Lo zio cieco e il cavalluccio marino

di Nicola Pezzoli

La Passeggiata è intagliata nella roccia a sovrastare la spiaggia e il borgo vecchio, a strapiombo. Separate da aiuole di fiori e piante esotiche, alcune panchine che sembrano nuove, o riverniciate da poco. Seduti su una di queste, vediamo (vedo) lo stropicciarsi del mare sul punto di diventare furioso. Il molo sembra un animale anfibio indeciso se immergersi nelle creste di spuma o ritornare indietro.
Un primo giorno al mare col tempo brutto tendente allo stronzo, anche se per ora non piove. La mamma e la zia sono andate a far compere. Io sono uscito a passeggiare con lo zio Dilvo, e adesso siamo seduti come a teatro: dai posti più alti in galleria posso godere lo spettacolo vertiginoso del mare, che fa quasi paura. Lo zio Dilvo non mi chiede cosa sto vedendo. Anzi sembra che da un momento all’altro debba aprire bocca per svelarmelo lui.
Dal canto mio, memore delle parole della zia, mi guardo bene dall’improvvisare inutili descrizioni da diapositiva, che se fossi cieco romperebbero i maroni pure a me. Stiamo a lungo zitti, poi parliamo. “Questo mare mi spaventa un po’, zio. È vero che dopo un metro già non si tocca?”
Lui allunga una mano e me la posa in un abbraccio-carezza sulla spalla da lui più lontana, dopo averla a lungo cercata come in una caccia al tesoro. “Sei il nostro cavalluccio marino?”, mi dice. “I cavallucci marini, quasi nessuno lo sa, non sono per niente dei grandi nuotatori, sai? Hanno deboli pinne, piccinine, e in mari agitati possono morire di fatica. Ed è il maschio a portare in grembo i piccoli e a partorire!”
Ecco, prima che lui mi parlasse ero un bambino spaventato e confuso. Dopo quelle due ultime frasi, lo ero diventato il doppio. Paragonato a quei simpatici ghiribizzi della natura, cominciai a immaginarmi moglio incinto, ma non riuscivo a decidere se il contributo alla gravidanza doveva essere portato da un altro maschio oppure da una femmina, una marita come quelle dei cavallucci. Le quali, come avrei imparato tempo dopo a scuola, depongono effettivamente le uova dentro sacche incubatrici di cui sono dotati i maschi.
Confuso è dire poco. Eppure gli fui grato del modo dolce in cui mi confondeva.
“Però non è vero che non si tocca dopo un metro”, aggiunse. “Sono almeno due, e in certi punti addirittura tre”.

Nel pomeriggio, una pioggia battente che sembrava non dover finire mai. Io e la mamma ci avventurammo fra le viuzze e i vicoli del borgo vecchio di Marina, calpestando il pavé color salmone, stupendoci per la stranezza di quell’essere al mare sotto i parapioggia invece che sotto ombrelloni da spiaggia – quel mare di cui di continuo avvertivi presenza e profumo anche se nascosto da sipari di intonaci fatiscenti – ma soprattutto, fra un sorriso e uno starnuto, raccontandoci con gli sguardi e il delicato stringersi della mia mano nella sua la bellezza inaspettata e incredibile dell’essere lì, a sperimentare sulla pelle e nel respiro quello che sembrava un mare novembrino, ma di un novembre mite mite, che mescola ancora abbronzatura e golfini, gradini scivolosi e tepore, giacche a vento e camicette arabescate, stivali di gomma e sandali, sotto un’acqua sbarazzina che scorrazza in mille rivoli e destinata presto a ritornare nuvola di zucchero filato.
Era come un incantesimo capace di raddoppiare, non in lunghezza ma in profondità, il tempo della vacanza: quel vagare fra palme e negozi (con lei che sussurrava dolcemente la canzone: “La pioggia… non bagna il nostro amore quando viene giù…”) dilatava i pori e le emozioni e già ti annunciava che quell’atmosfera non sarebbe stata, nel ricordo, meno indelebile dei tanti altri giorni passati a giocare felice sulla sabbia.
I momenti più belli furono l’entrare in una semibuia bottega di pasticceria non per fare merenda ma per comprare la cena, e poi, all’imbrunire, gustare con gli zii nella loro casetta un caffelatte dal sapore invernale insieme ai pasticcini portati da noi, mentre fuori la pioggia che non vedevi quasi più continuava a farti compagnia sotto forma di scroscio trattenuto, di velato rumore. Tutto contribuiva a rendere più intimo lo stare insieme, come una cena sottocoperta a bordo di una barca in alto mare.
Alla fine sono stato io a non trattenere un rumore: “Eet…cìììì!”
“Crepabestia!” ha esclamato la zia Fernanda lasciandomi incredulo, perché mi aspettavo il solito “salute”. Dopo mi ha spiegato che è un loro modo di dire, e che naturalmente è rivolto al virus, non alla persona. Però fa sbellicare, e la prima volta ci resti di stucco.

Prima di andare a dormire, lo zio Dilvo mi chiese se sapevo giocare e scacchi, e propose di fare una partita sul tavolo della saletta da pranzo. La scacchiera era normale, perché gli scacchi sono cose solide, che si toccano. Non come le carte, che hanno solo due dimensioni e ci vuole il mazzo per ciechi. C’erano delle lettere dalla mia parte e dei numeri sulla sinistra per identificare le caselle, ma questa non era una cosa per ciechi, era una cosa di tutte le scacchiere decenti, ci tenne a precisare lo zio. Mi spiegò che non dovevo far altro che dichiarare le coordinate di ogni mia mossa. Per esempio, se sviluppavo il cavallo di destra dalla sua casa di partenza in g1 verso il centro dovevo dire “Cavallo in f3”.
Fu una lunga partita, bella e avvincente, e la vinse lui, al termine di un attacco devastante con spaventoso sacrificio di pezzi: un vero macello di regine, alfieri e cavalli, pedoni fatti a fette e torri sbriciolate con la dinamite. Alla fine, sul campo di battaglia, i miei pezzi bianchi rimasti in piedi erano più numerosi dei suoi pezzi neri, decimati e quasi estinti. Ma questo non contava, perché lo Scacco Matto me l’aveva inflitto lui.
La cosa incredibile è che in ogni momento lo zio Dilvo aveva saputo con esattezza dove si trovavano tutti i miei pezzi e tutti i suoi, perché aveva memorizzato le mosse che io gli dicevo tramite i numeri e le lettere, e ricordava tutte le mosse che aveva fatto lui. Non commise mai il più piccolo errore, non gli successe mai di muovere un pezzo per metterlo in un posto dove non avrebbe potuto per via della strada intralciata, ad esempio, da un suo pedone di cui si fosse scordato l’ubicazione, né li toccava mai per avere conferma di dov’erano, né i miei pezzi né i suoi. Toccava solo quello da muovere ed eventualmente quello da mangiare, come da regolamento. Solo qualche volta li poneva un po’ scentrati rispetto alla casella voluta, allora col suo permesso li accomodavo io. A un certo punto, per metterlo un po’ scioccamente alla prova, avevo sbagliato di proposito a dichiarare una mossa. “Quella torre è in h6!” aveva protestato lui, “come diamine fai a spostarla in g7? Non farmi incazzare, Dio Schifoso!”

Più tempo passavo con lui, più scoprivo il lato dello zio Dilvo sboccato e volgare. Scoprivo il suo lato di essere umano che si innervosiva e si arrabbiava, che malediceva il cielo per la sua disgrazia, che viveva sgomento nel suo buio con inevitabile e inconsolabile angoscia. E se questi suoi lati inattesi mi andavano benissimo nei momenti scherzosi, o nel gioco, mi lasciarono sulle prime esterrefatto e quasi spaventato in quelli rabbiosi, che erano vere e proprie esplosioni.
Ma se il contatto con la loro vera personalità di tutti i giorni, e quindi con i loro difetti, può farti apparire le persone sconcertanti, o addirittura sgradevoli, in un secondo tempo te le rende solo più vere. Sapere che lo zio Dilvo, lo stoico e divino Zio Cieco delle dolci telefonate alla mamma, è uno che s’incazza e dice le parolacce, sulle prime ti fa rimaner male, ma poi lo abbracceresti così stretto da non staccarti più.

Che strano però: il primo giorno al mare pareva un autunno piovoso, e io lo trovai così bello che i giorni li avrei voluti tutti così.

9 Responses to Lo zio cieco e il cavalluccio marino

  1. Zio Scriba scrive:

    Ringrazio “Scrittori precari” per la splendida ospitalità, e l’Amico e collega Paolo Zardi per avermi fatto conoscere questo interessante blog.

  2. cristiana2011 scrive:

    Grazie dell’assaggio delizioso, Nicola!
    Non farci sospirare troppo.
    Cristiana

  3. Se questo è soltanto un assaggio sono certo che il resto sarà più bello e interessante.

  4. Paolo Zardi scrive:

    Grande pezzo e.. non vedo l’ora!😉

  5. amanda scrive:

    promette sempre meglio questa tua nuova creatura Zio

  6. Paolo scrive:

    Grande Zio Nick, ogni tanto ti incrocio per caso (ma non per le vie del nostro paesello) ed è sempre una goduria.

  7. felinità scrive:

    Ti odio Nicola, riesci a commuovermi anche in giornate in cui lo Zio Dilvo sembra calmo e serafico sempre al mio confronto. Ma ti adoro anche perchè mi fai sorridere e riconciliare con il mondo anche in giornate così …….. baci e fusa

  8. chicchina scrive:

    Promette bene anche questa tua nuova creatura.Io sono alle prese con la tua precedente creazione..

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