Il capitale umano

1559478_10151952972779748_1943187220_odi Francesca Fiorletta

In termini economici si definisce “capitale umano” l’insieme delle relazioni familiari, sociali e lavorative che regolano l’aspettativa di vita di un individuo.
L’ultimo film di Paolo Virzì, da poco uscito nelle sale e già quasi record di incassi, è un esempio lucido e folgorante dell’incolmabile dicotomia che c’è oggi in Italia fra i ricchi (che scopriamo essere veramente ricchi, ricchissimi) e le classi borghesi medio-basse.
La vicenda, liberamente tratta dall’omonimo thriller di Stephen Amidon (Mondadori, Oscar Contemporanea 2008), è presto raccontata: un cameriere, quasi sicuramente assunto a cottimo, viene investito da un SUV mentre torna a casa in bicicletta dopo una serata di lavoro. Chi ha compiuto l’atroce gesto? Leggi il resto dell’articolo

Lo zio cieco e il cavalluccio marino

di Nicola Pezzoli

La Passeggiata è intagliata nella roccia a sovrastare la spiaggia e il borgo vecchio, a strapiombo. Separate da aiuole di fiori e piante esotiche, alcune panchine che sembrano nuove, o riverniciate da poco. Seduti su una di queste, vediamo (vedo) lo stropicciarsi del mare sul punto di diventare furioso. Il molo sembra un animale anfibio indeciso se immergersi nelle creste di spuma o ritornare indietro.
Un primo giorno al mare col tempo brutto tendente allo stronzo, anche se per ora non piove. La mamma e la zia sono andate a far compere. Io sono uscito a passeggiare con lo zio Dilvo, e adesso siamo seduti come a teatro: dai posti più alti in galleria posso godere lo spettacolo vertiginoso del mare, che fa quasi paura. Lo zio Dilvo non mi chiede cosa sto vedendo. Anzi sembra che da un momento all’altro debba aprire bocca per svelarmelo lui.
Dal canto mio, memore delle parole della zia, mi guardo bene dall’improvvisare inutili descrizioni da diapositiva, che se fossi cieco romperebbero i maroni pure a me. Stiamo a lungo zitti, poi parliamo. “Questo mare mi spaventa un po’, zio. È vero che dopo un metro già non si tocca?”
Lui allunga una mano e me la posa in un abbraccio-carezza sulla spalla da lui più lontana, dopo averla a lungo cercata come in una caccia al tesoro. “Sei il nostro cavalluccio marino?”, mi dice. “I cavallucci marini, quasi nessuno lo sa, non sono per niente dei grandi nuotatori, sai? Hanno deboli pinne, piccinine, e in mari agitati possono morire di fatica. Ed è il maschio a portare in grembo i piccoli e a partorire!”
Ecco, prima che lui mi parlasse ero un bambino spaventato e confuso. Dopo quelle due ultime frasi, lo ero diventato il doppio. Paragonato a quei simpatici ghiribizzi della natura, cominciai a immaginarmi moglio incinto, ma non riuscivo a Leggi il resto dell’articolo

Tre poesie di Alberto Rossi

globo

Come canta una città dalle nove alle nove

Se DF ha una fine
allora anche Milano ha una fine.
Se Milano ha una fine
allora anche Dublino ha una fine.
Solo si sposta qualche metro
più in là, e non basta il divertito
squallore valpurgico dei suburbensi,
che giocano col sangue e le macerie,
senza che si possa chiedere al
destino di far loro un sorriso.
Lì nondimeno l’ente è rovesciato,
ne rimane l’orfana acqua boll,
eppure questa fine non ha fine;

o che sia lo scempio dei suoi
giorni inglesi, d’oggi, a
tracciarne la fine:
che la storia è finita, quando s’è ancor Leggi il resto dell’articolo

Zombie Love

di Ferruccio Mazzanti

Fuori automobili in fiamme. Siamo in tre. Io, Diana e John al secondo piano di una villetta in pieno centro di Verona, la città degli innamorati. John è un turista afroamericano rifugiatosi con noi dentro la scuola quando è scoppiato il casino. John è incredibilmente pallido. Trema. Ha paura. Ha degli strani scatti d’ira. Sono improvvisi e violenti, ma poi riprende il controllo. Guarda fuori dalla finestra e vede quelle cose che camminano per la strada. Tutte sporche di sangue camminano e non stanno ferme. Non sono vive. Non sono morte. Non sono più nostri amici o parenti o persone a cui chiedere l’ora. Sono goffe e stupide, ma piene di determinazione. Io e Diana siamo in un angolo della stanza. Diana piange. Io la stringo forte a me. Vorrei dirle che presto tutto si risolverà. Che le televisioni torneranno a trasmettere stupidi programmi di intrattenimento, che il microonde scalderà la nostra cena, che le automobili avranno il pieno di benzina, che il gelato sarà freddo.
John non spiccica una parola di italiano. Diana parla molto bene l’inglese. Io me la cavo ma non ho intenzione di aprire bocca. John ha una pistola in mano. Le sue Leggi il resto dell’articolo

Il turbante rosso

di Ennio Canallegri

L’altra notte ho sognato che io e il mio amico William Kessel Pacinotti ci incontravamo a Kensington Park. Avevamo tutti e due i capelli rossi ma eravamo proprio noi. Ci incrociavamo per puro caso, anche se io subito gli consegnavo una busta sigillata con la ceralacca e il timbro postale del mese prima, con dentro un foglio con in calce la mia firma autenticata da Guido Pancaldi in cui prevedevo con estrema esattezza l’ora e il luogo dell’incontro, gli abiti che avremmo indossato e soprattutto la cosa dei capelli rossi (nda, con questo coup de theatre mi portavo definitivamente a casa il primo premio della gara di telepatia di quell’anno). Will prendeva la cosa con filosofia e precisamente con filosofia razionalista, perché riconosceva finalmente di aver sempre sbagliato l’approccio, che l’empirismo era una boiata e che la conoscenza umana non deriva dall’esperienza.
Guardandoci attorno notavamo che anche il giardino dava da pensare: nel laghetto nuotava un Leggi il resto dell’articolo

Oggi

di Simone Lisi

Ho passato le ultime giornate a non fare niente. Cosa non da poco. Alle volte ho cucinato per mia madre. Ho passato molto tempo sul computer, a osservare i lievissimi spostamenti di status, le sottili modificazioni di umore dei miei contatti Facebook e dei loro rispettivi contatti, che sono gli amici degli amici; così che poi, se un giorno li dovessi incontrare per strada, se solo uscissi, magari potrei anche riconoscere. Allora mi fermerei un attimo a pensare: ma dove l’ho conosciuto questo? Non l’ho conosciuto, l’ho solo visto, ma non c’è solo questo. Ho anche letto che cosa Leggi il resto dell’articolo

La nobiltà della sconfitta – Yamaguchi Tsutomu

di Giulia Martino

Yamaguchi Tsutomu, giovane ingegnere della Mistubishi residente a Nagasaki, è in viaggio di lavoro a Hiroshima insieme a due colleghi. È il 6 agosto 1945.
Sono le 8.15 di mattina. Sceso dal tram, Yamaguchi sente il motore di un aereo che passa sopra la città

eppure si muove a fatica, perché porta il peso immenso, la responsabilità oscena di migliaia di morti in potenza: ci si stupisce di come Enola Gay sia riuscito a volare. Uomini, donne, bambini ancora camminano, mancano pochi secondi, loro non sanno, le lancette degli ultimi secondi non fanno mai rumore. Yamaguchi San intuisce qualcosa

ma non ha il tempo di pensare. Una luce troppo bianca lo acceca per alcune ore, un suono impossibile da udire gli distrugge il timpano sinistro. Non ha ancora capito

che Little Boy è esploso 580 metri sopra la città. Che ha spazzato via migliaia di persone, ma non lui – lui deve vivere, ma per ora è solo chiaro

che ha il petto pieno di sangue. Quel petto dovrà tenerlo fasciato per 12 anni, a causa delle ustioni terribili che lo hanno segnato.
Hiroshima non esiste più. Yamaguchi San viene ricoverato in Leggi il resto dell’articolo

Oltre il passato

di Giovanni Agnoloni

Alla fermata non passavano autobus. Non gli restava che mettersi in marcia.
Seamus si trovava a tre chilometri da Greve in Chianti, quando quell’uomo l’aveva fatto scendere. Un passaggio non può durare per sempre. Camminare nel freddo di gennaio non era così terribile, anche perché, nonostante il buio incipiente, si stava piuttosto bene. Si sentiva come l’eroe solitario di un romanzo fantastico. Nell’adolescenza scenari del genere avevano ospitato le sue letture e i suoi giochi. Gli sarebbe piaciuto tornare indietro, ma aveva trent’anni e molto terreno da recuperare.
Ingannò il tempo in pensieri del genere, finché non fece ingresso nel paese. I lampioncini sulla strada provinciale illuminavano tenuemente le facciate delle case. Quello scenario aveva un che di familiare, quasi che si trattasse di un villaggio del West Cork. Giunse a un incrocio e svoltò a destra, dove affluivano gruppetti di persone. Passando, notò un venditore ambulante di croccanti e altri prodotti locali. Poco oltre c’era una piazza, che lo attirava ipnoticamente, come se avesse un’energia sua propria.
La raggiunse dopo pochi passi. Aveva una forma semi-triangolare, e delle arcate correvano lungo i lati, creando porticati ampi e accoglienti. Nel mezzo, la luce della sera dava al pavimento in pietra una tonalità di azzurro che lo rendeva simile a un lago silenzioso. Al centro campeggiava una statua, come un’isola. Doveva essere quello il magnete, pensò a metà tra il serio e il divertito, mentre si incamminava verso quel punto. Rimase lì mezzo minuto. Era un ottimo punto di osservazione: girando lentamente su se stesso, si godette la visuale scenografica.
Improvvisamente, l’occhio si fermò su un tratto del porticato dove la gente si raccoglieva più fitta. C’era un locale, lì sotto e, siccome era piuttosto affamato, Seamus si mosse in quella direzione. Ben presto comprese che si trattava di una Leggi il resto dell’articolo