La voce

di Domenico Caringella

Mentre facevo scattare le due cerniere della 48 ore, riempita con lo stretto necessario, ho pensato che stanotte è la prima volta che ho sentito la voce di mio padre, quella vera. Mio padre ha sempre parlato piano, premurandosi di non far oltrepassare alle parole le pareti di una stanza, o di non farle arrivare alle orecchie di persone diverse da quelle a cui erano indirizzate. Però io ho sempre saputo che quella sua attenzione a non alzare la voce non è mai stata una delicatezza per chi lo circondava, ma un suo modo di proteggersi e di non dimenticare da dove era riuscito a tornare. Da quando è un vecchio poi, ha preso a sussurrare, e per capire cosa sta dicendo e perché, cerco di leggergli negli occhi, che non hanno mai smesso di raccontarmi qualcosa su chi avevo davanti.
Non ho avuto nessuno, eccetto mio zio – che il campo aveva solo silenziato e non ammutolito come suo fratello – a cui poter chiedere che persona fosse stata mio padre prima che alla fine dell’orrore attraversassimo l’atlantico, io e lui, e che arrivassi all’età in cui il cervello riesce a trasformare la vita in ricordi; tuttavia ho compreso presto di avere accanto qualcuno che non era la stessa persona che aveva camminato con quel nome e con quel corpo sulla nostra terra lontana, dove sono tornato io solo e dove mi trovo adesso. Perché sopravvivere e ricominciare da capo per lui non è stato come rinascere; è stato proseguire senza più nulla o quasi, dove quel quasi ero io.
Quando ho risposto a telefono, emergendo da un sogno, che come sempre mi succede non si è portato dietro nulla nel reale, la voce di mio padre è stata uno schiaffo. Ma anche una carezza a dire il vero. E non dipendeva dal fuso orario che vedeva me sul limite estremo della notte e lui su quello opposto. Sono balzato a sedere sul letto, e l’ho fatto in maniera così improvvisa e incauta che l’energia che mi stava accendendo come una lampadina si è tramutata in una scossa che ha fatto girare Milena, aprendole gli occhi. Mio padre ha iniziato a parlarmi subito senza nemmeno salutarmi, anche se erano sei mesi che non ci sentivamo, ma non mi ha stupito, perché il vecchio (lo sono anch’io ormai) è sempre riuscito a trasformare la lontananza in esilio con apparente semplicità, anche quando dividevamo lo stesso pianerottolo, a Borough Park, prima che decidessi di fare il percorso al contrario al posto suo per tornare qui. Quello che mi ha sbigottito è stata la voce, l’ho detto, e quello che diceva. Che era riuscito a rivederlo Kuba, più di sessant’anni dopo, e che la foto era proprio dello stesso periodo in cui li avevano hanno portati via tutti, Kuba da una parte, lui da un’altra e la mamma in un posto diverso ancora. Tutti tranne me, che l’uomo che non ho mai conosciuto del tutto e che forse conoscerò tra poco, all’ultimo momento aveva lasciato a una vecchia coppia di contadini con tutto il denaro che gli era rimasto; e che alla fine del giro era ritornato a prendere, da solo.
Con quella strana voce diceva che la fotografia era arrivata per posta seguendo un cammino tortuoso che mi avrebbe descritto di persona. Perché mi aspettava. Non ho avuto il tempo di dirgli che ormai è facilissimo spedire una foto in pochi attimi da un capo all’altro del mondo. E nemmeno ne ho avuto la voglia. Dovevamo vederci, tutti e tre. E io volevo ascoltare quella nuova voce, volevo che mi entrasse nelle orecchie, nella testa e fissare i suoi occhi per capire se erano cambiati anche loro.
– Era mio padre. Vado a New York a conoscere mio fratello – ho detto a Milena mentre mi alzavo.

2 Responses to La voce

  1. Molto ben scritto, incisivo, emotivamente intenso. Bravo.

  2. Canallegri scrive:

    Grazie Roberto

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