Rock’n’Roll Queen

di Francesco Quaranta

Sei. Uno. Scemo.
Ogni parola è scandita da un bacio sulle tue attonite labbra incapaci di chiudersi.
Sei. Un. Geloso.
Morbidi punti che segnano le pause perfette nel ritmo delle sue sillabe.
Sei. Un. Possessivo.
L’ultima parola che s’allunga sempre più a ogni frase, quasi languisse nella suspense per farti boccheggiare in attesa del premio successivo.
Vorrebbe rimproverarti, lei, per la mezza recita da te appena inscenata con il patetico intento di allontanare il tizio che le si era avvicinato troppo. La cinquina di birrette circolante nelle tue vene ti ha infatti armato della spavalderia necessaria a dondolare con grazia elefantesca tra lei e quel poveretto che probabilmente voleva solo domandarle dove fosse il cesso.
Vorrebbe restare seria, tuttavia non le è possibile perché sei sbronzo. E lo è pure lei, perciò ai suoi occhi sei maledettamente tenero.
Pensieri e percezioni sono densi, quasi bolle vischiose nel tuo cervello che si prendono il loro tempo per gonfiarsi con fatica, nutrendosi della tua concentrazione accondiscendente. Poi esplodono lasciandoti spaesato, preda della bolla successiva, senza continuità e vittima di una coerenza distorta.
Dell’acqua vi accarezza le scarpe, entra a bagnarvi i piedi accaldati per il ballo: mareggiata casalinga da festeggiamento anomalo a cui non fare troppo caso.
Quei tre aggettivi da lei declamati con sussurro musicale parrebbero una sentenza divina se non fosse per il sorriso che li impacchetta…
Elvis Presley non se n’è andato, stasera guida le danze inondandovi di beat dalle casse dello stereo, John Lennon e Janis Joplin sono tra voi e ballano come forsennati dispersi nella massa di invitati, Jim Morrison è stato avvistato da qualche parte a bere una birra con Hendrix, aspettando il suo turno… Vorresti poterle offrire tutto questo, avverarle un’infantile desiderio, vederla gioire tra i suoi miti nel party del secolo. Invece nemmeno Mick Jagger sei riuscito a invitare; e per lui non sarebbe stata necessaria una seduta spiritica. Ridi da solo nelle stanze della tua mente infestate da poltergeist alcolici. A tua disposizione hai solo una massa di ubriachi casinisti con una vergognosa concezione della musica, probabilmente convinti che un vinile sia una specie di canile per avvinazzati.
Allora scegli di non distrarti troppo, focalizzati su quel sorriso. Indulgente e pietoso come quello che Dante immaginava rivolgersi da Beatrice senza mai averglielo visto. Lui scrisse versi su versi in quell’attesa e poi nel rimpianto. A te è bastato organizzare una festa in casa per ammirarlo.
Già, casa. Da domani non lo sarà più: ti stanno sbattendo fuori, sfrattando, perché due mesetti fa un signor qualcuno ha ben pensato di poter fare a meno del tuo lavoro in nero. Per la sua attività tu non sei mai esistito, per i debiti vivrai in eterno. Ogni volta che ci ripensi brinda con lei.
In breve, hai lasciato scorrere due mesi aspettando e cercando, aspettando e cercando. Cercando un lavoro e aspettando che finissero i soldi… Oppure no: benedetto da questi baci che redimono i tuoi difetti, scopri ingenuamente che forse aspettavi e cercavi un momento come questo. Una sorta di resa dei conti di cui lei ha scombinato gli addendi con il suo personale, improvvisato teorema.
Secondo il sistema di valori inculcatoti da tuo padre, a quest’ora dovresti stare a disperarti, non a stringere quella manina con speranza. Tuo padre, troppo geloso delle sue convinzioni, sarà contento di accogliere sulla soglia il figlio, così scemo da reclamare il possesso incondizionato della propria vita. Con dispiaciuta soddisfazione ti aggancerà una spalla, il dito già pronto a indicare uno a uno i tuoi errori. Reimpacchettarti nella vita che aveva pianificato per te.
Ti domandi se si sia mai trovato di fronte uno sguardo in cui letteralmente immergersi senza temere di asfissiare, come quello che lei adesso ti sta cucendo addosso. Uno sguardo che annacqua i tuoi stentati processi mentali con un elettrico stato di quiete: controsenso che incarna l’impulso a tentare qualsiasi cosa ed esorcizza il timore di fallire. Madrenatura ha piantato un seme in quegli occhi scuri, un messaggio che soppianta le logiche astratte e artificiose su cui si fonda la trappola che chiami vita e ti invita giù in profondità. Al concreto e tangibile germoglio di umanità che vorresti coltivare e proteggere. Magari quando sarai sobrio.
Da qualche parte s’alza odore di bruciato, ma è un aroma lontano che le strappa una smorfia comica e poi è subito fuori dai vostri pensieri appena attacca il prossimo lento.
I sistemi di priorità di tuo padre e della società di cui va così fiero perdono di senso, i sistemi sono fatti per essere elusi, se non sovvertiti, da necessarie rivoluzioni individuali. O di coppia. Non tutto è possibile, ma davvero non puoi accettare che il ventaglio di possibilità sia così ristretto. Lei spiega quel ventaglio come un paio d’ali e chissenefrega se si tratta di un’espressione abusata dai cantanti pop commerciali.
Sei. Mio.
Non avrai più una casa, da domani. Perciò hai organizzato una festa anni sessanta/settanta con cinquanta anime ubriache e pronte a distruggere ogni cosa tra queste logore mura umide a ritmo di twist e rock ‘n’ roll. Mentre voi due volteggiate lenti, un paio di stanze sono già state rese inagibili. Mobili ed elettrodomestici soccombono impotenti al vandalico pogo selvaggio; piastrellature sdentate e tubature recise respirano la brezza notturna proveniente dalle finestre infrante.
Se tu non puoi più averla, nessun’altro avrà questa casa. Forse è vero: sei possessivo.
Sei. Mio.
Non avrai più una casa, da domani. Non avevi un regolare contratto di lavoro, né tantomeno uno d’affitto: nessuno vuole prendere impegni con te. Eccetto forse…
Sei. Mio.
Musica e ritmo sostituiscono pareti e soffitto, il baccano della demolizione scomposta si fonde e mixa in maniera intrigante con i primi. Ci sarà da correre all’arrivo delle sirene, fuggire dalla furia del padrone di casa. Ci sarà da scavare un rifugio foderato di groove e imbottito di riff in un angolo di questo mondo che è solo una gara continua tra scemi, gelosi e possessivi…
Ma per ora c’è lei e il suo tranquillo quattro quarti di parole in battere e baci in levare.
Sei. Mio.
Sei. Mio.
Sei. Mio.

2 Responses to Rock’n’Roll Queen

  1. claudia scrive:

    Bel racconto, ben scritto e molto scorrevole.🙂

  2. Rocco Cantatore scrive:

    Interessante la foto degli invitati a far baccano nell’ultima notte di quiete…

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