La reunion

005beatlessgtpepper1967xw9di Paolo Clarà

Mi chiamo John e sono la voce dei Beatles.
Il ragazzo che abita qui, di nome fa Paul, come il nostro bassista. Passa la maggior parte del tempo a leggere con le gambe distese su un divano a L vicino alla finestra e ascolta musica rock. Ha una collezione infinita di dischi e, tra questi, c’è anche la copertina di cui faccio parte. Il mio mondo è racchiuso nello spazio quadrato che condivido con il resto della band e moltissime altre persone. In primo piano, c’è la grancassa della Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Io e gli altri musicisti siamo vestiti come soldati dell’Esercito della Salvezza, armati di ottoni per risollevare gli animi a forza di colpi sonori.
Nella foto di gruppo saremo almeno in sessanta. Secondo Paul, il nostro è uno degli album migliori di sempre. Sono sicuro che lo pensi, perché dividiamo il ripiano centrale della sua libreria con My Generation degli Who e London Calling dei Clash. Ha trovato il nostro disco poco tempo fa in una cantina dove abbiamo vissuto per anni insieme ad altri oggetti dimenticati. Pezzi di antiquariato di cui non saprei definire il valore, soprattutto con quella coltre di polvere addosso. Il nostro futuro coinquilino, con le lacrime agli occhi, ha preso in consegna il long playing, fregandosene del resto dello scatolone. Ha abbracciato la proprietaria ed è corso a casa, impaziente di esporre in salotto il prezioso vinile.
Non si è ancora deciso ad ascoltarci. Non credo sia per mancanza di fiducia, anche se in questo disco suoniamo con un nome che non è il nostro. Ascolta musica buona e ci conosce benissimo. Però, al momento, preferisce solo avvicinarsi. Prende la copertina in mano e ci osserva da vicino, senza osare troppo. Come se non si sentisse ancora pronto per approfondire.
Comunque, lo capisco. Se penso a quanto potrei essere io in soggezione là fuori. Gli altri invece hanno smesso di sopportarlo già da un pezzo. George si lamenta in continuazione. Mi chiedo dove sia finito il vecchio santone di una volta. Paul gli sta antipatico, non è soddisfatto del locale e odia lo stupido cappello piumato che porta in testa. “A cosa deve ridursi un artista, guardate qua”, polemizza allargando le braccia.
“Ma che t’importa dell’uniforme, George…”, gli dico. “Quello che conta non è tornare sul palco? È solo questo che la gente vuole.”
Non lo convinco. Si gira dall’altra parte e risponde che lui, vestito da babbeo, non suonerà. “Neppure se in questa stanza ci fosse la Regina al posto di quell’idiota”, aggiunge risentito. Ma so che cambierà idea se davvero dovesse capitare.
Il ragazzo è indeciso, non sa quale disco mettere sul piatto. Getta occhiate insicure agli scaffali e io vorrei che pensasse a noi. La strana smorfia che ha in faccia è il sorriso di un bambino terribile che si appresta a combinare un guaio. Paul, che per l’occasione stringe un lungo oboe in mano al posto del basso, non scolla lo sguardo da questa espressione e sembra volergli mandare un messaggio subliminale. Ringo continua a picchiettare con le dita sul tamburo, un gesto di cui ormai non si rende più conto.
Ora è a due spanne dal nostro ripiano. Tratteniamo a fatica il respiro come una forma di riverenza, anche se sappiamo che non può sentirci. Viviamo su frequenze diverse rispetto agli umani. Sfoglia la fila di dischi che ci precede e, finalmente, allunga la mano verso di noi. Restiamo inermi, per qualche istante, in pugno alla sua presa tentacolare. Qualcuno si lamenta quando il ragazzo ci solleva per guardarci da vicino e temo davvero che stavolta si accorga. Mi sembra di essere come Ulisse nelle mani del Ciclope. Ci tasta con le dita, vuole toccare le parti vive di un oggetto che, solo in apparenza, è di cartone.
Poi, senza pensarci troppo, ne estrae il contenuto. I baffi finti, le mostrine. È la prima volta che arriva a tanto. Inclina la copertina e finalmente il vinile spunta dalla busta. E’ nero, brillante come se non fosse mai stato suonato.
“Paul, quanti saranno?”
“Saranno chi?”, sussurra in un silenzio difficile da sostenere.
“Le persone che ci portiamo dietro.”
Indico le file che hanno ripreso a rumoreggiare alle nostre spalle. È venuto a vederci anche Bob Dylan, accompagnato da una sconosciuta con un cappello a strisce.
“Sessantasette”, trema con la voce, “comprese le nostre quattro statue di cera.” Qualcuno si è preso la briga di portare alla festa anche questi orrendi gadget che la casa discografica si è inventata per vendere di più. “Peraltro”, fa notare George, “la sala è calda e rischiamo di trovarle sciolte alla fine del concerto.”
Dice concerto perché ormai è evidente che torneremo a suonare. Sento già i miei compagni accordare gli strumenti e il pubblico bisbigliare. La puntina produce lo sfrigolio che precede le prime note, mentre noi avanziamo sicuri su una strada segnata. Stiamo girando nei solchi già scritti della nostra vita nuova.

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