Fakeland

di Domenico Caringella

play “NOW I’M HAPPY”: http://www.youtube.com/watch?v=_sBzoeGMv7I&feature=related

Non è una gran giornata dalle mie parti. No. Anche se c’è qualcuno, una voce fuori dal coro (in tutti i sensi una voce e in tutti i sensi fuori dal coro) che sta cantando di essere felice proprio adesso. E allora mi racconto una storia, una storia che è tutta vera. E che allo stesso tempo è fatta solo di fumo; fumo che esce in volute, sale a spirali e si frange sul soffitto.
Il nome automobilistico affibbiato alla voce di prima, Marvin Pontiac, leggenda occulta del blues mi si piantò prima negli occhi e più tardi da qualche parte laggiù nel lobo frontale, mentre leggevo “Tishomingo Blues” di Elmore Leonard.
Siamo a Tunica, Mississippi, nel bel mezzo del Delta, a due passi dal levee, dall’argine, e proprio a un soffio dall’incrocio polveroso in cui sarebbe nato il Blues dopo un patto amplesso tra Robert Johnson e Satana. Dennis Lenahan, il protagonista del libro è un loser che va per contee a tuffarsi dalla piattaforma in un goccio d’acqua piazzato venti metri più sotto; un amaro atleta da circo quindi (pensai di riflesso: è il sosia di un personaggio di un cartoon della Warner che si tuffava dall’alto in una tinozza, un pallido ricordo d’infanzia che è svanito con gli anni, ma che evidentemente mi ha lasciato nel cervello alcuni schizzi evidentemente non ancora del tutto evaporati).
Evitiamo rotture di palle, leggetevi il libro se volete. Quello che conta è che nella storia spuntano i nastri rarissimi di Marvin Pontiac, oscuro bluesman, implacabile outsider, voce da whisky stagionato in botte di hickory e armonica d’ordinanza. Quello che Leonard non dice vado a cercarmelo da solo. E mi trovo di fronte ad un Signor genio della lampada.
La prima cosa che leggo sono i commenti a Pontiac e all’opera sua:
“In my formative years, as an aspiring bass player, there was nothing I listened to more than Marvin Pontiac.” (Flea)
“A dazzling collection! It strikes me that Pontiac was so uncontainably prescient that one might think that these tracks had been assembled today.” (David Bowie!)
“A Revelation.” (Leonard Cohen!!)
“This record has changed my life.” (John Lurie)
“Marvin would kick your ass for nothing. A true genius, Marvin was a pure original.” (Iggy Pop !?)
“The innovation and possibility in this music leaves me speechless.” (Beck)
“Marvin is good.” (Angelique Kidjo)
“I’ve always been a fan of Mr. Pontiac’s — my housekeeper Cubby really loves it.” (Michael Stipe)
Se Iggy Pop ha detto che ascoltarlo è stato come un calcio nel culo, allora è troppo perchè si tratti di cortesi marchette, penso.
Passo alla biografia; e va di male in peggio, per così dire.
Partiamo dalla fine: il leggendario Marvin Pontiac nel giugno 1977 viene travolto e ucciso da un pullman.
Torniamo all’inizio.
Nato nel 1932. I genitori: un emigrato del Mali ed un’ebrea di La Rochelle, New York. Il papà di cognome fa Touré, ma quando trasloca con l’allegra famigliola a Detroit se lo cambia in Pontiac, in puro stile “cars & american dream”, pensa sia un nome comune negli USA, vuole integrarsi. Papà Touré abbandona la famiglia, torna in Mali, guarda caso terra del blues africano, e solo quando la moglie viene internata inverte la rotta: adesso lui e Marvin, che ha ormai 15 anni, sono a Chicago. E qui il nostro eroe diventa quello del calcio nel sedere ad Iggy. Incontra Little Walter, che lo accusa di avergli copiato il suo peculiar harmonica style: Marvin è robustello ma fuori da un club in Maxwell Street il piccolo armonicista gli fa il culo a strisce. L’umiliazione è tanta, e Marvin ripara in Texas a Lubbock, dove dalla musica passa ai rudimenti delle tubature come assistente di un idraulico. Pare che nel ’50 venga coinvolto in una rapina in banca, solo voci comunque.
Siamo arrivati al ’52 e Pontiac registra per la Acorn Records “I’m a doggy”, ma non è un successo; il pezzo “Pancakes”, invece, pare spopoli in Nigeria. Fatto sta che Marvin e l’establishment fanno a cazzotti. Incide a singhiozzo, senza progetto, fregandosene il cazzo. Poi la follia apre le prime crepe: è il 1970 quando pretende di essere stato rapito dagli alieni. Per lui è un’epifania: stoppa tutto, e si dedica anima e corpo ai contatti con gli UFO. Lo arrestano, in sella ad una bicicletta, nudo. Passa gli ultimi anni della sua vita all’Esmeralda State Mental Institution. Poi, alle porte dell’estate 1977 un autobus mette fine alla vita dell’unico musicista che Jackson Pollock ascoltava mentre dipingeva.
Fine della storia.
No.
Pontiac, la sua musica meravigliosa (sentitevi il disco) li ha inventati John Lurie. E per arrivarci mi sarebbe bastato dare un’occhiata più attenta ai credits nel booklet del disco, che io già ascoltavo con perplesso incanto da due giorni: i musicisti che ci suonano dentro sono i Lounge Lizards e gli amici loro.
Va bene così.
Da applausi, non c’è che dire.
A noi non resta che muovere, ondeggiare, far tremare braccia e gambe, come canta Marvin Touré Pontiac… I don’t know what’s happening to my arms and legs…arms and legs, arms and legs, arms and legs, arms and legs…my arms and legs, my arms and legs, my arms and leg….my arms and legs, my arms and legs, my arms and legs
(thanks a lot, Elmore)

2 Responses to Fakeland

  1. malosmannaja scrive:

    beh, se intendi il john lurie solista di “men with sticks” e “fishing with john”, perdonami, magari è questione di gusti musicali, ma per me è poca cosa. buoni invece alcuni album dei lounge lizards un po’ più datati (il primo, sicuramente, l’omonimo del 1980, mi pare, e anche uno degli ultimi non è male, “voice of chunk”).
    per il resto in racconto è scritto bene e coinvolge: dovresti scrivere su rumore o su qualche altra fanzine di musica!

  2. Canallegri scrive:

    Grazie malos. Sono pienamente d’accordo su Lurie. E Voice of Chunk è vero, non è male

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