Parigi à passages – Galerie Véro-Dodat

di Simone Olla

Nerval e il suo amico Chenavard visitano due volte la Collection Indienne di Monsieur Catlin del 1845. Durante la prima visita assistono alle danze di dodici indiani Ioways e ne rimangono estremamente colpiti, ma per motivi diversi. Chenavard riempirà un intero quaderno che andrà perduto durante l’eurc del 1910. Nerval sentirà l’esigenza di una seconda visita, due mesi dopo, e per contribuire al dibattito attorno a L’Autre de l’art firmerà un articolo intitolato Spectacles d’ètè, Les indienes O-Jib-Be-Was à Paris. All’amico pittore dirà di essersi sentito studiato, durante la prima visita così come durante la seconda.
Potresti spiegarti meglio?
Ho visto i vostri occhi, avidi. E ho visto i loro, avidi allo stesso modo, di noi, di voi. Mi sono chiamato fuori dal nostro primitivismo, ma ancora non ero da solo. Le domande che ci hanno fatto, ricordi? E il ritrattista? I nostri abiti, i nostri balli, la nostra guerra. Prendevano oggetti che avrebbero regalato alle tribù amiche. Era la loro esplorazione, nell’altro nuovo continente.
Sei pazzo!

Ma sei un genio!
Potresti spiegarti meglio? È importante.
Hai visto dove non riuscivo a vedere. Mi hai spiegato accomodandomi dentro un’altra prospettiva: la loro. E ora scontorno meglio la nostra banale richiesta d’arte, di storie, di simboli. Già pronti alla trasfigurazione. Con la bava alla bocca.
Quanta brama, in effetti.
Quelle dalle!

Quel giorno, il 23 febbraio 1841, al Café de la Galerie, Gérard Labrunie e il suo amico Chenavard sono all’ultimo bicchiere, ubriachi e fumati. Quanto accade è incontrollabile, quando accade. Lo dice Labrunie, a voce troppo alta. Il Café di colpo smette di vociare per capire cos’è stato quell’urlo ragionato, quell’alzar ‘l bicchiere all’aria scandendo ogni parola. Paul Chenavard tira l’amico per la giacca conducendolo a un pubblico maggiore, benché di passaggio, quello della Galerie Véro-Dodat: sono le tre del mattino e Labrunie ha la sua prima crisi di follia. Si accascia al suolo davanti al civico n. 23, impreca, e fra le mani tiene l’opera che avrebbe dovuto consegnare il giorno appresso al suo editore: strappa le pagine una per una e rotola isterico sul marmo a scacchiera della galleria, fino all’uscita. Su Rue du Bouloi è raggiunto dall’amico pittore che se lo trascina nei pressi del primo landò. Chenavard adagia Labrunie fra i cuscini e si accomoda di fronte, e intanto che chiude d’imbarazzo la portiera, con l’altra mano sta già aprendo la finestrella interna, sta già balbettando al cocchiere l’indirizzo della Casa di correzione Saint-Colombe.
Durante l’internamento Labrunie continuerà a poetare, alternando versi sublimi a sbavate linguacce. Qualcuno è pagato per fargli inghiottire sedativi e addormentarlo con l’oppio; qualcun altro per ascoltare e trascrivere e rappresentarlo così ridotto ai lettori di una rivista letteraria: Non volete che questo da me/parole da non creder possibili.

Il cielo rosso di notte mi nasconde Orione e la sua cintura. Capita, mi dico. Capita di addormentarmi molto tardi che è quasi mattina, di ricordare la tua seduta sul divano e di scriverti per esorcizzare l’errore di averti accolto. Capita di sbagliarsi e di ammetterlo troppo tardi, quando il sole è sceso da troppe ore e le gambe sono fiacche di stanchezza accumulata. Capita, mi dico, capita di vivere senza crederci abbastanza.
Ora però mi devi ascoltare, cara.
Il salumiere Benoît Véro vendeva prosciutti acconciati in Spagna allo stesso prezzo dell’oro, in rue Montesquieu, a Parigi. Ed era un piccolo commerciante, nel 1819, quando acquistò una parte della palazzina Quatremer. Di lì a qualche anno, consigliato e finanziato dal salumiere di Faubourg Saint Denis, François Dodat, rilevò l’ultimo troncone che gli permise finalmente di radere al suolo gli immobili di sua proprietà e costruire un collegamento pedonale – anche detto passage – tra la rue du Bouloi e la rue Jean-Jacques Rousseau. Il neoclassicismo dei plafonds della Galerie Véro-Dodat è di bassa macelleria: le decorazioni raffiguranti Mercurio, Minerva, Cérès e Apollo sono… affettate.

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