Zombie Love

di Ferruccio Mazzanti

Fuori automobili in fiamme. Siamo in tre. Io, Diana e John al secondo piano di una villetta in pieno centro di Verona, la città degli innamorati. John è un turista afroamericano rifugiatosi con noi dentro la scuola quando è scoppiato il casino. John è incredibilmente pallido. Trema. Ha paura. Ha degli strani scatti d’ira. Sono improvvisi e violenti, ma poi riprende il controllo. Guarda fuori dalla finestra e vede quelle cose che camminano per la strada. Tutte sporche di sangue camminano e non stanno ferme. Non sono vive. Non sono morte. Non sono più nostri amici o parenti o persone a cui chiedere l’ora. Sono goffe e stupide, ma piene di determinazione. Io e Diana siamo in un angolo della stanza. Diana piange. Io la stringo forte a me. Vorrei dirle che presto tutto si risolverà. Che le televisioni torneranno a trasmettere stupidi programmi di intrattenimento, che il microonde scalderà la nostra cena, che le automobili avranno il pieno di benzina, che il gelato sarà freddo.
John non spiccica una parola di italiano. Diana parla molto bene l’inglese. Io me la cavo ma non ho intenzione di aprire bocca. John ha una pistola in mano. Le sue mani tremano, la faccia è pallida. I suoi occhi sono pieni di terrore. Io e Diana siamo seduti con la schiena appoggiata alla parete bianca e i piedi rivolti verso la porta d’ingresso. La porta d’ingresso è una barricata di mobili. Non vogliamo che qualcuna di quelle cose piene di sangue entri in casa. Siamo intrappolati, è vero, ma non li vogliamo. I loro pugni battono contro le finestre del primo piano. Presto le sfonderanno e saliranno le scale fino al nostro appartamentino. Le loro urla non ci permettono di parlare tra di noi. Vorrei piangere, ma ho troppa paura per farlo.
«Ti amo tanto» Sussurro a Diana, che non riesce a smettere di singhiozzare.
Lei mi guarda con due occhi così. Porca troia quanto vorrei dirle che tutto si risolverà. Ho in mano un fucile. Ci sono solo sette colpi. Diana mi accarezza una guancia.
«Se divento una di quelle… ugh… cose, uccidimi»
«Tu non diventerai mai…»
«Per favore… ugh»
Non so cosa risponderle. Mi si chiude la gola. Guardo le sue labbra così desiderabili. Sono carnose e pallide, screpolate dal terrore. Le guance piene di graffi. Una ciocca di capelli strappata dal cranio: una rigonfia pozza di sangue e carne fresca. Dio mio quanto è bella.
«E tu – trovo finalmente la forza di dire – tu farai lo stesso per me?»
«No – raglia piangendo – non lo farò mai. Ti amo troppo… ugh»
«Allora dovrai correre il più veloce possibile»
«E tu, amore mio, dovrai acchiapparmi»
«Non scherzare su queste cose. Vedrai che tutto si risolverà»

John apre la finestra e comincia a gridare. Mette il braccio fuori dalla finestra e spara, spara, spara, spara. Alcune di quelle cose , colpite in piena fronte, cadono a terra, altre continuano a rialzarsi . Si rialzano come se nulla fosse. Devi distruggere il loro cervello. Spaccarlo con un’ascia, una mazza da baseball, con il tacco della scarpa. Calpesta la loro misera intelligenza. Fracassa la loro scatola cranica finché la grigia e poco resiliente materia opaca non spruzza fuori in piccoli, delicati brandelli di sinapsi inermi grondanti sangue scuro come i tuoi peggiori incubi. Devi farlo per sette miliardi di volte, a quanto so dalle ultime stime.
Quando eravamo nella scuola le ultime notizie ricevute via radio dai militari sostenevano che i sopravvissuti in tutto il pianeta terra erano appena settemila. Noi rintanati in quella scuola ci eravamo contati per ben ottantatre individui umani. Ne sono sopravvissuti solo tre. Uno è Diana; due sono io; tre è John: in ordine di importanza. Quindi in questo momento ci sono meno di settemila persone che corrono da un edificio all’altro sparando contro cadaveri in marcia. Settemila espressioni di terrore che gridano con tutta la forza che hanno in corpo. Gridano e si fanno largo e se vengono morsi, dopo qualche ora si accasciano a terra, hanno crisi epilettiche, vomitano sangue e diventano una di quelle cose, una di quelle cose con cui non puoi parlare perché non ti capisce, perché pensa solo a te, a te che sei ancora vivo. E ti desidera con tutta la pazienza di un cadavere.

«Stooooppp! John! Stop!»
John smette di sparare. Chiude la finestra. Cammina in su e in giù per la stanza. Ha le mani sulla testa rasata. Tira calci all’aria, inciampa sul tappeto. Cade a terra. Si rialza. Tira un pugno contro il muro. Grida. Ci guarda e grida.
«Amore mio – dico a Diana – non ti abbandonerò mai. Starò sempre dietro di te, per proteggerti»
Diana sta tremando. La amo così tanto. Amo i suoi seni. I suoi fianchi. Amo le sue lacrime, il terrore dipinto in volto e il sangue che le cola dalle ferite.
John ci guarda e grida. John è sempre più pallido. È nevrotico. È impaurito. Grida. Poi si calma e scoppia a piangere. È da quando siamo scappati dalla scuola che non ha più avuto la forza per parlare. È crollato psicologicamente. Sono preoccupato. Non so se questa casa è sicura. Stanotte salirò sul tetto e mentre quelle cose urlano e si divorano a vicenda, guarderò con Diana le stelle. Le mostrerò qual è l’Orsa Maggiore e la cintura di Orione. Le sbottonerò la camicia. Bacerò le sue labbra screpolate e sulle tegole viscide faremo l’amore.

Dopo due ore John è decisamente troppo bianco. I suoi occhi si sono arrossati. Sta cominciando ad avere delle strane movenze. Sembra eccessivamente nevrotico. Sembra che gli stia per venire una crisi epilettica.
Diana gli chiede se ha qualcosa da dirci. John non sembra nel pieno delle sue facoltà mentali. Ci guarda con odio. All’improvviso cede. Piange.
«John?»
Lui solleva la manica della camicia e mostra una ferita. È carne putrida, nera, in cancrena. Negli occhi di John c’è sarcasmo. È pallido. Sorride. Si alza in piedi e grida contro di noi. Io e Diana ci appiattiamo contro la parete il più lontano possibile. John si avvicina. Imbraccio il fucile e glielo punto contro. Lui fa una faccia inorridita. Si volta, va verso la finestra. La apre e fa per buttarsi di sotto, ma proprio in quel momento è preso da una forte convulsione. Si accascia su un tappeto persiano di gran valore. Vomita sangue. Diana prende in mano un coltello che ha trovato per terra. Le convulsioni finiscono.
Pensate a quanto gelato si sta sciogliendo nei frigoriferi senza più energia elettrica. Il cadavere di John è immobile. Mi avvicino. Devo fare in fretta. Devo buttarlo dalla finestra prima che si rialzi. Lo prendo per le braccia. Diana mi aiuta. Lo sollevo di peso. Lo avvicino alla finestra. Faccio per buttarlo di sotto. Mi dispiace John. Mi dispiace. Sto per scaraventarlo giù. Quando lui apre gli occhi e con una forza disarmante mi afferra un braccio e ci avvicina la sua bocca profumata di morte.

Diana è tutta sporca di sangue. Sta ansimando. Ha piantato il coltello esattamente al centro del cranio di John. Il sangue le ha sporcato la camicetta. È così bella Diana. Io la amo tanto. Diana ansima e mi guarda con orrore. A me gira la testa. Pensate a quanto deve essere sceso il costo della benzina negli ultimi mesi. Sento come delle scosse elettriche che mi percorrono il corpo. Mi sento la febbre.
Sono disteso per terra. Se guardo Diana la desidero troppo. Voglio fare l’amore con lei. La sua carne. La sua carne è talmente bella e viva. Deve essere così buona. Vorrei sprofondarci dentro. Vorrei che si fondesse con me. Io l’amo. L’amo con tutto me stesso ed ora, ora la inseguirò fino a che non l’avrò presa e mangiata viva.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: