella mania, ma alla fine aveva ceduto. Una sfida tatuare chi non vuole, che Bruno aveva ceduto perché chissà cosa pensava, che lei, Irma avrebbe voluto fare anche l’amore con lui, ma non si poteva. Non si può ancora bisogna rimanere puri, nonostante le barzellette di Bruno qualche prurito glielo facciano venire. Anche se sono barzellette sui cinesi. È il modo in cui Bruno pronuncia la erre come la elle che le fa venire in mente strane cose. Un po’ quello un po’ le allusioni, ma a ben vedere in quella che preferisce di allusioni non ce ne sono. O forse sì. “Mamma mamma cosa essele flocio?”. “Calo, ma chi ti avele detto questa blutta palola?” “Mamma mamma cosa essele flocio?” “Calo, non essele cosa da lipetele!” “Mamma mamma cosa essele flocio?” “Calo, flocio essele male inculabile”. L’allusione all’amore omosessuale, al dolore, ma soprattutto al sesso anale.
Lo immagina prenderla da dietro mentre la guarda dal pubblico dell’assemblea, Irma modera imprenditori e autorità, Bruno indica con la stilografica il tizio accanto. Irma si rivolge al vecchio mentre ripete la presentazione come la sera prima mille volte davanti allo specchio. È incredibilmente vecchio, ha rughe ovunque e un casco di cuoio appoggiato sullo scrittorio pieghevole. Torna a rivolgersi all’assemblea, a sciorinare dati e statistiche nella sua esposizione meccanica che le lascia spazio alle fantasie di Bruno che le tiene i capelli con la destra e le schiaffeggia la chiappa con la sinistra. Di Bruno che la fa urlare, Bruno che odia i vecchi e le sedie da sala conferenze.
Alla fine Irma invita tutti a seguirla nella sala accanto dove è stato allestito un buffet e tutti la seguono eccetto il vecchio dai capelli bianchissimi e con il viso accartocciato in un sorriso perenne che rimane in piedi al centro della sala, ha il casco in cuoio in mano.
Bruno se ne accorge e prosegue verso il tavolo delle bevande, chiede al cameriere un bicchiere di analcolico, simula indifferenza. Abbassa gli occhi sul bicchiere e conta le bollicine arancioni e artificiali che salgono in superficie. Si volta verso Irma che ha l’espressione di quando lo interroga, la stessa di quando risponde al telefono o prepara la colazione. Il vecchio non è più al centro della sala.
«Mi scusi presidente».
Irma si congeda dal signore in completo tagliato e cucito su misura. Si avvicina a Bruno.
«Dov’è andato?»
«Non lo so». Dice Bruno vuotando in un sorso il bicchiere di analcolico. Prende il cappotto al guardaroba e la guardarobiera lo saluta sospirando, perché Bruno è oggettivamente bello. Punto.
Irma non può uscire, seguirlo, aiutarlo, deve chiudere il convegno, non prima che la pausa sia finita; non prima che l’esperto in guerra batteriologica abbia completato la sua presentazione sul futuro dell’iprite alla luce degli studi condotti dall’equipe francese che da cento anni sottopone a dosi massicce le popolazioni del Maghreb con microbombardamenti aerei; non prima della lettura del bollettino dei caduti per la libertà; non prima che il presidente abbia ringraziato tutti i partecipanti.
Bruno è uscito dal centro congressi, al sole del cortile si gratta il naso, trattiene uno starnuto. La luce negli occhi gli provoca quella reazione. Gli viene voglia di fumare. Il pacchetto è nella tasca del cappotto che tiene appeso all’indice. Si mette il filtro fra le labbra e sente un calore avvicinarsi alla guancia, è il vecchio che gli allunga l’accendino. Bruno si avvicina alla fiamma, non è spaventato dal vecchio che però fuma soltanto la sera, la pipa. «Ne ho una collezione di cui vado orgoglioso. Posseggo qualche esemplare ragguardevole e ne scelgo una diversa ogni giorno». Il vecchio non ha nessun accento, o meglio, Bruno non è abbastanza attento da distinguere una lieve inflessione franco-provenzale, tipica della zona dell’alto Rodano.
Il vecchio fuma la pipa mentre il sole è già calato e il soggiorno si riempie di figure contorte. Le pareti assorbono i colori del paralume bucato. Su quei brandelli di pelle i disegni della sua storia. Ha incominciato a disegnare per forza, come si fa a non disegnare con una mamma pittrice. Una mamma che non si è goduto poi tanto le settimane di vacanza, di ritorno dal collegio. Ha continuato a disegnare anche sotto le armi ma lo stile non si è evoluto, è rimasto quello di quando portava i calzoni corti mentre il suo sogno è rimasto volare.
«Ma quei ragazzetti pieni di disegni sul corpo non sanno cosa significhi approntare un atterraggio di emergenza sulle Ande; di compressione allo stomaco e adrenalina che annebbia i sensi come il miglior oppio delle Chinatown statunitensi, pensano sia tutto facile, scrivere un libro per ragazzi pensando a come possano diventare adulti, pensano sia nobile combattere per la libertà ma non hanno mai dovuto seminare un caccia tedesco sul Mar Tirreno. Intanto io mi sono fatto un tuffo da quasi un chilometro di altezza e poi mi son fatto di nebbia. Come avrei potuto sopportare per anni le domande idiote dei fan? Gente che si beve la storia del pilota romantico che muore mentre tenta di fare un volo radente sui luoghi dell’infanzia. Io odio Lione e la regione fra Grenoble e Annecy. Odio le rose, le volpi, elefanti e serpenti boa. Odio chi legge, ma di più chi non lo fa. Ma quelli che proprio non sopporto sono quelli che collezionano il Piccolo Principe in tutte le lingue. Tu sei uno di quelli?» Il vecchio si rivolge a Bruno che sta spegnendo l’ennesima sigaretta. È seduto sul divano Chesterfield e a lui del Piccolo Principe proprio non glien’è mai fregato, e anche i disegni gli fanno schifo; vuole sapere di più di quel vecchio perché sembra aver avuto una vita intensa. «No gli dice, non sono uno di quelli. Non leggo e sinceramente trovo un po’ infantili quelle illustrazioni».
«E allora quel tatuaggio?» indica la volpe sull’avambraccio di Bruno.
«Ho conosciuto una ragazza e pensavo…»
«Un altro che pensa che la letteratura sia un metodo per rimorchiare. A me non è mai capitato, forse ci sono scrittori che hanno più successo con le donne di quello che hanno i cantanti. Non è il mio caso».
Bruno non sa come continuare la conversazione, il vecchio sospira e gli offre un Calvados.
«Bevi tranquillo e se dopo non hai impegni possiamo mangiare un boccone insieme, così ti racconto di quella volta che ho incontrato Rippert, il nazista che mi ha abbattuto».
Il vecchio riempie un bicchiere anche per sé, la luce arriva diretta al suo sorriso dal buco del paralume.

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