Riflessioni di uno specchio

di Antea Zitarosa

Era uno specchio lavorato con amorevole minuzia da un artigiano, che l’aveva incorniciato in una parrucca barocca, intagliata da fregi che richiamavano ora le onde del mare, ora le edere e le spighe dei campi nei giorni ventosi.
Dar conto di sé non rientrava nella sua natura e lo divertiva constatare come potesse essere amato o bistrattato da chi gli si poneva di fronte, restituendo solo ciò che gli veniva mostrato.
Aveva viaggiato riflettendo sul mondo che, passandogli accanto, lo attraversava.
Era stato strumento di importanti palcoscenici, accogliendo le bizzarre interpretazioni della vita di commedianti, che non toglievano il trucco nemmeno quando il sipario era calato.
Era stato rapito dai giochi degli amanti e sedotto dal dolce umano squallore delle puttane coi loro clienti nelle camere di bordelli di lusso, dove si finge che il sesso sia l’unico amore a buon mercato a cui non devi dire addio.
Era stato mosso da compassione nel salotto di un musicista, che beveva whisky sperando che la sua vita finisse con l’ultimo sorso e l’ultima nota presa in prestito ai fumosi ricordi della sua infanzia.
Era stato nel bagno di un monolocale, a osservare intenerito una ragazza che parlava trasognata a una presenza immaginaria, imitando con l’espressione e i versi le possibili varianti di un atteso incontro.
Era stato inebriato e disgustato, nella imponente e pacchiana sala da ballo di un nano da circo, che amava far credere di essere un barone; dove le genti, inondate da musica, cibo e vino, fluivano insaziabili e veloci come gli anni e i pensieri che lo separavano dalla conoscenza della sua e dell’altrui umanità.
Era stato meravigliato dall’immagine di due bambini che giocavano con la plastilina a costruire mondi nella loro stanzetta, tirando a sorte per chi dovesse interpretare la parte di Dio.
Era stato sul punto di crollare in milioni di frammenti quando vide la guerra e la morte farsi beffa della vita, e poi ancora quando vide la vita ricucire i tessuti e raccogliere nuova linfa, trafugandola dalle ceneri della stessa.
Usurato e vigile, continuava a riflettere da una legnosa soffitta, colma di tarli e di ricordi dimenticati in bauli di lettere e ragni, che tessevano i lembi di vestiti dismessi, indossati da manichini senza braccia né gambe. Rifletteva la suprema bellezza del tempo che non chiede, ma a cui si risponde. Rifletteva la gioia del dolore e il dolore della gioia. Rifletteva la coincidenza degli opposti che annulla tutto e da cui tutto si spiega. Quando, un giorno, di notte, si sorprese a specchiarsi. L’emozione di trovare l’eco del proprio silenzio in un altro specchio, fu l’espressione più chiara del senso che aveva avuto quel viaggio assurdo e straordinario.
Riconoscere il suo riflesso in quello dell’altro fu come riconoscersi nel mondo per il tempo di un sospiro, che misurò la distanza tra un ultimo sguardo e il rumore sordo di una porta che si richiude, dietro strade ancora senza storie e menestrelli che le decantino.

One Response to Riflessioni di uno specchio

  1. malosmannaja scrive:

    bel brano, nonostante il lungo elenco. bella soprattutto la rivisitazione del “figurato” nello specchio. poi, ti dirò, sarà che mi emoziono sempre quando trovo citate “le storie” ancora da raccontare e l’idea di immaginarle come riflessioni possibili e impossibili dentro uno specchio-cervello-umano mi sembra molto azzeccata. ho letto di recente un racconto filosofico su un altro blog “comunitario” che entra bene in risonanza con le tue parole qui
    http://mimettoingioco.wordpress.com/2014/02/14/saggezza-a-fior-di-pelle/

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