Per parlare de “La luce che illumina il mondo” di Paola Ronco

la-luce-che-illumina-il-mondodi Laura Liberale

Per parlare de La luce che illumina il mondo di Paola Ronco, mi permetto di partire dalle popolazioni indoeuropee. Pazza idea? Non tanto, se facciamo riferimento alla tripartizione sociale che le accomuna tutte, quelle genti. Penso alla tradizione dell’India, per esempio, con i suoi tre varṇa: sacerdoti, prìncipi\nobili guerrieri e gente del popolo, dove la parola varṇa sta per ‘colore’, e ciascuno dei suddetti gruppi sociali ha infatti un suo colore simbolico: bianco per i sacerdoti, rosso per i prìncipi, giallo per il popolo (c’è poi un ulteriore colore, il nero, per la categoria degli ‘asserviti’ che si aggiunge alle precedenti). Dico questo perché anche Paola Ronco ha creato una specie di ‘tripartizione indoeuropea’ per la città del suo romanzo, città esemplare al punto da chiamarsi Sumonno, ‘Il mondo’, come ogni sardo ben saprà. Sui colori ci torniamo dopo.
Tre quartieri, tre sottomondi: ZonaSviluppo, groviglio di abitazioni in cemento e lamiere, centro di smistamento temporaneo tra chi è destinato a restare nella miseria e chi invece sa trovare un modo per fuggire; CittàProgresso, acciaio e palazzi grigi, uffici formicolanti di impiegati, ascensori a vista, finestroni sfaccettati come occhi di insetti; CentroRubino, cuore lucente della città, con tutte le sue meraviglie architettoniche, al cui centro, cuore nel cuore, benché cuore marcio, sta l’Isola, capitale della malavita cittadina, che non si sviluppa verso l’alto né si espande in lunghezza, e vista dalle rive del Suluvio mostra soltanto una serie di cubi neri dall’aria austera.
Il Suluvio, appunto. Il fiume.
Paola Ronco è torinese, come me, ma genovese d’adozione. Non so cosa sia stato per lei il novembre del 2011, quando Genova e provincia furono piegate dall’alluvione e dall’esondazione dei fiumi. Non ne abbiamo mai parlato. Nemmeno in questo di novembre, 2013, con la Sardegna – e Paola ha origini sarde – devastata da un altro disastro d’incuria, speculazione e cementificazione selvaggia. Perché anche l’immaginario Suluvio esonda; il prologo del romanzo presenta una scena di devastazione: un uomo che cammina tra le macerie, nel quartiere alluvionato di ZonaSviluppo, dove tutto è ormai soltanto fango secco e fiume in ebollizione, è pioggia e strade senza nome, e i morti sono tanti, a decine. Una devastazione d’acqua descritta, in lucido e sapiente contraltare, con una scrittura che di liquido, di debordante non ha nulla, e che invece tiene, precisa e affilata, talvolta risonante come una profezia, dall’inizio alla fine della narrazione, la prima luce dell’alba (…) somiglia a uno sforzo di volontà; l’orizzonte è una spianata di fango da percorrere a passo trionfale; il fiume è un buco nero, e il cielo uno spazio che appare più che mai finito, adatto alle grida degli impotenti, con le sue reiterazioni cantilenate in varianti minime, l’orizzonte è una linea rasa al suolo, un deserto da percorrere a passo trionfale, un cratere imploso su cui la pioggia non smette di cadere, una scrittura scarna per eccesso d’amore, ma mai banale, mai sciatta, con piccoli colpi di pennello a mo’ di rasoiate, non sono molte le cose che la appassionano: osservare la realtà attraverso le fotografie e gli occhi dei cadaveri, perdere del tutto i confini di se stessa durante la manciata di secondi dell’orgasmo.
Io non vorrei dire della trama, l’hanno già fatto in tanti. È una trama bella, congegnata con abilità, certo, ma priva di qualsiasi ‘eccesso performativo’, priva di anelito nevrotico alla stupefazione del lettore a tutti i costi. La carne al fuoco, come qualcuno ha detto in una delle recensioni (con buona dose d’ironia, visti i numerosi suicidi rituali per mezzo di fiamma che si susseguono nel romanzo), sicuramente c’è: il catarismo redivivo dalle ceneri di un Fronte insurrezionalista; un’ex terrorista che langue nel carcere di massima sicurezza (quella Maria Sole che, ai torinesi quarantenni come me, non può non richiamare alla mente la storia triste e vera di un’altra Maria Sole, Soledad, che di Paola Ronco era quasi coetanea); una Corporation familiare come tante ne abbiamo e ne abbiamo avute in Italia; un erede dalle propensioni mistiche, perduto nella sua metafisica d’accatto; un altro erede arrivista, affarista, financo tossico (tralascio per ovvietà il secondo richiamo alla mente dei torinesi come me); un boss malavitoso e la sua donna gelida, gelidamente votata al rigor mortis; un giornalista cocainomane servo del potere e un giornalista indipendente che, invece, serve a Ronco come lucignolo d’etica e speranza se gli vengono messe in bocca parole come queste: È difficile descrivere il senso di impotenza che prende chi come me ha vissuto altre emergenze, e non può fare a meno di notare come la risposta delle istituzioni sia sempre la stessa. Da una parte minimizzare, nascondere, fingere che non stia succedendo niente; dall’altra amplificare il senso di pericolo, terrorizzare i cittadini, spingerli a diffidare gli uni degli altri, incoraggiandoli nello stesso tempo a fare scorta di derrate alimentari e a fare festa. Fino a quando, viene da chiedersi, funzionerà questa tattica criminale e miope? Fino a quando le persone si lasceranno telecomandare, eternamente oscillanti tra il terrore e l’incoscienza?
Fino a quando? Ronco la risposta ce la dà: fino a che si resterà ignoranti della storia, e quindi condannati a riviverla, continuamente, stolidamente.
I colori, dicevo all’inizio. E un’altra tripartizione, alchemica stavolta. I Neri, e il blu elettrico degli oggetti di design partoriti dalla mente briatorica di Ramsete Neri. Il blu del cadavere della escort sconosciuta e delle farfalle tatuate. Nigredo. Il rosso del fuoco, delle autoimmolazioni, della purificazione, delle esplosioni complottistiche. Rubedo. Il bianco, il buon colore. L’albedo, in alchimia, segue le fasi devastanti della rubedo, il sacrificio, e della nigredo, la putrefazione. Le abbiamo viste accadere, in questa città. Tutti i morti degli ultimi giorni. Ci vuole un nuovo inizio.
Un’altra cosa che io non ho chiesto a Paola Ronco è quanto alcune immagini, transenne ovunque e mitragliatrici; tra i checkpoint si vedono sagome nere confuse e soldati in tenuta antisommossa; pochi passanti a piedi, molte macchine a ingombrare la strada, quasi tutti hanno l’occhio allenato alla paura e reagiscono, all’unisono. «Sono loro, sono loro!», «I terroristi!», 
«Cosa aspettate, voi? Sparate, no?»
 I soldati stringono i mitra un po’ più forte, avanzano di un passo, incerti, mentre il superiore in grado comincia a implorare in una trasmittente di ricevere ordini. Il piccolo gruppo in nero ondeggia ma resta fermo sulla posizione conquistata, immobile in preghiera, a duecento metri dal checkpoint. «Ma cosa state aspettando? Volete proprio che ci ammazzino tutti?», «Chi li ha fatti passare? Perché non sparate?», debbano al G8 di Genova. Forse meno di quel che penso. D’altronde questo bel romanzo, per ammissione stessa dell’autrice, è nato da un sogno, e l’importante è che noi si continui a farle delle associazioni, che noi si continui a non dimenticare.
Quanto al finale, c’è una dama. Bianca.
E no, non è l’albedo. Non ancora.

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