Il verbo immigrare

di Roberta Covelli

Kwa Ibo si trova nella zona del delta del Niger, un territorio devastato dalla Shell, dall’Eni e da altri colossi petroliferi stranieri. Da Kwa Ibo, Bashir decide di partire per l’Italia, non solo per la povertà cui è costretta la sua popolazione, ma anche per la curiosità intellettuale che nei secoli ha sempre animato gli umani: la migrazione di Bashir non è così tanto diversa dal desiderio di conquista di Alessandro Magno, dai viaggi di Marco Polo, dalle rotte di Cristoforo Colombo e dal giro del mondo di Magellano.
Il ragazzo sceglie l’Italia perché, tra i paesi europei, è lontana ma non eccessivamente, non è troppo ricca da essere inaccessibile, ma nemmeno tanto povera da rendere inutile il viaggio.
Bashir non è ancora disperato: può progettare il suo viaggio e regolarizzarsi secondo le leggi italiane prima di partire. Impara i rudimenti della lingua e studia l’iter con il quale non essere clandestino. Scopre che, per entrare nel paese, ha bisogno di un lavoro: ma com’è possibile avere un lavoro senza un incontro, un colloquio, un contatto?
Bashir non demorde: scopre che può entrare in Italia con un visto turistico, per un massimo di tre mesi, durante i quali si farà conoscere e, con un po’ di fortuna, troverà anche il lavoro che gli serve.
Ma per ottenere il visto turistico non basta voler partire: Bashir si dovrà recare al consolato generale di Lagos, quasi al confine con il Togo, a più di settecento chilometri da casa sua. Una volta arrivato, dovrà pagare 165 euro per la domanda di visto turistico per l’Italia e dimostrare di aver prenotato il viaggio, l’albergo e di avere i necessari mezzi di sostentamento, nel suo caso, 2’716,68 euro. Moltissimi, per un aspirante emigrante. Cui si aggiunge, secondo le indicazioni del Ministero degli Esteri italiano, la stipulazione di un’assicurazione sanitaria con la copertura minima di 30mila euro.
Possibile? Le potenze mondiali che negli ultimi anni si sono impegnate oltremisura per garantire la libera circolazione delle merci e dei capitali osteggiano con pari impegno la libertà di movimento delle persone, soprattutto se partono dall’Africa, depredata ieri con le armi e la colonizzazione, oggi con le leggi del mercato e del debito.

Ma la speranza non si spegne e il giovane decide di informarsi comunque, fingendo che l’ostacolo del visto sia irrilevante e proiettandosi nel futuro. Una volta trovato un lavoro in Italia tutto si risolverebbe, no? Non proprio. Bashir deve trovare un datore di lavoro e poi aspettare l’emanazione del decreto flussi, con il quale il Ministero degli Interni prevede il numero di immigrati per nazionalità ammessi in Italia. Se, nel frattempo, i tre mesi del visto scadono, deve tornarsene a Kwa Ibo, a casa sua, e attendere che il datore di lavoro faccia domanda per lui; Bashir sarà ammesso a lavorare regolarmente solo se rientrerà nelle cifre astratte del decreto: considerando che nel 2007, a fronte di una previsione di 1500 nigeriani, è stata fatta domanda per 5889 di loro, non sarà certo un’impresa facile.
Ma sognare non costa nulla e Bashir immagina di rientrare in quei millecinquecento.
Da buon emigrante, però, non ignora le difficoltà: non è improbabile perdere il lavoro, tra crisi e precariato endemico e, nel caso, che cosa succederebbe al suo permesso di soggiorno? Il ragazzo, rimasto senza lavoro, deve comunicare il licenziamento alla Questura entro quaranta giorni, con un documento ufficiale che richiede carte da bollo per una spesa superiore ai 160 euro e, entro un anno, dovrebbe trovare un nuovo impiego, con contratto regolare.
Basta non perdere il lavoro, pensa Bashir. Ma si sbaglia: il permesso di soggiorno dura al massimo due anni e, per rinnovarlo, il ragazzo dovrà districarsi tra code all’alba davanti all’ufficio immigrazione e fatiche burocratiche.
Molto, molto faticoso essere un immigrato regolare, in Italia.

E allora Bashir si interroga. Si chiede se non sia più semplice assecondare il bisogno di viaggiare affidandosi ai suoi piedi, camminando fino a raggiungere le coste settentrionali dell’Africa e, lì, affidarsi a una carretta del mare e arrivare sano e salvo sull’altro lato, sperando che sia l’Italia. Gli scafisti sono dei criminali, è vero, ma magari costano un po’ meno e la procedura è senz’altro più semplice. Si spende per attraversare il Sahara: pizzi, pedaggi, rapine. E, una volta arrivati sulla costa, se si arriva, il prezzo della traversata dipende dalla provenienza, dalla necessità: anche qui, la legge del mercato. Più hai bisogno, più paghi: i siriani, gli afghani e gli iraniani pagano anche 6000 euro per solcare il Mediterraneo.

Qualunque decisione prenda, Bashir ha una certezza: gli toccherà, suo malgrado, rubare il lavoro agli italiani.
Se riuscisse a permettersi il lusso di un visto turistico e di un’assunzione regolare, dovrà far attenzione a non perdere il lavoro; non pretenderà quindi i diritti che pure gli spetterebbero in quanto lavoratore, per paura di essere licenziato. E se, nonostante tutto, dovesse perdere il lavoro, si offrirà a basso prezzo, perché ha solo un anno per trovarne un altro ed evitare di diventare clandestino.
Se invece si affidasse agli scafisti e fosse fortunato abbastanza da poterlo raccontare, sarebbe ancor più ricattabile: in fuga dalla legge, in attesa di sanatorie, sarà schiavo dei caporali, che lo obbligheranno a lavorare senza tutele e per pochi spiccioli, con la minaccia di denunciarlo.

Bashir vorrebbe raccontare la sua odissea agli italiani, spiegando loro con la sua storia che le politiche di repressione dell’immigrazione non fanno altro che rendere i migranti una minaccia ben più grave di quanto non siano: la concorrenza sleale della manodopera straniera a basso costo che danneggia i lavoratori italiani deriva proprio da quelle leggi che dovrebbero chiudere i confini dello Stato e dare, come direbbe qualche nostalgico, l’Italia agli italiani.
E poi, già che è in ballo, Bashir aggiungerebbe al discorso che la fortuna è un fatto di geografia, come canta una band italiana, che nessuno sceglie di nascere in Italia o in Nigeria e che quindi nessun merito sta alla base della cittadinanza. E che, più che le merci e i capitali, sono le persone ad avere il desiderio del viaggio. I nigeriani come Bashir abitano terre distrutte dalle multinazionali del petrolio, che riversano nei campi, nei fiumi e nel mare rifiuti tossici, inquinano l’atmosfera e attentano alla salute di intere popolazioni, ordiscono colpi di Stato e dittature militari; altri milioni di africani affrontano la carestia mentre le loro terre fertili vengono concesse a prezzi irrisori a imprese straniere che praticano agricoltura estensiva e impoveriscono il suolo. Nigeriani, senegalesi, somali, ucraini, filippini hanno lo stesso diritto di viaggiare dei giovani italiani in cerca di soggiorni esotici o culturali. E, se proprio è necessario che una delle due categorie sia ostacolata nella sua libertà di movimento, un’idea su chi sia più legittimato a cercare altrove il proprio futuro Bashir ce l’avrebbe.

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