I gendarmi del buon governo vecchio – Sesta parte

[qui le puntate precedenti]

I tre gendarmi mi squadrano dal basso in alto, protetti dalle loro divise e dai loro manganelli. Penso alla sigla di un vecchio programma televisivo che trasmettevano quando ero bambino.

«Ragazzo! Ti sembra il momento adatto di cantare?» dice il più affascinante dei tre, quello che continua a sorridermi da un bel po’. Com’è bello penso tra me e me. Avrei voglia di baciarlo, mi sorride e quando lo fa è ancora più affascinante. Eccolo che si avvicina, spero mi dia una carezza, gli guardo le mani, possenti, delicate e forti al contempo. Deve essere un animo nobile.

«Ti terremo sotto controllo, per ora vai pure,» gli lancio un’ultima occhiata d’imbarazzo mentre rimetto il documento nel portafoglio. Mi allontano con il pensiero del gendarme buono ed affascinante che mi rimbalza in testa. Giro l’angolo e bestemmio i santi uno per uno e maledico quella merda di gendarme con quella faccia da culo e quei baffi orrendi e per giunta tagliati alla cazzo di cane. Per non correre rischi ulteriori opto per ritornare a casa. Mentre salgo i gradini del palazzo con la mia bici a tracolla, mi scontro con Ernesta, la saluto distrattamente fingendo fretta. Meglio non pensare a nulla.

«Ci sono passata anche io,» mi urla lei. «Cosa dice?» penso.

«Ti hanno pensierizzato per bene anche a te». Mi fermo, penso che forse dovrei parlare con Ernesta, potrebbe aiutarmi.

«Aspettami a casa, arrivo tra una mezz’oretta,» mi dice lei sorridendo.

Trascorro quasi un’ora in casa in attesa di Ernesta, finalmente bussano alla porta. Dallo spioncino vedo lei, vestita con il suo solito completino scuro che le lascia intravedere il seno deforme.

La faccio entrare e ci accomodiamo in salone, lei mi dà una carezza e mi rassicura, come una madre amorevole assicura il figlio impaurito.

«Ci sono passata anche io, ma sai bene la mia situazione privilegiata, non è impossibile uscirne, sono venuti in casa vero?»

«Sì, ma come hanno fatto?»

«Giocano sui tuoi ricordi, nessuna iniezione, nessun microchip, si basa solo sui tuoi ricordi, sulla suggestione… a me entrarono attraverso il senso di colpa di un’amicizia che troncai. Per caso hai riconosciuto delle voci familiari durante l’interrogatorio?»

«Sì, quella di mio padre».

«Come pensavo. Capisco che può sembrarti assurdo ma è come se fossero entrati attraverso una porta che tu gli hai involontariamente spalancato. Io per liberarmi della pensierizzazione ho dovuto rintracciare una mia vecchia amica che avevo tradito dieci anni fa, riallacciare un rapporto con lei, di sincera amicizia, e solo quando lei smise di avere rancore nei miei confronti, la porta si chiuse. Una volta chiusa la porta sei impenetrabile».

«Ma mio padre è morto da due anni, come posso fare?»

«Io non so perché tu abbia voluto aprire la porta di tuo padre, ora è da capire il perché ed una volta individuato, tentare di richiudere l’ingresso. Solo così potrai essere invulnerabile. Se non lo fai, nel giro di pochi giorni scopriranno tutto. Ci vorrà poco a scoprire i tuoi pensieri, soprattutto per chi sa riconoscere i pensieri falsi da quelli veri, potrai divincolarti tra i gendarmi meno esperti, ma quando busseranno alla porta di casa gli esperti in materia, mi dispiace dirlo, ma avrai ben poco da fingere. La tua ipocrisia forzata non durerà che pochi minuti. Credimi».

Purtroppo era sincera, così come sincera era la mia paura. Così come sincero era l’abbraccio che mi diede su quel divano. Ero al riparo in quel momento, avrei voluto addormentarmi, ma il campanello di casa prese a suonare.

Diventai di pietra. Ernesta anche.

«Non avvicinarti alla porta d’ingresso,» sussurrò Ernesta.

«Apri, lo sappiamo che sei dentro, ti abbiamo visto entrare con la tua bici!»

Quella voce mi era familiare.

«Riconosci quella voce?» mi chiede Ernesta.

«Penso di sì…»

«Potrebbero essere i gendarmi, vogliono provare a sollevare una seconda porta di pensierizzazione, così facendo avrebbero due entrate assicurate».

Ora il problema era questo: avvicinarmi allo spioncino per controllare chi era fuori la porta, avrebbe potuto causare la lettura di un mio pensiero, nel caso ci fossero stati i gendarmi ad aspettarmi. Ernesta era immune e prese ad avvicinarsi alla porta di casa, tentando di fare meno rumore possibile. Movimenti da bradipo. Lentezza. Respiro controllato. Tutti elementi necessari che però non le fecero notare il bastone di legno che era poggiato nel corridoio a pochi centimetri dall’ingresso.

Ernesta con il piede destro diede una botta all’asta che cadde in terra rimbalzando più volte fino ad assestarsi.

«Apri, sono io! Ma che fai ti nascondi?» la voce da dietro la porta insisteva sempre più familiare, tanto da farmi sollevare dal divano per andare ad aprire. Ma arrivai solo alla porta del salone, giusto per poter vedere Ernesta in fondo al corridoio che stendendo il braccio e spalancando la mano m’intimò di non avanzare. Mi fermai. La mia vicina di casa avvicinò l’occhio allo spioncino per vedere fuori, lentamente. Si voltò verso di me, non disse nulla. Io pensai che aveva degli splendidi occhi. Lei abbassò le palpebre e la pelle del suo viso evidenziò la tensione accumulata in questi pochi minuti.

 

CONTINUA…

Andrea Coffami aka Angelo Zabaglio

I GENDARMI DEL BUON GOVERNO VECCHIO – Parte quinta abbondante

[Parte prima Parte seconda Parte terza Parte quarta]

«Pronto Luigi, come stai? Ti disturbo?»

«Ciao, beh veramente stavo iniziando un modellino, ho montato oggi i primi pezzi, ma ci vorranno anni, poi te lo farò vedere, sarà un gran bel cingolato. Dimmi tutto».

 

Non so come dirtelo e soprattutto non capisco se lo sto pensando o lo sto dicendo al mio amico. Opto per il nascondergli la verità, la verità fa male spesse volte. Io non vorrei mai sentirmi dire la verità, preferisco vivere nella menzogna, che a suo modo è più onesta e meno ipocrita della realtà delle cose. Io non voglio sapere che il diretto per Milano porta venti minuti di ritardo, ritardo da cosa? Cosa me lo dici a fare? Che ormai sono in stazione a girarmi i pollici! Portasse cento minuti di ritardo magari tornerei a casa, mi fumerei una sigaretta e tornerei in stazione con calma… e poi? Magari il ritardo diminuisce e perderei anche il treno, no. Preferisco attendere l’arrivo senza preoccupazioni, tanto poi durante il viaggio, il treno il tempo lo recupera. Fossero anche duecento minuti ma lo recupera. È una continua lotta contro il tempo, una corsa ad ostacoli per giunta. Una corsa dove se ti stanchi hai il Gatorade nella mano destra, mentre nella sinistra la staffetta da lasciare al tuo compagno che però è tornato a casa a fumarsi la sigaretta, visto che aveva letto il ritardo di cento minuti. E allora che fai? Devi aspettare il tuo compagno che torna da casa, che magari gli puzza l’alito di tabacco secco. Ed intanto l’avversario ti ha oltrepassato leggero, che accenna pure un sorriso coi piedi. No, guarda: preferisco vivere nella menzogna. Cosa mi interessa sapere se tu mi tradisci o meno. Fallo e siamo tutti e tre più contenti. Meglio felici in tre che depressi da soli. Non trovi? Dici che è un atteggiamento malsano? Diglielo al capostazione, diglielo a lui se è malsano! E vedrai come ti risponde!

«Io malsano?!» così ti risponderebbe.

No, no. Perché dovrei far soffrire un amico che non vede il genitori da anni? Perché dovrei uccidergli quella speranza che magari nutre nella sua già deperita anima marcia, piena di vodka e modellini in scala 1:1? Meglio tacere.

 

«Va bene Andrea, ora però calmati, cosa c’entra tutto questo discorso con la telefonata che mi hai fatto?» Cazzo! Stavo pensando a voce alta. Il che se ci pensate bene è un po’ assurdo. Anche perché ero sicuro di non aver mosso le labbra della bocca. Sarò forse un ventriloquo involontario? Ci riprovo. Luigi mi ascolti? (sempre senza aprire bocca)

 

«Sì Andrea! Ma sei impazzito? Cosa vuoi?» Poso la cornetta di colpo senza dare spiegazioni.

 

Non credo di essere io, probabilmente è il telefono il vero problema, mi convinco sia quello il problema.

 

Scendo in strada e mi avvio dal norcino. In fila, prima di me, un anziano signore indeciso se acquistare delle pere o delle mele. Sbuffo timidamente. Il norcino mi guarda stizzito, il signore si volta, mi squadra come un compasso che squadra un foglio bianco e indignato mi urla: «Ma andassero di traverso a te, maleducato villano!»

 

Porca puttana stanno sentendo i miei pensieri. Penso.

«Certo,» rispondono simultanei il norcino ed il vecchio.

 

Fuggo senza comprare nulla, afferro la bici e prendo a correre verso il parco, devo uscire da questa situazione assurda. La volante dei Gendarmi mi si affianca e mi chiude la strada. Sono nei guai, penso. Devo convincere me stesso di essere un bravo ragazzo. La vedo dura ma devo farlo. Non mi vengono in mente altre soluzioni. Nella volante sono in tre, io sono da solo con la mia bicicletta. L’auto si blocca, il gendarme più alto si avvicina, alza il braccio, mi scuote il ginocchio e mi chiede i documenti.

«Da grande voglio diventare un gendarme, dovrei chiedere loro come fare domanda,» penso mentre cerco la carta d’identità dal portafogli.

«È un bene che facciate questi controlli, è pieno di irregolari in giro,» gli dico.

«Lo sappiamo benissimo cosa è il bene e cosa è il male,» dice il piccoletto mentre osserva la mia foto. Non ero uscito benissimo in quella foto, avevo un gran mal di testa quel giorno.

«Dove stavi andando a quella velocità?»

«Tentavo di perdere i chili in eccesso»

 

Il gendarme nella volante si accende una sigaretta elettronica, mi guarda e mi sorride. Non so cosa pensare, ma lo faccio lo stesso.

 

CONTINUA…

Andrea Coffami aka Angelo Zabaglio

I gendarmi del buon Governo vecchio (parte in quarta e l’auto si spegne)

[continua da qui]

Gli stivali scuri e pesanti dei gendarmi sbattevano le piastrelle della cucina, voci ammassate e risate coatte e tronfie. Gesta di mobili gettati in terra senz’anima che trattavano con il pavimento.

Il cane della pistola che stringevo tra le mani, prese ad abbaiare.

«Zitto, accuccia, zitto», gli dicevo, ma nulla. Nel giro di sei secondi netti e sette secondi lordi tre gendarmi si fiondarono davanti ai miei occhi. Vestiti di nero e rosso, come le maglie del Milan ma più pesanti. Stivali scuri, manganelli blu e sirene sugli elmetti. Accese e roteanti luci blu elettrico. Sebbene i tre saranno stati alti due metri, ma in totale, quindi un settanta centimetri l’uno, mi presero e mi bloccarono da veri codardi: due mi pressarono le braccia mentre l’altro mi legò le caviglie impedendomi la fuga. Ed ora sono bel bello incaprettato, legato alla sedia di legno della mia cucina, come lo sbirro ne Le iene di Tarantino, ma senza sangue, e senza tanica di benzina, e poi lui era più muscoloso, ed aveva la camicia strappata, io no. Fatto è che da seduto avrei potuto guardarli fisso negli occhi, peccato che ero bendato.

«Allora hai nulla da dichiarare? Come mai avevi la porta chiusa a chiave? Cosa hai da nascondere?»

«Avete mai sentito parlare dei ladri?»

«Ti va di scherzare? I ladri sono stati debellati da oltre tre anni! Ci prendi in giro».

«Non leggo i giornali mi dispiace».

«E fai male, cazzone di un ebreo».

«Non sono ebreo. Ma cosa cercate? Io non ho fatto niente».

«Conosci una donna di nome Ernesta?»

Ho in mente Ernesta che munge il suo cavallo e si cosparge di latte il seno.

«No, non mi pare».

«Tu menti», dice una voce da sinistra, una voce che non avevo sentito prima di allora, una voce familiare però.

«Scusa ma tu sei mio padre?»

«Ma che cazzo dici? Parlaci di Ernesta cazzone di un ebreo o ti tagliamo i testicoli e teli mettiamo al posto degli occhi, lurida faccia di cazzo».

«Sentite: almeno levatemi la benda dagli occhi, ve lo chiedo come piacere personale, ho male al ginocchio, levatemi la benda».

Un silenzio imbarazzato di pochi secondi e poi: «Va bene, ma devi chiudere gli occhi, non devi vederci».

«E vabbè ma allora e tutto un cazzo! A parte il fatto che vi ho visto prima che mi bendavate, poi, cioè, che senso ha? Mica vado in giro a dire le cose in giro».

La voce familiare da sinistra aggiunge a mia difesa: «Ha ragione, ci ha già visti».

«Sì, ma non ci ha visti bene! Non farmi incazzare pure tu!»

«Ma sei sicuro che non sei mio padre?» chiedo curioso.

Un ceffone mi arriva in faccia con violenza incontinente.

«Sentite», dico loro «veniamoci incontro. Voi mi levate la benda e ve la mettete voi. Un po’ per uno insomma, già sto legato e poi mi fa male il ginocchio. Cosa volete che scappi con il ginocchio bendato?!»

La voce da sinistra familiare accenna un: «Si può fare, che ne dite voi?»

Sono sempre più convinto che si tratti di mio padre, se non è lui allora è mia madre travestita da mio padre. Del resto quando il cane della pistola prese ad abbaiare non è che sia riuscito a vedere nitidamente i volti dei tre, soprattutto di quello che stava sotto il tavolo, che saltava tentando di aprire il cassetto. Forse era lui, forse quell’uomo era mio padre, o mia madre.

Non vedevo i miei genitori da oltre dieci anni, dai tempi della democrazia fittizia del Dentone. Il Dentone aveva aiutato i miei genitori ad avere un posto di lavoro nelle sue reti televisive. Posto fisso valido sei mesi e rinnovabile con contratto a tempo determinato in assenza di bollini Tamoil. Mia madre era un cavo coassiale, mio padre una soubrette che declamava proverbi in rima prima delle previsioni del tempo. Ma si prevedevano tempi bui, quindi la popolazione impaurita acquistò in massa lampadine extra da posizionare in ogni angolo della casa. Angoli ottusi, angoli acuti, non c’era più nessuna differenza, anche se a spiegare le cose agli angoli ottusi ce ne volle! Ma alla fine ci arrivarono anche loro, ultimi ma arrivarono. Sfiniti e sudati ma arrivarono. Ma gli ultimi divennero i primi e quindi gli ottusi presero il potere, anche se solo per un breve lasso di tempo, sostituiti poi dagli acuti che presero il podere degli ottusi ed iniziarono a concimare cibi transgenici. Fragole che in realtà contenevano banane e viceversa, patate che in realtà erano chicchi di mais un po’ cresciuti. Robe così insomma.

I miei genitori si ritrovarono sul lastrico e una volta lì, dopo essersi salutati di nascosto da tutti, concordarono il piano per risalire la sorgente. Come delle trote che vanno controcorrente per poi essere afferrate da un orso affamato. Ed infatti, dieci anni fa mi arrivò la lettera del WWF che mi annunciava la tragica notizia: «Gentilissimo Andrea, con questa missiva le annunciamo la morte dei suoi genitori, mangiati da un orso nel mentre risalivano un fiume in piena nei pressi di Fregene. Sentite Condoglianze e quando lo sentirete ditegli che anche i suoi genitori hanno fatto la stessa fine, così risparmiamo un francobollo».

A quel punto richiusi la lettera, piansi lacrime sponsorizzate dalla Benetton e mi feci una pennichella di sei ore.

Una volta sveglio composi il numero e chiamai il mio vecchio amico Condoglianze Luigi.

«Pronto Luigi, come stai? Ti disturbo?»

«Ciao, beh veramente stavo iniziando un modellino, ho montato oggi i primi pezzi, ma ci vorranno anni, poi te lo farò vedere, sarà un gran bel cingolato. Dimmi tutto».

CONTINUA…

Andrea Coffami feat. Angelo Zabaglio

I gendarmi del Buon Governo Vecchio (parte tre ritorna quattro)

Si narra che la mattina del primo maggio 2001 il Presidente della Repubblica, che solitamente è un tipino arzillo che appena si sveglia va a fare la cacca, quella mattina proprio non ne volesse sapere. Il timer segnava 00:13:23. Mancavano poco più di tredici minuti prima della sua morte. La moglie prese a scaldargli del latte di capra cercando di stimolargli l’intestino.

00:12:45 – «Nulla amore, qui mi taglieranno la testa».

La signora Franca, donna energica, vera padrona di casa prese a calmarlo a suo modo: «Embè! E che so’ ‘ste scenate mo?! Caccia fuori le palle e caga! Spari tante stronzate ogni giorno, una in più, una in meno che ti cambia?!»

Il Presidente della Repubblica non si sforzò nemmeno di sorridere, era troppo preoccupato. Se non cagava nella medusa di Fellini gli avrebbero tagliato la testa, ed era un avvenimento che non accadeva da almeno due anni.

L’ultima decapitazione risaliva al 1999, anno in cui venne mozzato il capo a Gregorio De Franceschi, che per ribellione praticò lo sciopero della merda in quanto riteneva ingiusta la proposta di legge scritta dalla sinistra più radicale, dove si poteva leggere che all’età di sedici anni ogni cittadino sarebbe diventato uguale di fronte alla legge. Un provvedimento inammissibile e soprattutto inattuabile. «Siate onesti onorevoli colleghi. È una proposta che non potrà mai essere attuata, sarebbe uno spreco di tempo. Io sciopero». E dopo due giorni venne decapitato in pubblica piazza. Poco prima che il boia facesse cadere la ghigliottina, il suo corpo rilasciò escrementi ed urina in gran quantità. La sua testa venne posizionata al centro dello stadio San Paolo come monito per i presenti. Italia-Germania riproposta per l’occasione con i sosia ufficiali dei vecchi giocatori. Partita avvincente che terminò 4 a 3 per la Germania. Finale scontato ma pubblico pagante che riempì gli spalti proprio come nella partita originale.

00:09:12 – «Farò la fine di Gregorio De Franceschi, io non voglio morire, tesoro fammi una peretta». La Franca non vedeva l’ora di metterlo nel culo al marito e propose, invece che la solita e squallida peretta, un rimedio più antico e piacevole: il rapporto anale. Fece mettere il marito a pecora sul grande letto presidenziale. Lui iniziò a preoccuparsi: «Tesoro, ma sei sicura che funzionerà? E soprattutto quando hai comprato quell’affare? Non mi farà male vero?!»

La moglie lo rassicurò, mentre inginocchiata da dietro lubrificava con della vasellina la punta dello strap-on rosa. Già pregustava la sensazione gaudente del buttarlo al culo al marito, ancor più orgasmica pensare che si trattava del Presidente della Repubblica in crisi stitica. Si sentiva come un’eroina che stava salvando la vita al presidente, una sorta di Harrison Ford di qualche film di propaganda. In quel momento, quando la cappella di plastica varcò la soglia dell’ano del marito, la Franca era in crisi mistica, come posseduta. Il fallo entrò lentamente nel buco secco e vecchio del marito, movimenti dolorosi che poi divennero piacevoli e sistematici. I glutei della donna divennero vigorosi come pesche vecchie di dieci giorni.

00:07:31 – Quel cazzo rosa e finto, che spingeva nel culo del Presidente della Repubblica ad opera della moglie Franca, stava producendo una goduria inaspettata ed un movimento rettale stimolante come uno stura lavandino a ventosa nella vasca da bagno. La Franca prese a schiaffeggiare il culo flaccido e bianchiccio del marito lasciando manate rosse evidenti. La Franca era indiavolata e muoveva il bacino ad incularella sempre più veloce, il marito soffriva e godeva: «Devo cagare tesoro, forse devo cagare», ma la moglie non voleva sentire: «Aspetta che sto per godere, non godo da sei anni, fammi venire stronzo», e diede l’ennesima spinta energica. «Ma io mi sto cagando addosso tesoro», insisteva lui. «Resisti per me, fammi venire, dammi solo un minuto». Ma nulla. «Non ce la faccio, non ce la faccio a trattenermi, non controllo l’intestino ed il retto, devo liberarmi, fammi andare a cagare nella medusa di Fellini». La disperazione prese il sopravvento. «No amore, aspetta, ecco che vengo… sìììììììììì godooooo come una troia porcoddio sìììì!», e la Franca con l’ultimo spintone in avanti del bacino, forte, potente ed esteso cacciò un urlo di goduria rappreso da sei anni di astinenza da orgasmo vaginal/clitorideo.

00:02:35 – «Levami dal culo quell’affare e fammi cagare». La moglie era esausta, ed ancora con il cazzo finto nel culo del marito si accese una sigaretta. «Ma da quanto è che fumi?» chiese stupefatto il Presidente della Repubblica. «Da quando cazzo è che tu fumi?» urlò.

«Zitto e caga» rispose lei come un’attempata famme fatale francese, e lo disse dando un colpettino di cazzo tanto per procurargli un leggero malore, come una frustata data ad un cavallo, ormai era la Franca che comandava il gioco. «Fatti un tiro, ti stimolerà la diarrea», e passò la paglia al marito che fece un tiro forzatamente e prese a toccarsi la pancia dai dolori.

«Spegni almeno il ventilatore che mi sta venendo una colica assurda».

«Ti ho salvato la vita e questo è il ringraziamento, che marito di merda che sei».

«Levami quel coso dal culo cristoiddio!»

La Franca sfilò il membro finto con lentezza, ed anche un po’ di tenerezza ed amore, sorrise dentro e pensò di amare veramente quel piecoro davanti a lui. La punta era marrone di escrementi, l’odore nella stanza era un misto di sudore, pelle secca, pesca marcita, fumo di sigaretta e merda di vecchio. La Franca sorrideva e si gustava quella fragranza che le ricordò la sua infanzia, quando giocava con i suoi cuginetti nello sgabuzzino di casa. Aveva dodici anni ed i suoi cugini di diciotto e ventidue anni la rinchiudevano per gioco nello sgabuzzino, per gioco le mettevano i rispettivi cazzi davanti la faccia e per gioco le dicevano di prenderlo in bocca e giocarci con le mani. Lo chiamavano “il gioco del silenzio” e consisteva nel non dire mai a nessuno quello che facevano nello sgabuzzino. Chi parlava perdeva e chi perdeva pagava. E Franca vinse sempre. I due cugini perdevano ogni volta perché spifferavano sempre tutto ai loro amici, ma le regole le avevano fatte loro, quindi loro potevano pure parlare. È così che funziona il Buon Governo Vecchio, si basa proprio sulla regola del “gioco del silenzio”.

Fatto è che, a finale, il Presidente della Repubblica schizzò via verso la grande medusa di Fellini, stringendosi le mani sulla pancia e lasciando tracce di feci liquide sul tragitto percorso, arrivò a destinazione e lo stronzo liquido e caldo azionò il messaggio alla ricezione centrale del ministero del Buon Governo Vecchio. Il timer segnava 00:01:16… ma queste sono leggende.

«Saranno anche leggende ma io le considero più legende. Per di più metropolitane, ma come cazzo ti viene in mente di pensare che questa storia sia vera?! Ma credi veramente che ci creda?»

«Pensala come vuoi, poi non venire a piangere da me, quando i Gendarmi ti entreranno in casa e metteranno le mani addosso a tua moglie per portarsela via».

Detto ciò andai via da casa del mio amico Luigi che continuò nella sua opera di modellismo. Gli mancava pochissimo, erano circa dieci anni che ci lavorava sopra. Stava costruendo un carro armato in scala 1:1, non sarebbe passato inosservato, soprattutto al mattino. Soprattutto in primavera.

Arrivato al mio palazzo, presi a salire le scale e giunto al secondo piano notai che la porta d’ingresso era spalancata. Presi la pistola che avevo nella tasca sinistra del pantalone, l’annusai e feci per entrare convincendo me stesso di essere l’ispettore Coliandro che rientra in casa. Nel corridoio c’erano anche dei quarzi coperti di gelatina rossa e due stativi, ma tralasciai e andai avanti.

Voci sconosciute discutevano nella mia cucina. Voci sinistre, voci mancine, voci ortodosse. Erano i Gendarmi, e se non erano loro li imitavano benissimo, soprattutto quelli ortodossi. Tentando di fare il minor rumore possibile, mi avvicinai con la mia pistola stretta tra le mani

CONTINUA

Andrea Coffami feat. Angelo Zabaglio

I gendarmi del Buon Governo Vecchio – Parte due

La notte fu tormentata e piovosa, durante il sonno venne a farmi visita il cadavere di mio nonno Antonio. Era bello come sempre, dal cappello stile coppola che aveva sulla testa sbucò fuori un granchio vivo che prontamente mio nonno, con i poteri da lui conferitogli, nominò “aragosta” per poi ucciderlo in dell’acqua bollente. Mentre masticava il crostaceo il suo fare era di chi non mangiava da giorni.

«Come si sta sotto terra nonnino?» e lui, da buon napoletano sorridente e incazzoso: «Nun s’ver manc’o cazz». Gli offrii del caffè caldo senza zucchero che bevve tutto d’un fiato come fosse acqua tiepida.

«Da quanto tempo è che non scopi nonno?»

Non rimase colpito da quella domanda e senza nemmeno guardarmi rispose: «Uuua’! Facimm riec’ann… quann’è ca mann’nchiav’cat abbasc n’gopp o cimiter? Riec’ann ja. E teng ‘na voj’ e chiavà ‘a nonn. No pp’uoòcappì… e pagammell a ‘na zoccol».

«Seeeeee qui a mala pena arrivo a fine mese mi metto pure a pagare una puttana ad un morto».

«Si n’omm e nient. ‘O sapev j».

«Ma tu la nonna l’amavi?»

«L’agg volut bbuon. Chill l’ammor l’ann purtat l’american a metà anni ’80, primm nun c’stev. Primm c’s vulev sulament bbuon. L’ammor era sul pe’ fij e zoccol… ma tu c’ n’ vuò sapè».

Detto questo mio nonno tolse il disturbo ed io rimasi come un ebete ad osservare il muro della cucina, pensando di aver sognato tutto: mio nonno, il cavallo della mia vicina, i gendarmi del Buon Governo Vecchio, il brodo di piede, ogni cosa. Ma qualcuno da fuori la porta bussava insistentemente. Erano i gendarmi. I gendarmi li riconosci dall’odore salmastro che emanano per contratto. I gendarmi ogni mattina sono costretti a cospargersi le spalle con della crema scura creata con dell’acqua Ferrarelle e sporco delle dita dei piedi.

Le scuole medie anteriori dal 1998 organizzano gite scolastiche mattutine all’interno del ministero del Buon Governo Vecchio. Nell’enorme stanza ovale ci sono gli addetti, addetti a creare la crema di cui sopra. Decine di impiegati seduti su delle sedie nere, gambe divaricate e senza calzini. Ai loro piedi altrettanto numero di donne anziane di origine vietnamita che minuziosamente estraggono lo sporco creatosi tra le dita dei piedi degli impiegati. Le vecchine utilizzano per tale scopo delle piccole listarelle argentate che passano tra un dito e l’altro dei piedi.

A causa di questa pratica le nuove generazioni di umani avranno le dita dei piedi distanziate sempre più, pian pianino, di generazione in generazione le dita arriveranno ad avere uno spessore massimo di cinque millimetri, poi ci sarà la fase del piede composto dal solo alluce e dal mignoletto che però, per istinto di sopravvivenza aumenterà di spessore, anche se poi alla fine le dita scompariranno del tutto e la Nike fallirà se non prenderà provvedimenti in tempo.

La seconda tappa della gita scolastica è Cinecittà dove si può ammirare il trono di Uomini e Donne. L’enorme testa di medusa di Fellini è utilizzata come urna elettorale per i parlamentari del Buon Governo Vecchio: ma questo utilizzo è solo durante il periodo elettorale. Nei rimanenti giorni il Presidente della Repubblica ha l’onore di poterci cagare dentro. Pena la decapitazione.

Il cesso presidenziale ha un timer con conto alla rovescia che parte da 23ore59min59sec.

Il Presidente deve, come obbligo contrattuale ed incarico del Buon Governo Vecchio, presentare escrementi propri e riconoscibili ogni 24 ore, naturalmente se il Presidente della Repubblica si trova in viaggio di affari all’estero, la grande medusa di Fellini verrà trasportata nell’alloggio del presidente, ma questo era anche superfluo dirvelo.

Fatto sta che si narra che la mattina del primo maggio 2001 il Presidente della Repubblica, che solitamente è un tipino arzillo che appena si sveglia va a fare la cacca, quella mattina non ne voleva sapere…

Andrea Coffami feat. Angelo Zabaglio

I gendarmi del Buon Governo Vecchio – Parte uno (“Dì tre”; “Tre”)

In un futuro imprecisato…

Ero in cucina che con la mano destra sorseggiavo del brodo di piede e con la sinistra mi masturbavo le tempie – come sottofondo il tg1 ricordava la figura di Andreotti e del suo libro edito dalla Castelvecchi – quando bussano alla porta di casa. È il cavallo della mia vicina di casa. La mia vicina di casa è una donna ninfomane di Orvieto che utilizza le melanzane per pulirsi il culo dopo aver cagato, e poi le mangia, senza nemmeno cucinarle, robba che uno gli viene il mal di pancia. La mia vicina di casa si chiama Ernesta, ha quasi cinquant’anni ma ha un seno prosperoso e liscio come quello di una ventottenne che sta allattando il figlio della sorella, l’altro invece è una prima scarsa. La lascio entrare in casa (il cavallo rimane fuori). Una volta in cucina mi versa del latte nel caffè direttamente dal capezzolo e mi allarma sul fatto che entro fine mese verranno i guardiani del Buon Governo Vecchio ad ispezionare casa. La soffiata l’ha avuta dal suo ex marito che ora lavora al ministero del Buon Governo Vecchio.

Il Buon Governo Vecchio s’insediò ufficialmente nel 1998 dopo anni di terrore democratico, populista e demagogo. Primo decreto emanato dal nuovo governo fu la riduzione in schiavitù dei datori di lavoro nero, stipendiati ufficialmente dalle libere associazioni di cittadini. Queste associazioni si formarono lentamente all’inizio degli anni ’90 nel quartiere Pigneto di Roma. Dai cinque o sei membri che erano, crebbero a dismisura fino a diventare dodici/tredici mila membri. Tutti perfetti stronzi con matricola e con tendenze nazi-fasciste-gay. Erano vere e proprie logge massoniche dove il rituale d’iniziazione consisteva nel praticare sesso orale al Gran Maestro vestito in tenuta nazista e con braccio teso in saluto romano. Nel mentre il discepolo inginocchiato e con le braghe calate doveva riuscire a sciogliere una candela di cera con il retto. Capirete bene che si faceva la fila per entrare nella loggia. Il Gran Maestro ha 135 anni, portati male ma pur sempre 135. Il segreto della sua giovinezza pare sia il fatto che dorma su reti ortopediche Permaflex ed abbia una foto in salone che invecchia al posto suo. Il secondo passaggio per diventare membro eletto e discepolo ufficiale della setta consiste nella fatidica prova del cuoco, ovvero nel creare una ricetta mai sperimentata, cucinarla e mangiarla senza però mai far cadere l’occhio sulle tette di Antonella Clerici che per l’occasione viene stipendiata per condurre la prova che risulta quindi faticosa ed altamente rischiosa.

Io, come tanti miei amici, non faccio parte della loggia e sono di conseguenza perseguibile civilmente dal Buon Governo Vecchio. Ringrazio Ernesta per la soffiata, l’accompagno all’uscio della porta, le sfioro le natiche e chiudo la porta d’ingresso per poi portare le dita al naso come fosse dell’etere intriso in un fazzoletto. I miei polmoni esultano di gioia bianca e tronfia, come una palla di neve che diventa valanga. La sento galoppare ed allontanarsi dal palazzo.

Terminato il mio brodino di piede, i dubbi mi assalirono e mi spaventai all’idea dei gendarmi del Buon Governo Vecchio in casa mia che frugavano nei miei cassetti in cerca di Dio solo sa cosa. Ma non parlando con Dio da parecchio, presi a costruirmi un piccolo rifugio scavando un buco di 30 cm x 30 cm proprio sotto la scrivania. Un cubo interno al muro, una cassaforte murata che ricoprii con della carta da parati rossa. Dovetti riaprire il nascondiglio perché dimenticai di metterci dentro la robba da nascondere: diari, erba, cd illegali ed i miei hard disk contenenti materiale scabroso e tecniche per costruire bombe carta utilizzando biglietti della metro e banconote da cinque euro.

Ma quella notte qualcosa turbò il mio già travagliato sonno instabile…

Andrea Coffami feat. Angelo Zabaglio

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Siamo gente ricercata

Allora, qui c’è da fare un discorso serio: il blog è andato in vacanza, pure io mi sono pigliato una settimana di ferie, che non sono vacanze, in pratica non lavoro e quando non vado a lavorare non vengo pagato, quindi non erano proprio vacanze ma una sorta di non-guadagno: mi sono comprato la mia vacanza, ma è il bello del mio lavoro, mi dà tante altre soddisfazioni tipo quella di vedere dal vivo una tipa che si infila due bottiglie di vetro di vodka Artic, ma chiudo il discorso che altrimenti divago troppo.
Dicevo, qui c’è da fare un discorso serio: eravamo a cena con Ghelli e Liguori, che il Ghelli aveva portato la mozzarella di bufala e mentre ne ingurgitava tre insieme disse: “Mi garba vedere come arrivano nel blogghe nostro”, mastica e deglutisce un boccone facendo colare latte dalla bocca, “Ci sono certe frasi che ci si schianta dal ridere”. E per sfizio mi sono andato a vedere i famosi “termini di ricerca” che avete utilizzato per arrivare al nostro blog precario.
Per carità: post del genere ne scrivono a milioni, ma cazzo questo è un sito per intellettuali! Qui ci scrive gente coi coglioni grossi come angurie! Sapere che siete approdati qui digitando su google madre spompina cognato, beh… mi rattrista il cuore, l’anima, lo spirito e anche un po’ il corpo. Ma andiamo con ordine.
Inizio a sfogliare la lista di termini di ricerca che avete utilizzato mentre il blog era in vacanza e, per fortuna, al primo posto c’è scrittori precari, poi c’è paolo sizzi, soreni, generazione tq e blablabla, poi vedo che nove persone hanno cercato l’ultimo testamento della sacra bibbia e la mia anima si solleva allo spirito santo.
Poi di nuovo tq, qt, tq, sempre ‘sto cazzo di tq. Ma che è poi ‘sto cazzo di tq? Leggi il resto dell’articolo