Personaggi Precari di Vanni Santoni

downloadVanni Santoni
Personaggi precari
Voland, 2013
pp. 156, euro 13,00

 

CRISTINA

Cristina, trentadue anni, ingegnera, precaria in uno studio di progettazione. Si indigna perché è un mondo in cui contano più le borse dei libri; soffre perché anche lei, alla fine dei conti, preferisce le borse.

MARIANNA

Ovvero, come passare la gioventù a scartare con sdegno i “ribeuti” del paese, per poi prendersi un ribeuto d’importazione.

CLAUDE

Claude, trent’anni, editor di testi universitari, è caduto in una cupa malinconia, rinfocolata dalla solitudine e dall’ozio. Sta franando interiormente. Solo l’amore di Giulia lo tiene in qualche modo vivo, ma Claude, come a render completa la propria rovina, ha in serbo per lei una sorpresa assolutamente infame, di quelle che riescono ad essere a un tempo spregio, duro colpo e insulto.

C’è come un’atavica sofferenza nei Personaggi Precari di Vanni Santoni, che si snoda come una sottile linea di demarcazione tra gli spazi vuoti della pagina e le improvvise saturazioni del testo, a incorniciare tutto il libro (Edizioni Voland, ottobre 2013), atto, per il momento, conclusivo di un progetto letterario che vide la sua luce in rete, ormai quasi dieci anni fa, nel 2004.
L’idea, ora come allora, è quella di provare a raccontare sì la precarietà, ma utilizzando schemi e stilemi non consoni alla odierna letteratura sul genere, senza indugiare sul patetismo delle disagiate condizioni economiche, senza ammiccare forzosamente al crescente disagio delle relazioni umane.
Eppure, tutta sulla varia e debordante umanità, in fin dei conti, si concentra d’elezione la scrittura di Santoni: puntuale e brachilogica quando vuole risultare più tagliente, articolata e digressiva quando tenta un dialogo più empatico con il lettore e con la società tutta.
Molti, quindi, i Personaggi Precari, presentati tutti attraverso dettagli minuziosi, piccole e maldestre agnizioni del vivere quotidiano, compulsioni e tic di vario ordine e grado, a formare un puzzle umano quanto più possibilmente oggettivato, degno di una moderna école du regard, in cui la realtà prima di tutto appare sulla carta, sulla pagina prende forma e si mostra con gli occhi di chi legge e la penna di chi scrive per quello che semplicemente e straordinariamente è, un coacervo multiforme di pensieri in vivace contraddizione, di stili di vita banalissimi o totalmente inusuali, di comportamenti ironici e/o aberranti, uniti a piccole tenerezze casuali, a innate malinconie sottese.
La forma, in questo caso, si può davvero dire che permei completamente il contenuto, e viceversa, in un reciproco riconoscimento di luoghi, fisici e intimi, e soprattutto d’intenti.
Come sottolinea anche Raoul Bruni nell’ottima postfazione al volume, quelle di Vanni Santoni sono tutte micro-narrazioni, che s’innestano perfettamente sullo spazio bianco di una pagina che è sì spazio d’azione vitale ma che si scopre anche vuoto esistenziale e buco nero di una società che inghiotte, o pretenderebbe di farlo, qualunque tipo di risorsa umana.
Questa tecnica, a parer mio, è una delle più attendibili, sia a livello letterario che potremmo dire sociologico, attraverso la quale l’autore riesce a raccontare un’epoca in modo viscerale sì ma altrettanto preciso e soprattutto sincero.
Non colgo infingimenti né sfoggio di retorica nella lingua di Santoni, che spesso ricalca l’idioma quotidiano, talora s’inerpica su lidi più aulici, altre volte ancora si spinge su registri quasi triviali, ma mai davvero carnascialeschi.
Non c’è pretesa di superiorità, non sguardo supponente, c’è piuttosto aderenza a una materia che è, appunto, contenuto: persone come Personaggi, Precarietà come vita.

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