Il diario sentimentale di Eva Schwarz

di Domenico Caringella

27 gennaio

Caro il mio diario,

come avevo anticipato ieri dopo aver descritto lo sguardo di Jurgen e quello che mi ha detto davanti a tutti (secondo me stiamo insieme, Andrea dice di no, ma io sono sicura), oggi è il Giorno della Memoria. Me lo sono ricordato senza leggere però. Ah ah! Comunque anche oggi Jurgen mi ha guardato tanto. Ma quant’è bello? E quanto è biondo? Il giorno in cui la Kirchener ha tenuto la lezione sui Nibelunghi ho pensato a lui, i suoi capelli come grano e gli occhi dello stesso colore del lago in Austria dell’estate scorsa. Ma l’Austria non farebbe prima a entrare in Germania, come abbiamo fatto noi dell’Est? È già successo mi pare.
I nomi sono importanti: Jurgen è militaresco, e anche lui lo è in un certo senso, ma Sigfried sarebbe stata un’altra cosa, e invece l’unico Sigfried che conosco è al secondo banco, da dove mi offre il suo profilo vagamente giudeo, adunco e cattivo; è gracile, e i capelli sono scuri ma in una maniera strana, torbida, una specie di degradazione spiacevole del castano. Sarà pure figlio di un banchiere, ma che me ne importa dei soldi? Dei suoi soprattutto. Chissà come se li è fatti la sua famiglia. Anzi lo so. Dicono che i suoi nonni sono andati in America appena in tempo e poi sono tornati, di nuovo al momento giusto, con le macerie che fumavano ancora, i sensi di colpa di chi era rimasto vivo e il mercato che era un pascolo. Jurgen se li meriterebbe tutti quei soldi, piuttosto, e se li farà senz’altro.
Comunque, alla terza ora, per questa faccenda della Memoria, abbiamo incontrato un vecchio, un tale Zimmermann. Il solito sopravvissuto con un numero tatuato su un braccio, ci siamo dette io e Andrea, che ci racconterà la storia trita e ritrita. Dei nazi, della fame etc. Beh, io Zimmermann non me lo dimenticherò mai più. Vi dico perché. È stato breve. Il numero effettivamente ce l’aveva, l’ha mostrato per copione credo o come un documento di identità, una prova. Però ci ha spiazzato, ha detto che a lui il campo gli ha salvato la vita! Non c’era stato un giorno della sua giovinezza, prima del rastrellamento, in cui non aveva desiderato di morire, senza mai trovare il coraggio di darsi una mossa. E aveva preso la deportazione come un’opportunità preziosa e irripetibile. Poi ci avevano pensato la baracca e la crudeltà infinita di tutto e di tutti a cambiarlo giorno dopo giorno, a fargli amare per sempre la sua vita senza senso come quella degli altri nessuno escluso, a renderlo felice del pasto rancido e della luce avara e senza sole di quel posto senza pace. Io sono intervenuta a quel punto e gli ho detto che allora non era del tutto sbagliato quello che si sente in giro, che il lager non era solo morte e prostrazione, che spesso si esagera soltanto. Lui non ha risposto né ha continuato, e già un minuto dopo era fuori dall’aula. Noi abbiamo continuato la lezione di storia, poi un’ora di tedesco, poi stop.
Ah, la cosa più importante. Jurgen all’uscita mi ha chiesto se poteva accompagnarmi a casa. Secondo Andrea avrei dovuto dirgli di no, ma io non ho resistito e ho accettato. È il giorno della memoria e questo ricordo me lo porterò dietro tutta la vita, io e lui verso casa. Mentre camminavamo ho visto Zimmermann più avanti. Sembrava aspettare proprio noi, perché ci ha guardati a distanza, come se ci avesse messi in un mirino. Quando gli siamo passati davanti ha guardato in silenzio, ma solo me, e con un odio che non riesco a descrivere né a spiegarmi. Jurgen ha stretto il pugno ma io l’ho fermato in tempo. È dolcissimo. In ogni caso, questa giornata memorabile non è riuscito a rovinarmela quel vecchio di merda.

Eva

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