Uno più crudele dell’altro (consigli di lettura)

di Vanni Santoni

Lo so, un post di consigli di lettura che appaia adesso somiglia pericolosamente alle “liste di libri da regalare per Natale” o a quelle “I migliori libri del 2013”, e forse lo è. E tuttavia lo faccio lo stesso perché tanto, noto adesso, riguarda libri che al natale non sono per niente adatti: libri spietati, anzi crudeli.

Il primo è a colpo sicuro, ed è senz’altro La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro (Ponte alle grazie): romanzo tosto, grosso, fluviale, pieno di roba (come ci si aspetta da un romanzo tosto, grosso e fluviale che sia anche buono), e soprattutto bello, probabilmente il migliore del 2013, anche nel suo ricordarci che, comunque, stile > vicenda.
La vita in tempo di pace ha la sua forza principale nel punto di vista del protagonista, l’ingegnere Ivo Brandani, un punto di vista liminale, di crisi, quasi annunciatore di disgrazie – la morte, ovvio, ma forse anche il disastro prossimo venturo, lui che, nato nel 1945, non ha visto, per l’appunto, che pace e cerca la bellezza nelle forme d’ala perfette di un’arma, lo Spifire…

“ […] Pace era stata l’Alfa Romeo GT Veloce, la Volkswagen, il flying dutchman… Tempo di Pace fu l’università e tutto quello che vi successe. E quello che successe dopo e dopo ancora… Tempo di Pace è stato tutta la mia vita. Noi, nativi della pace, non ci accorgiamo di come la non-guerra ci ha plasmato e reso diversi da tutti quelli vissuti prima di noi… Pace, pace, pace, per noi organismi filtratori, che non sapremo mai nulla di noi stessi, perché la pace ti fa proprio questo, non ti mette alla prova se non nella parte peggiore di te, ti cuoce per tutta la vita, lentamente, e quando arrivi alla fine – non manca molto – ti stai ancora ponendo le domande che ti facevi all’inizio, quando ti chiedevi se anche tu saresti stato capace di pilotare in guerra un Sacro Spitfire, di non fuggire a rotta di collo vedendoti arrivare addosso un Me 109…”

… un punto di vista che sa essere cosmico (splendide le parti su vermi e parassiti vari, fino a quell’Erode che esplode in vermi) ma anche teneramente specifico nel suo amore per gli oggetti, gli edifici, le cose tutte e le loro interconnessioni: una specie di Jacques Austerlitz incazzato e con l’ulcera, sfasato e sordido in quanto proiettato non verso il passato ma verso un futuro che sa non poter essere che tragico, anzi: uno schifo.

gorSaltando su qualcosa che all’apparenza è completamente diverso – dal romanzo al racconto, dal realismo all’assurdo, da una grande portata letteraria a una certamente più ridotta – ma che in comune con l’opera di Pecoraro ha la totale assenza di compromessi, eccomi a suggerire Le avventure di Gunther Brodolini di Alessandro Gori, più noto con lo pseudonimo di Sgargabonzi. Ricordo bene quando Gori si manifestò a “Torino una sega 2”: nessuno lo conosceva, e quando appare lo sconosciuto a TUS, tutti, di base, si limitano a sperare che non faccia troppo schifo. Quel tizio col cappellino non solo non fece schifo, ma trasformò la sala in una bolgia di risate (si racconta che qualcuno addirittura vomitò dal ridere, anche se di certo c’entrava anche la grappa assunta) con i suoi racconti farneticanti. Al momento, l’espressione primaria e più nota di Gori sono i suoi status Facebook, in cui deride e distrugge usanze, parametri e tic di tale forma di autonarrazione, ma Gunther Brodolini (non imparentato con il Jakob Pesciolini di Enzo Fileno Carabba) segna il tentativo di allargare il tiro alla narrativa propriamente detta, pur mantenendo a pieno regime i topos sgargabonziani. I racconti di Gori, inutile dirlo, fanno ridere – a patto che si ami l’humour nero, programmaticamente scorretto, anzi scorrettissimo, a volte vergognoso, ingiusto e imbarazzante – ma Le avventure di Gunther Brodolini non può essere archiviato solo come una boutade: nei racconti meglio riusciti, come L’annunciazione e soprattutto Gli uomini rosa, il senso di Gori per l’assurdo trascende il mero “dire cazzate buffissime” per acquisire una qualità, oso dire, metafisica, ed entrare, passando dalla porta più inaspettata, nel campo del racconto fantastico intellettuale.

Vengo infine a un consiglio che non è veramente mio: Il giorno che diventammo umani di Paolo Zardi mi è stato suggerito dallo stesso Subcomandante Liguori, che addirittura lo candidava a miglior raccontista italiano. Credo che per ambire al titolo Zardi debba ancora superare Cognetti, Mari e Ricci, oltre al mio socio Magini (nonché, anche se non praticano da molto questa forma, Nove, Parrella e Raimo), e per farlo il primo passo dovrebbe essere quello di ampliare la varietà formale e tematica dei suoi lavori, che in Il giorno che diventammo umani è volontariamente ridotta (riassumendo – e semplificando – si potrebbe dire che il tema è “la vita erotica e sentimentale dei quarantenni”, anche se i racconti abbracciano una varietà di contesti). A parte le comunque futili considerazioni classificatorie (potrà non essere il miglior raccontista italiano, ma certo con questo libro Zardi si afferma come uno scrittore di tutto rispetto), quando Il giorno che diventammo umani esprime la propria linea al meglio, attraverso racconti come Domenica pomeriggio o U.S.T., trova una potenza e una chiarezza considerevoli, coniugando la piacevolezza di lettura (il libro ha la virtù, non sempre presente nei libri di racconti, di invogliare ogni volta a leggerne ancora un altro, col risultato che lo si finisce in una nottata) con un senso di attesa angosciosa che finisce per uscire dal racconto stesso: ho chiuso Il giorno che diventammo umani in preda all’angoscia, anzi al terrore, di arrivare ai quarant’anni.

Francesco Pecoraro, La vita in tempo di pace, Ponte alle Grazie 2013, pp.509, €16.80
Alessandro Gori, Le avventure di Gunther Brodolini, Fuori Onda 2013, pp.128, €8
Paolo Zardi, Il giorno che diventammo umani, Neo 2013, pp.176, €14

One Response to Uno più crudele dell’altro (consigli di lettura)

  1. Marc scrive:

    parlare di miglior romanzo del 2013 o di miglior raccontatore mi pare un po’ rischioso e anche molto parrocchiale

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