Il capitale umano

1559478_10151952972779748_1943187220_odi Francesca Fiorletta

In termini economici si definisce “capitale umano” l’insieme delle relazioni familiari, sociali e lavorative che regolano l’aspettativa di vita di un individuo.
L’ultimo film di Paolo Virzì, da poco uscito nelle sale e già quasi record di incassi, è un esempio lucido e folgorante dell’incolmabile dicotomia che c’è oggi in Italia fra i ricchi (che scopriamo essere veramente ricchi, ricchissimi) e le classi borghesi medio-basse.
La vicenda, liberamente tratta dall’omonimo thriller di Stephen Amidon (Mondadori, Oscar Contemporanea 2008), è presto raccontata: un cameriere, quasi sicuramente assunto a cottimo, viene investito da un SUV mentre torna a casa in bicicletta dopo una serata di lavoro. Chi ha compiuto l’atroce gesto?
Siamo in Brianza, una Brianza innevata e boschiva, dove il sole però sembra splendere senza sosta sulle abitazioni dei più abbienti: ville monumentali, saune e campi da tennis, salette di proiezione privata e aerei pronti a sfrecciare a giorni alterni sulla rotta viva dell’accrescimento finanziario.
Un ambiente che può far gola, e molta. Ecco spiegata la figura che definirei emblema dell’intera pellicola: Dino Ossola (magistralmente impersonato da un insopportabile Fabrizio Bentivoglio) è un borghesuccio piccolo piccolo, abbacinato dagli sfarzi del bel mondo e pervaso da un’incontenibile, benché ignorantissima, sete di potere, che prima porterà sul lastrico la sua famiglia e poi lo spingerà a diventare persino un ricattatore, e della tipologia più viscida.
La sua compagna, (una Valeria Golino stranamente non protagonista e meno sospirosa del solito), è una psicologa, incinta di due gemelli; Ossola non la degna della benché minima attenzione, s’infastidisce persino quando lei, durante un ricevimento di gala, ha un malore e gli chiede di accompagnarla in ospedale, facendogli perdere l’occasione di sedere allo stesso tavolo del suo personalissimo eroe della finanza, Giovanni Bernaschi (l’oltremodo affascinante Fabrizio Gifuni).
Altra figura tipologica è quella di Carla (Valeria Bruni Tedeschi, procace e svampita come solo le donne di una certa classe sociale riescono a sembrare, invero): la depressa signora Bernaschi, attrice mancata, si concede alla fine un unico momento di passione extraconiugale, e poi immediatamente lo rifugge, consapevole di appartenere a un destino già segnato e ineludibile. Sua è la frase che racchiude bene l’intero film, che rivolgerà al marito durante una delle lussuosissime e chiacchierate feste di palazzo: “Avete scommesso sulla rovina di questo paese, e avete vinto”.
Questi sono i ricchi, dunque. Dall’altra parte ci sono i non (ancora) corrotti: i giovani, i disadattati, gli apparentemente (e anche economicamente) reietti della società, che nel solito voltafaccia dei ruoli, assecondando l’ormai doverosa legge del contrappasso, paiono finalmente riscattare l’animo umano, pur (anzi, proprio) scontandone le innumerevoli e forse infinite pene.
Fin troppo facili sono le critiche da poter muovere alla pellicola: l’esasperante banalizzazione di ruoli e tematiche, il ritratto spesso e volentieri macchiettistico dei personaggi, una certa poca innovazione nella scelta del montaggio, tutto giocato sui flashback e i cambi di prospettive.
Più di tutto, l’impressione che si ricava è di pochissimo stupore. Virzì, insieme anche a Francesco Piccolo, che ne ha curato la sceneggiatura, non sembra cercare un vero scambio con lo spettatore: in definitiva, il film scorre via quasi come una lectio magistralis, impartita a tinte più o meno fosche al pubblico che guarda, e che non si stupisce praticamente mai di ciò che vede rappresentato.
Non parlo di colpi di scena o di effetti speciali, ma proprio del tono drammatico e dell’intenzione autoriale, per così dire, e questo forse è un problema che accomuna parecchi registi italiani di oggi.
Sembra che la realtà contemporanea, gli schemi sociali, l’andamento medio delle vite quotidiane così come gli intrighi più o meno celati della politica economica e persino della giustizia legale, siano assunti talmente tanto come dati di fatto inconfutabili, che non si cerca nemmeno più un modo diverso, innovativo o dirompente per trattarli sul grande schermo.
Resta però forte, a parer mio, il valore documentario dell’intera operazione, tutto racchiuso in alcuni delicati e implacabili fotogrammi: le urla disperate di Serena, figlia di Ossola, l’unica a cui sembra pulsare ancora del sangue nelle vene, e la risibile stima monetaria attribuita alla vita del povero ciclista ucciso, a chiudere un cerchio capitalistico, appunto, macilento e oltraggioso.
Se i ragazzi sono l’unica luce di pacata speranza che propone Virzì, è pur vero che alla fine del film si esce dalla sala con in testa un noto detto popolare: “Piove sempre sul bagnato”. Senza stupore.

3 Responses to Il capitale umano

  1. Estelin scrive:

    L’ho visto proprio ieri sera e mi accingevo a farne una piccola recensione. Mi trovo molto in sintonia con questo articolo,il film è efficace nella sua amara analisi sociale e riesce ad essere documentario ma anche narratologicamente perfetto,avvincente e appassionante.🙂

  2. Roberto Mariotti scrive:

    ” … il film scorre via quasi come una lectio magistralis, impartita a tinte più o meno fosche al pubblico che guarda, e che non si stupisce praticamente mai di ciò che vede rappresentato … ”

    Il che tuttavia, corrisponde esattamente al modo con cui noi viviamo quella che tu hai chiamato “dicotomia” tra i ricchi e le classi medio-basse.
    Sarebbe non soltanto da stupirsi e poi anche da indignarsi, ma addirittura da rifiutare drasticamente, forse anche “violentemente”, invece la accettiamo acriticamente e quasi supinamente.

    Quindi il film potrebbe aver colto proprio questo aspetto, no?

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