La resa

_Quello che segue è un estratto dell’ultimo romanzo di Fernando Coratelli, intitolato La resa (Gaffi 2013).

Nove e cinquantacinque incombe il silenzio. Nove e cinquantasei regna l’irreale. Nove e cinquantasette si accendono le prime sirene. Nove e cinquantotto la città è devitalizzata, gli occhi della gente paralizzati. Le linee telefoniche non danno segnale. Nove e cinquantanove arrivano le prime unità di crisi. Emergenza – è la parola d’ordine.
La polvere si deposita.
Dieci e zero-zero: il tempo scorre infischiandosene di tutto ciò che è successo.
Dieci e un minuto: al di là delle macerie, c’è chi non sa niente e ride, o chi si incontra per caso per strada, chi posta qualcosa su Facebook, chi twitta, chi guarda la televisione, chi lavora, chi muore per altro e chi nasce nonostante tutto.
Dieci e due minuti, Tommaso vaga alla ricerca di Mario Astolfi – in realtà non lo cerca, si guarda solo intorno.
Dieci e due minuti, Teresa guarda diritto davanti a sé. La gente che scappa dalla questura, quella che accorre passando davanti a lei. Ettore le è accanto ma nessuno dei due parla.
Dieci e due minuti, Agata continua a comporre numeri telefonici che non danno segni di vita. Si attacca a internet, il sito dell’Ansa non dà ancora notizie. Accende la tivù. Su “Sky ultim’ora” campeggia la prima timida scritta che avverte: “Ultim’ora: attentati terroristici a Milano”.
Dieci e due minuti, Andrea è fermo vicino a un pilastro all’interno del tunnel metropolitano di Centrale. Gli gira la testa.
Alle dieci e cinque minuti tutto il mondo sa. Tutto il mondo è collegato. È un tam-tam inarrestabile, è l’informazione che deflagra sulle esplosioni.
La gente a grappoli si riversa nei quattro punti in cui i kamikaze si sono fatti saltare in aria. La polizia fatica a passare, i soccorsi si fanno largo con violenza, spintoni e urla. Troupe televisive, giornalisti di qualsiasi specie si accalcano alla periferia delle zone off-limits recintate dalle forze dell’ordine. Le televisioni investono i loro canali di immagini, di edizioni straordinarie.
Ognuno sa qualcosa più dell’altro.
È una tempesta di fotografie, di diretta, di repertorio di altri attentati (compaiono le Torri gemelle che si sbriciolano, le stazioni di Madrid, gli autobus di Londra, gli alberghi sventrati di Sharm-el-Sheikh), di prime testimonianze, di ipotesi, di nomi.
E poi timida, ma inesorabile, sta per iniziare la sarabanda dei numeri. Sono i primi dati ufficiali, si proclamerà. Sono solo stime, si smentirà.
E i numeri cresceranno, si arresteranno, decresceranno, si rialzeranno – macabra eccitazione che nelle stragi si nutre di sangue altrui, di angoscia, di meraviglia, di noir e splatter che da pellicole di film o da pagine di libri si trasferiscono nella realtà. Intanto, però, arrivano altri numeri: quelli utili. Numeri verdi, gialli, rossi, della Protezione civile, dei ministeri, degli ospedali, del comune, della provincia, della regione. Chiamano in tanti: chi sa di avere parenti, mogli, mariti, figli, fidanzati, amici nei luoghi delle esplosioni, ma anche i soliti disperati, i feticisti, i dimenticati dalla storia – coloro che avrebbero avuto un riconoscimento in questa vita se solo si fossero trovati al momento giusto nel posto giusto. Avrebbero avuto l’onore delle lacrime della comunità, poi di vedere (si fa per dire) il loro nome su una targa commemorativa. E invece ancora qui, costretti a sopravvivere a stento nella periferia delle giornate qualunque. Nel frattempo Agata è attonita: ha riconosciuto le finestre del suo ufficio in un servizio televisivo che presidia Cordusio.
Teresa trema: il suo sguardo si è posato su un orologio che è al braccio di uno dei morti, sembra quello dell’avvocato Mauri.
Andrea ha la tachicardia: le porte sventrate del vagone su cui stava salendo davanti a lui.
Tommaso crede di essere morto: si tasta più e più volte. Poi tutti pensano a tutti – a incrocio, a incastro, anche a chi non c’entra, a chi è lontano, a chi non può essere lì. La paura possiede artigli capaci di sventrare razionalità e lucidità. La paura che fa credere che niente sarà uguale a prima. Mai più.
Eppure tutto sarà sempre uguale a prima. Ecco, l’imperativo sarà calmarsi e fare scivolare tutto verso la normalità. La normalità: parola d’ordine cui tutti tenderanno.
In attesa però della normalità si sollevano grida, pianti, i “ma perché”, i “chi è stato”, i “io ho visto uno”, i “io ero proprio qui”, i “non si vive più”, i “una volta queste cose non accadevano”, i “è colpa del governo, dell’opposizione, degli stranieri, degli zingari, dei matrimoni gay, dei senza dio, degli ebrei, dei musulmani, dei marocchini, dei senegalesi, dei cinesi, dei comunisti”.

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