Smetto quando voglio

di Francesca Fiorletta

Ognuno di noi ha certamente detto questa frase, almeno una volta nella vita: “Smetto quando voglio”.
L’illusione poco matura di avere pienamente in mano il proprio destino, di riuscire a controllarsi sempre nelle pulsioni meno raziocinanti, di saper gestire le conseguenze, più o meno positive, che derivano dalle singole e talora avventate scelte quotidiane.
“Smetto quando voglio”, dunque, di vivacchiare alla giornata, nell’attesa di un assegno di ricerca universitaria fatiscente, “Smetto quando voglio” di mentire alla mia compagna e ai miei amici, di millantare una carriera brillante, o addirittura un trascorso giudiziario losco, pur di acquisire una stolida e insensata credibilità pubblica. O meglio, pur di racimolare qualche spiccio.
Perché è quello economico, più di tutto, il cruccio che attanaglia i protagonisti di questa commedia arguta e brillante, per la regia di un giovanissimo esordiente salernitano, Sydney Sibilia, che ha diretto con molto garbo un cast vivace e mai sopra le righe.
Edoardo Leo, il protagonista, è un chimico geniale che ha appena scoperto il modo di sintetizzare una nuova molecola, epperò non gli viene rinnovato l’agognato assegno di ricerca all’Università. Impegnato in una relazione particolarmente stressante con una glaciale Valeria Solarino, la quale, beffa delle beffe, lavora in un centro di recupero per tossicodipendenti, il nostro chimico iper precario decide di farsi spacciatore, o meglio, come lui stesso tende più volte a precisare, “agente di commercio”. Mette quindi sul mercato una nuova droga, perfettamente legale, e si fa aiutare, in questo disperato progetto di sopravvivenza, da un gruppo di scapestrati studiosi suoi pari.
Ecco dunque cosa viene ad accomunare due latinisti di fama internazionale, che sovente litigano fra di loro nell’osannato idioma di Cicerone, sfruttati senza remore da un bengalese che possiede una pompa di benzina e li lascia dormire all’addiaccio; ecco come si rincontrano dopo anni uno scienziato promettente che è finito a lavare i piatti in un ristorante cinese, un antropologo di chiara fama la cui massima aspirazione è ormai uno stage non retribuito presso un truce rivenditore di vecchie automobili, un economista incallito, convinto di riuscire a sconfiggere le dure leggi del gioco del poker grazie alle sue adorate formule algebriche.
Le peripezie della banda improbabile, tuttavia, sembrano quasi dare i risultati sperati, fino a un epilogo surrealista e iperreale insieme, che è pura e squisita allegoria del nostro tempo.
Un plauso da spettatrice va alla partecipazione di Neri Marcorè, pericolosamente credibile nel ruolo dello spacciatore antagonista, detentore di tutti i traffici illeciti della capitale.
Interessante e particolarmente sensibile anche il modo di inquadrare e disegnare Roma, città eterna sì, ma sempre contraddittoria e per nulla estetizzante: ottimo, dunque, lo sguardo della regia, che spazia dalla meravigliosa cupola di San Pietro alle aulette disagiate e sovraffollate della Sapienza, attraversa in volata i tunnel trafficatissimi del Muro Torto e le torride discoteche della periferia, si sofferma sui chioschetti di fiorai del Verano e sui perenni lavori in corso delle strade del centro, conosce ville ricchissime, sobborghi in degrado, stanze affittate a studenti e piscine riscaldate con la vista sui sette colli.
Ultima, anche se ovviamente non ultima, c’è ancora lei, l’amata e odiata protagonista di sempre: la precarietà. Nonostante il tema resti battutissimo, e proliferi in tutti i campi la rincorsa spasmodica, ormai diventata quasi vezzo, ad occuparsi del dramma di una generazione allo sbando, in cui lo studio sembra non soltanto un’attività inutile ma addirittura controproducente per il mercato italiano del lavoro, Sydney Sibilia è riuscito a trovare una chiave gustosa e per niente accomodante, ironica ma senza patetismi, brutale senza però eccedere nel grottesco.
La solo apparente levità dei tratti caratteriali dei protagonisti dell’avventura, non camuffa affatto ma anzi svela tutta la potenza di una disperazione che è sì profondamente radicata nell’animo umano, ma che incomincia tuttavia a far scattare, finalmente, quel sano senso di rivalsa e di riaffermazione di se stessi e delle proprie competenze, necessarie e anzi indispensabili per la sopravvivenza familiare, professionale e sociale della vita quotidiana.
L’augurio, dipendenze permettendo, resta perciò quello di non voler smettere tanto presto, con la lotta.

3 Responses to Smetto quando voglio

  1. Barney Panofsky scrive:

    E’ un buon film, girato secondo me molto bene ma con un cast migliorabile. Ho trovato del tutto implausibile soprattutto il protagonista principale, espressivo come Cruise (o come un ferro da stiro, che e’ uguale). Divertente e amaro, ridi per non piangere e va bene cosi’: significa che ti fa pensare, e di questi tempi non e’ merito da poco.

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