Estratto da un romanzo futuro – #TUS3

paccianiIn attesa del numero di Riot Van dedicato alle Letture terminali del reading Torino Una Sega 3, vi proponiamo il testo di Vanni Santoni (che ha letto anche da “Sixty Stories” di Donald Barthelme). Si tratta di un brano tratto da un futuro romanzo, ancora ben lontano dall’essere compiuto, dal titolo di lavorazione “I fratelli Michelangelo”.

«…drammi borghesi italiani? Meglio altro. Meglio il fantastico. Meglio ancora, una grande storia di soldati di leva che entrano per la prima volta in un campo di sterminio. Tipo Il grande uno rosso, solo che è tutto raccontato tramite i ricordi di uno di loro, un atto fondativo della sua visione e interpretazione del mondo prima che vada altrove a fare cose, a ottenere risultati, il che qualifica questa storia come ineludibilmente americana: immaginiamo un soldato italiano, al di là del fatto che un soldato italiano sarebbe stato a infilare la gente nei piombati per i lager, immaginiamo questo soldato italiano, l’Italia non si è mai alleata con la Germania, l’amicizia Churchill-Mussolini è florida, gioviale addirittura, e oggi, 27 gennaio 1945 – questo scenario implica anche una certa lentezza dei russi sul fronte orientale – la tua pattuglia, quattro giovani alpini a dorso di mulo – hanno senso gli alpini? Forse una divisione di cavalleria, anche se non è chiaro cosa facessero le divisioni di cavalleria nell’esercito italiano della Seconda Guerra Mondiale, probabilmente trasportare artiglieria, certo è solo che per le perdite venivano sovente riaccorpate, – quattro mettiamo, allora, esploratori di un battaglione di cavalleria riaccorpato, anche se qui ci stanno troppo bene gli alpini, quindi su! Immaginiamo questi quattro alpini che arrivano in bicicletta ad Auschwitz. Va da sé che quanto si trovano di fronte è sufficiente a chiudere da subito qualunque possibilità di commedia, a rendere impronunciabile se non alla distanza – alla estrema distanza, e dopo diventerà solo un marcatore aggiuntivo dell’orrore – quel “ué Pepìn ghe sarà mai quela roba là?”, ecco i nostri alpini, che scendono di bicicletta (la bicicletta, oggetto irrimediabilmente allegro, oltre che inglese, non può in alcun modo esprimere la gravità funebre del cavallo) e procedono a piedi, spingendo la bici, guardinghi, coi fucili imbracciati, lungo la strada che delimita il campo. Ai reticolati sostano a guardare, si scambiano parole mozze, volgono sguardi quasi imbarazzati sui mucchi di cadaveri, sulle baracche, sui pochi rimasti vivi. Ecco, immaginiamo costui quando torna a casa a Belluno, questo alpino non direbbe proprio un cazzo di niente alla moglie o ai figli e non farebbe di quel momento di fronte alle cataste di morti un atto fondativo della propria idea e interpretazione del mondo, ne trarrebbe al massimo una maggiore mitezza, forse una inespressa capacità di sopportare, oppure solo qualche scatto d’ira.
Dunque, una bella storia di ragazzi americani che liberano il lager, e che fine faranno questi ragazzoni, cliché vorrebbe che uno muoia in modo stupido a guerra pressoché finita, e allora teniamoli vivi tutti e quattro, e uno diventerà magari un senatore, un personaggione democratico, ma noi non racconteremo la sua di storia, noi racconteremo la storia dell’altro, quello giovane anzi giovanissimo che ritroverà un’America aperta a ogni possibilità ma non priva di angoli oscuri, angoli che a volte prendono tutta la scena, e da lì l’Italia sarà qualcosa di minuscolo, anzi di non posto, neanche buona più per simboleggiare l’Europa dagli Stati Uniti, meglio la Francia se qualche nazione europea egli vorrà vagheggiare negli anni ’60.

oppure un romanzo di gente che scopa: non narrativa erotica, ovvio, ma quel tipo di letteratura contemporanea che utilizza il sesso per dire cose.
Che poi in realtà per fare un romanzo incentrato sul sesso che non sia un dramma borghese, uno deve fare qualcosa di pesissimo, non è che basterebbe partire col protagonista che si fa una sega davanti allo specchio o, che so, volendo attingere, raccontare di quando ero dalla Laurina, nei fondi, e capimmo che nell’altra stanza, al buio, suo nonno guardava dalla porta socchiusa e si tirava una sega scopandosi il culo col manico di una scopa. Figuriamoci, su Internet si sa trovi tutto, già diviso in categorie, su xwombat ci sono casalinghe americane che fanno di tutto in cam se gli compri le cose della loro wishlist Amazon, compri un copricellulare e quella si ficca il cellulare nella fregna, su Internet c’è two girls one cup, gente che mangia la sua merda, cosa vuoi scandalizzare? Minimo per attirare l’attenzione serve una storia di snuff movie, qualcosa alla Miguel Angel Martin, anche se Miguel Angel Martin quelle cose le faceva già negli anni ’90, anni senza Internet, chi sa se basta oggi una storia, che so, di bambini fatti a pezzi con un seghetto elettrico, di preadolescenti tailandesi strangolate col cavo per i panni, che strabuzzano gli occhi e agitano le braccia in modo atroce, un romanzo ambientato nel mondo degli snuff movie, anche se in realtà pare che gli snuff movies non esistano e quindi non c’è alcun mondo degli snuff movie, la realtà conta due, massimo tre film di gente che viene ammazzata per la telecamera – il riparatore di computer di Rotenburg Armin Meiwes che filma la propria uccisione di Bernd Jürgen Armando Brandes (poche decine di minuti prima avevano cercato di mangiarsi insieme il suo cazzo saltato con aglio e olio, ma pare fosse troppo gommoso e l’avevano dato al cane), Viktor Sayenko e Igor Suprunyuck che prendono a martellate un malato di cancro e un video intitolato one lunatic one icepick che però forse è falso, ma nessuno di questi video è stato fatto per essere venduto, quindi non sono snuff. La verità è che esistono solo film sugli snuff, Linea di sangue, A serbian movie, Snuff, Videodrome, Hardcore, Linea di sangue, Tesis, 8 mm, oppure film che si è creduto fossero snuff, Cannibal Holocaust, la serie Guinea Pig, che se non altro ha ispirato un vero serial killer, Tsutomu Miyazaki, collezionista di piedini infantili, che al processo scaricò la responsabilità di tutto su Kabazuki l’uomo ratto, suo alter-ego – ecco! un bel romanzo su Tsutomu Miyazaki, che tenga il pezzo e non tracimi, ma è anche vero che siamo in Italia e non ce li abbiamo forse i serial killer? Pensa, un romanzo sul mostro di Firenze. È un attimo andare su Youtube. Ecco un testimone, giacca di fustagno, occhiali fumé. Il giudice:
“Mario Vanni le ha mai mostrato una busta con dei peli di pube?”
“Di peli di fiha!”
Ecco Pacciani:
“Lei possedeva un vibromassaggiatore in gomma?”
“Eh ce l’ho anche di legno!”
Le intercettazioni ambientali:
“Gli va a dire del fucile, questa maledetta diavola… Brutta maledetta puttanaccia… Quando ti vidi! Brutto animale velenoso, ma io ti taglio i’ collo con un’accettata… Come una zucca!”
Sarebbe, temo, un libro buffissimo. Per farlo serio bisognerebbe scegliere qualche personaggio famoso dell’epoca, un Enzo Tortora, toh, diamogli anche quella, un Corrado, creare un suo alter ego tipo Ellroy, imbastire una teoria secondo cui il mostro di Firenze era senz’altro lui e ribadire quello che pensano tutti, che quei vecchiacci avranno scannato qualche coppietta una volta o due, ma erano fondamentalmente, intimamente, innocenti.»

One Response to Estratto da un romanzo futuro – #TUS3

  1. sarmizegetusa scrive:

    visto che siamo a contestualizzare, qui parla il quinto fratello Michelangelo, Enrico.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: