La chiave

di Pierluca D’Antuono

Molti scienziati hanno evitato di riflettere
sui sentimenti degli animali per il timore,
senza dubbio realistico, di essere
accusati di antropomorfismo.
Ecco perché io ho esaminato con cura
il problema dell’antropomorfismo.
Se esso potrà essere
eliminato come una falsa critica,
lo studio delle emozioni degli animali
potrà procedere su una base scientifica,
liberato da un timore infondato.

Jeffrey Moussaieff Masson

I gatti possono essere agili, combattivi, indifferenti, ingegnosi, indipendenti, riservati, affettuosi, curiosi, energici, malati, pigri, rabbiosi, nervosi, impulsivi, vendicativi, silenziosi, invisibili, aggressivi, agnostici, ironici, famelici, ineffabili, predatori, immortali, ciechi, sordi, muti, graziosi, eleganti, carnosi, espressivi, misteriosi, femminili, reticenti, allusivi, virtuosi.
L’antropomorfismo è l’attribuzione di caratteristiche e qualità umane ad esseri animati o inanimati o a fenomeni naturali o soprannaturali, in particolare divinità. Il termine deriva da due lemmi greci, άνθρωπος e μορφή.
In una notte di estate, guardandolo sfinito per il caldo, steso a terra sul fianco destro, gli occhi immobili da ore in piccole fessure lacrimose, un pensiero mi oscura la vista e mi costringe ad alzarmi dal letto; ma le gambe indolenzite e un senso di vertigine pauroso mi impediscono di levarmi dalle lenzuola, e al terzo tentativo mi lascio andare avvinto nella conca del materasso bagnato di vino. Le finestre chiuse, le luci spente, le mosche avviluppate in fasci di pulviscoli nervosi, gli aloni di sudore che mi irritano la pelle tra le gambe, tra i capelli, sotto le ascelle, nella bocca e uno scarafaggio nero che guada quel corpo di tigre ai piedi del letto, arrampicandosi sulla pagina di un libro aperto a caso, lungo la linea perfetta di grafite che sottolinea una frase in corsivo
Può darsi che non ne sentiremo troppo la mancanza
Dopo la a inciampa nello spazio e allora il pensiero ritorna, oscuro più di prima.
Mi alzo dal letto solo per cercarlo, seguo il suo pelo ma lui resta nell’ombra, in un punto qualsiasi della casa che non conosco o che ho dimenticato.
Da quanto tempo non mangia? mi chiedo, precipitando nelle sue pupille.
E poi il pensiero rimane, notte dopo notte, per tutta l’estate.

La bocca del farmacista si muove lentamente. Il suo naso è pieno di peli neri e duri che si rovesciano come lenzuola annodate sul labbro screpolato, in un disegno di evasione insolentito da una linea di baffi incerta e sparuta. La voce che trema apre a denti gialli macchiati di caffè, su cui una patina di tartaro si disgrega lentamente, in scaglie invisibili e leggere che mi sputa addosso mentre parla. Sono piccole particelle atomiche-solide-incolori-insapori e presenti nell’atmosfera, che suggeriscono ai miei pensieri di scappare, andare via e mettere in salvo i miei occhiali scuri dalla sua bocca appiccicosa, ma resto fino a quando le sue mani avvolgono l’ultima scatola di Triptizol e il rumore della carta velina cessa all’improvviso.
Da quel momento le cose peggiorano in un verso che non esiterei a definire epocale. La contingenza, va da sé, s’era già smarrita.

In quelle notti d’estate prendo l’abitudine di uscire quando il sole cala e le ombre si riprendono lentamente le strade vuote e smembrate della città. Dalla stazione vado giù al distributore di sigarette e poi in fondo fino alla farmacia di turno. Guido senza cintura, con i finestrini abbassati e non ho neanche bisogno di guardare la via, sopra le buche profonde che mi costringono a girare sulla sinistra della carreggiata, in attesa degli eventi. In quei momenti mi ritrovo in compagnia di un senso di sollievo, dettato dal vento, che mi fa d’albergo stellato, per un lasso di tempo che oscilla tra una settimana e un mese. Il conforto cresce e mi parla ogni sera. Sento la sua voce ammaliante che mi rassicura, e mentre un vortice d’assenso mulina sulle mie squame, il conforto investe di luce la linea di mezzeria.
Quello che succede dopo è l’inizio di una nuova (prei)storia.
Posteggio sul pendio di un cratere e calpesto i resti di un rospo investito al centro della carreggiata; il suo sangue sprofonda sotto gli strati di bitume impolverato, imbevendo le radici di catrame. Sul dorso, l’ombra degli pneumatici sulle ferite aperte dipinge le sue scaglie di nero. Deve essere appena successo perché il sangue è ancora denso. Mi è difficile immaginare che sia accaduto accidentalmente, ma mi sfugge un metodo per individuare con precisione la direzione della premeditazione.

Da quel momento, lungo la stessa strada sterrata, trovo ogni sera un animale differente: tartarughe con le zampe squartate da brani di carapace, bisce fuse all’asfalto bollente, un cane con le orbite esplose, topi deflagrati come bolle d’aria velenose; nessun rombo di freni mi precede, e nel silenzio le tracce spariscono misteriosamente. Penso che il responsabile, chiunque esso sia, è un essere rapido, metodico e silenzioso; in ultima istanza, ammirevole e doloroso.
Ricompongo le spoglie come meglio posso e le carico in macchina su un lenzuolo di lino: porto via quelli che respirano ancora e hanno negli occhi l’indifferenza di fronte alla fine.

La mia casa adesso è popolata e illuminata a festa. Prima di andare a dormire li raccolgo nel bagno e lì prendiamo le medicine: a me i miei Triptizol da 150mg, a loro un quarto di Laroxyl ciascuno, e se serve anche il Tofranil in bustine. Ci mettono poco a rifiorire e nel giro di qualche giorno scalpitano, camminano, mangiano e ridono (anche lo sguardo è diverso). Se ne accorge pure il mio gatto che all’improvviso non è più quello di prima: non si nasconde più, ha ripreso a mangiare e un vitalismo che avrei giurato estinto si impossessa nuovamente delle sue brame, per non lasciarlo mai più. Fa amicizia con tutti i nostri ospiti e con loro trascorre il grosso delle giornate, in un trionfo di vivacità, intraprendenza e curiosità che mi blandisce ma non impressiona.
Il suo equilibrio è tale da non scomporsi neanche quando, all’improvviso, quelli spariscono, senza lasciare tracce né macchie.
Pezzo per pezzo, fino alla fine.

Se tendessimo a illustrare la realtà delle cose partendo dai concetti della natura e del comportamento umano, le leggi dell’universo, dell’essere e del conoscere non avrebbero misteri e io capirei meglio le ragioni per cui il mio gatto è diverso. Qualsiasi psichiatra direbbe che l’uomo si illude di poter trasmettere agli animali contrassegni caratteriali, attitudinali ed esperenziali. Al telefono sembrerebbe una spiegazione razionale e convincente, ma poi un latrato angosciato ne svelerebbe la chiave; in quel momento sapremmo allora che ogni psichiatra ha un cane. O lo è, lui medesimo.

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