Diario di bordo – Casa del Cuculo

Grazie. Grazie. Grazie.

Non ho dormito abbastanza, ma questo malditesta è il più bello di tutto settembre. Il reading degli Scrittori Precari nel salone del Cuculo, il salone in cui suono e dormo e Gianluca impara a camminare e alle pareti le facce e i piedi e i culi dei quadri di Marcello, Marcello babbo di Gianluca pittore violinista muratore elettricista, capomastro che mi manda a prendere mattoni con la carriola per costruire panche con le travi di legno avanzate, e poi le lampadine che pendono dagli alberi e Finzioni che pende dagli alberi e il vino e la pasta al forno, Roberto Bartoli che a un certo punto azzoppa il contrabbasso e Giacomo Toni che mannaggia a lui si conferma il più grande cantautore che Forlimpopoli abbia mai partorito. Forlimpopoli sembra Paperopoli. “Da Forlimpopoli a Frigolandia” sarebbe un titolo bellissimo, dice Simone Ghelli. Anche I nudi del cuculo è un titolo bellissimo.

I vicini dicono che alla Casa del Cuculo facciamo le orge. Mia mamma dice che alla Casa del Cuculo se non c’era il babbo della Sara col cavolo che finivamo di costruire la stanza della Sara e di Bicio, la stanza che in questi giorni è un bar. I baristi non li paghiamo, i parcheggiatori nemmeno, abbiamo una rete di volontari che si accontenta di un piatto di pasta al forno. Gli artisti li paghiamo. Poco, ma li paghiamo. Perché alla Casa del Cuculo diciamo che siamo artisti, ma non ci crede nessuno. Non ci paga nessuno, soprattutto. Andate a lavorare. Fosse un lavoro, organizzare festival in cui la gente dorme in salone e scopre Giacomo Toni e gli Scrittori Precari e Fuochi e Roberto Bartoli, io mi farei assumere abbastanza subito. Ci piange il cuore a farvi pagare 10 euro, ci piange il cuore a parlare di soldi, ci piange il cuore a finire nel mirino del fucile del vicino. Poi parte la musica, e la smettiamo di parlare.

Gli altri, non lo so. Io ho fatto questo festival perché volevo – adesso uso un verbo evangelico – condividere. Ecco, l’ho detto. Condividere. Gianluca e Angelo e Simone e Luca, e poi Roberto e Giacomo e un altro Roberto e Daniele e Giuseppe e Alexa e Thea e Michele ed Enrica, Alice e Camilla e Jacopo e Charlie, io vi metterei tutti intorno a un tavolo, poi toglierei il tavolo e vi abbraccerei. Poi chiamerei tutta la gente che posso e direi:  Sentite come suonano i miei amici, guardate cosa fanno e rendetevi conto di quanto talento c’è nei loro corpi, vorrei spogliarli per farveli vedere meglio, e allora nudi, al Cuculo, I Nudi del Cuculo. Una mia amica esce dal concerto di Giacomo Toni e mi dice che ha appena scoperto il suo cantautore preferito. Ecco.

C’è il solito Tom Waits: ovunque appoggerò la testa/quella è casa mia. Casa mia è un posto dove i piedi si induriscono e un piatto di pasta si trova sempre, rimanere soli è un’impresa, nascondersi è impossibile e  sono rimaste due dita di caffè nella moka. Casa mia è casa nostra, e a casa nostra questo fine settimana c’è tanta di quella gente che non sappiamo dove metterla, e io sto davvero bene. E’ per questo che scrivo cazzate. Lunedì mattina scenderò dal letto e sarà terribile, sicuro che piove e i mattoni mi tocca rimetterli a posto nel fango. Poi dovrò inventarmi un articolo plausibile per il giornale, e scrivere di Addis Abeba per Finzioni e recensire un libro per Finzioni e il libro non solo non l’ho letto, non l’ho proprio scelto. Di cosa parlerà la prossima puntata della mia rubrica su Finzioni? Ecco, magari non ve ne frega nulla, son problemi miei. E infatti la smetto.

E’ mezzogiorno e mezza, tra dieci ore un mio amico leggerà l’Odissea in mezzo agli alberi, gli alberi che vedo tutte le mattine da due mesi, e questa mi sembra proprio una fortuna. Verrà mia mamma stasera, e mio babbo, e i miei zii, vedranno Angolo T e non capiranno nulla, mi chiederanno di andare in bagno e io dovrò a spiegare a mia zia – 60 anni, milanese, professoressa di Scienze in pensione – che il bagno del Cuculo, ecco, è meglio di no. Vai tra gli alberi, zia. Laggiù, dietro la lampadina. Se è un bisognino lungo, puoi leggerti nel frattempo una copia di Finzioni. Ecco, mia zia che si pulisce il culo con Finzioni è una di quelle turbe para-edipiche che non mi faranno dormire stanotte, e avrò malditesta pure domattina.

E’ mezzogiorno e trentacinque e gli Scrittori Precari sono di sotto ad aspettare il mio contributo alla faccenda, perché poi partono per Frigolandia. Dal Cuculo a Frigolandia. Un bel titolo. L’ho già detto Grazie? Sì, all’inizio. Tre volte. Lo dico anche alla fine. Grazie.

Simone Rossi

Casa del Cuculo, 25 settembre

Le metropoli alle spalle, ci si rigenera e si prende un po’ d’aria buona nei polmoni. Il paesaggio intorno è bellissimo e noi siamo stanchi ed esauriti, ma carichi. Sono troppi giorni che stiamo insieme, a stretto contatto. Avremmo tutti bisogno di un po’ di solitudine, di un po’ di spazio e di tempo. Mancano le ultime due serate da fare, ma possiamo cominciare a tirare le somme.

Il nostro tour è andato benissimo, un gran successo. Abbiamo portato in giro il nostro progetto, la nostra letteratura. È stata proprio una bella avventura, e non è ancora finita.

Arriviamo con un po’ di fatica alla Casa del Cuculo, tra il tom tom impazzito e Luca Piccolino che credono di conoscere la strada ma ci portano ad attraversare decine di rotonde, senza mai farci trovare la nostra. Fortunatamente chiedendo in giro alle persone, riusciamo a raggiungere la strada giusta, dove per caso incontriamo Enrica in macchina che ci scorta fino in casa dove ritrovo il mio caro amico Simone Rossi. Baci e abbracci quando ci rincontriamo. Ci raccontiamo un po’ di cose, ci organizziamo, si mangia, si beve vino e poi finalmente giù nella sala del reading. Pubblico numeroso, una quarantina di persone, attentissime. Zab non è in forma, sembra preoccupato, non legge come al solito, ma conquista come sempre il pubblico. La serata continua con un doppio concerto, Roberto Bartoli, un contrabbassista eccezionale, e lo spettacolare cantautore Giacomo Toni. Una splendida serata.

Dopo il concerto, una decina di musici improvvisano una jam session. Ma io avevo bevuto troppo vino, che accumulato alla stanchezza ed al freddo, mi avevano fatto addormentare. E sono andato a letto. Contento. Contentissimo.

Prossima tappa, l’ultima, a Frigolandia, da Vincenzo Sparagna, uno degli ultimi intellettuali italiani veri che ci sono rimasti.

Curiosità, abbiamo conosciuto una ragazza che era sia qui che a Bologna, allo Zammù. Una fan? Ma che! Non è purtroppo riuscita a sentirci nemmanco una volta…

Gianluca Liguori

La provincia e i piccoli centri in genere mi hanno sempre dato migliori emozioni.

La mia esperienza letteraria si è sempre svolta per la maggiore nella mia città e, al massimo, in altre città, come quelle che abbiamo visitato in questo nostro primo tour insieme. Ma, a volte, i grandi agglomerati urbani disperdono l’interesse delle persone ed è normale. Ci sono tante di quelle cose in giro che è anche difficile sapere che ci sono, chiedo venia per il miserevole gioco di parole.

Penultima data dunque.

Il posto dove leggeremo si chiama Casa del Cuculo e non è un locale. E’ uno splendido casale nel cuore della Romagna, dove un gruppo di operosi promuove iniziative e progetti.

Siamo accolti da volti sorridenti e modi gentili. Da lasagne e Sangiovese

Il luogo del reading è uno stanzone grande con tappeti a terra e uno splendido camino. L’acustica è perfetta così, non occorre microfono.

C’è un bel po’ di gente. Iniziamo a leggere. Il buon Simone Rossi ci accompagna con la sua chitarra e quello che vien fuori, a parer mio, è una bella lettura. Mi è sembrato di capire che i presenti fossero dello stesso avviso.

Poi, dentro e intorno al casale, ancora musica, spettacoli, ancora un po’ di vino e chiacchiere.
Il subcomandante Liguori, mentre eravamo in viaggio aveva detto: “Sono troppi giorni che stiamo insieme, siamo scrittori e succede che ci manca quell’isolamento che ci è necessario!”. Aveva parlato così perché io e il Ghelli continuavamo litigare (chiaramente non sul serio).

Però quelle sue parole un fondo di verità lo avevano.

Stiamo da dio insieme. Non solo ci divertiamo, cresciamo giorno dopo giorno come collettivo. Ci uniscono gli intenti, l’attitudine, il cuore e l’amicizia. Le idee vengon fuori naturali e non vediamo l’ora di condividerle e migliorarle insieme. Questo per dire che non fa discutere il desiderio di isolamento che a volte prende uno di noi.

Questo è il posto adatto. Il luogo che serve a riordinare quel che ci frulla in testa.

Così il Ghelli sparisce, Zabaglio e Liguori mi dicono che non hanno idea di dove sia. Poi anch’io mi allontano da loro per disperdermi a mia volta.

Luca Piccolino

E’ la terra del bianconiglio. Io non ho la testa per scrivere il diario. Non li ho mai scritti. La fantasia mi ha sempre salvato dalla realtà. Non troviamo la strada per il “Nudo del cuculo”. Chiediamo indicazioni ad un tronco di “generico albero”. Il buon uomo di legno utilizza i rami come fossero braccia e dita. Siamo in auto ancora quando una Punto cade dal cielo con dentro gli organizzatori del festival che ci ospiterà, due ammortizzatori schizzano via colpendo il vetro della nostra macchina. Arriviamo all’enorme casale sulle montagne, un’aria che mi rigenera. Gli atomi verdi e gialli penetrano come formichine nei pori delle pelle. Il frikkettonismo avanza. È un aquilone colorato che rimane in cielo anche senza vento. Nel locale c’è una grande scimmia con uno spazzolino tra le mani che continua a fissarmi. Il suo pelo è immobile e marrone. I suoi occhi sorridono. Rivedo la Tostoini che di solito leggo solo su msn ed ora sta parlando ad una vespa dicendole: “Vai via, non mi piaci, vai via”. Qui il verde è accogliente, le anime buone sorridono e mi trovo stranamente a mio agio nella mia svogliata non voglia di sorridere. Entriamo nella grande stanza dove dovremo leggere, la gente si siede, noi iniziamo le letture, le mie parole si fondono con le note di Simone Rossi alla chitarra. Il pubblico ci ascolta e sorride. I loro sorrisi mi danno gioia per qualche minuto. Ridere è sovversivo. Ma oggi mi sento un reazionario.

Andrea Coffami

Stamani mi son svegliato col culo di traverso, come si dice dalle mì parti, perché gli altri dormono come orsi e io mi rompo ad aspettare. Piccolino se la prende con me perché ho lasciato la finestra aperta e gli s’è incriccato il collo, poi attacca un pippone sulla storia della musica. Anch’io son d’accordo che a toglie Springsteen non si farebbe torto a nessuno, ma gli faccio notare che col suo metodo rischiamo di tenerci solo i Beatles.

Ci lasciamo il cielo grigio di Milano alle spalle che è già ora di pranzo, e così al primo autogrill mi ritrovo con Zab a riempire una baguette coi salamini in saldo proprio come all’andata.

La Casa del Cuculo è un posto splendido in mezzo alle colline romagnole, ma prima di arrivarci giriamo decine di rotatorie, alla ricerca di quella di Forlimpopoli col busto di non so chi, e finiamo in una strada sterrata tra cani incazzati e vigneti deserti e col Liguori che fa il pilota di rally suo malgrado. L’accoglienza ci ripara però abbondantemente di tutti i chilometri fatti: si mangia e si beve in una cornice da Decameron, poi scendiamo in un salone allestito appositamente per noi, dove leggiamo tra un pubblico attento seduto in mezzo a tappeti ed arazzi. All’uscita ci attendono altri spettacoli, così mi lascio cullare dalle note di un contrabbassista che si dimena sotto al cielo stellato, e poi da quelle di un bravo cantautore che cita anche Piero Ciampi in una canzone dedicata al nord est: Andare, camminare, lavorare, ma stasera ci fermiamo un po’, che stasera ci sentiamo veramente a casa….

Simone Ghelli

Diario di bordo – Milano

Arrivo a Milano la sera prima, ovviamente ci fermiamo 2 minuti alla stazione di Bologna e mando un sms agli altri.
Penso al casino che stanno combinando e a come è andato il reading.
Il giorno dopo la prima cosa che faccio (dopo aver visto la foto di Ghelli a Firenze, cosa che ormai turberà le mie notti già insonni di loro) è chiamarli e maledirli bonariamente (?).
Chiamo Piccolino e ci mettiamo subito a ridere. Quaranta chilometri, più o meno e sono a Milano.
Sono contento. Tra un po’ il gruppo si riforma. La band è di nuovo insieme.
E’ tutto il giorno che risistemo i miei scritti, li leggo, li posiziono sul tavolo, sul divano. Ho la strizza. Per me Milano vuol dire troppe cose: è passato, presente e futuro che si fondono insieme. E’ un Maelstrom emozionale capace di prosciugarmi le mani dal sangue.
Arrivano. Ci diamo appuntamento al Duomo. A Milano è Fashion Week, si aggirano donne e uomini belli belli belli in modo assurdo. Arrivano loro e si vede che non facciamo parte della categoria di cui sopra.
Abbracci, baci e foto. Dentro la metropolitana direzione Frida.
Il Frida è sotto assedio di una troupe che sta girando una sit-com, c’è Daniele. Abbraccio il mostriciattolo che conosco da parecchi anni, perché quando ho vissuto a Milano e gestivo la sicurezza del teatro lui era un mio collega, che poi si è buttato nel mondo della musica e del teatro. Ed è giovane e gli voglio bene. Daniele è la voce dei FLUIDO e stasera saranno i nostri musicisti.
Poi arriva Maddalena, ma prima puntata alla GS dove Zabaglio ingolla/fagocita/sorbisce due Philadelphia, e sono baci grossi e col botto. Ci ha dato una mano e chi può ringraziarla mai abbastanza!
A me comincia a salire la tensione. Stasera verrà il mio mentore e migliore amico, Gipeto. Un attore straordinario, un uomo incredibile. Ci sarà anche la Mela a cui griderò “Cani e padroni di cani”. Parlando con gli altri mi rendo conto che siamo tutti agitati. Si parte dopo un po’, si parte alle 20 passate: ci sono marziani, cuochi, nani e ballerine. Al Frida ci vengono per bere. Noi teniamo botta. La sfida è quella. Tocca a me dopo l’ospite e ho le gambe di cemento e le avrò fino alla fine.
Tutto fila liscio. Ci alterniamo con Zabaglio che spacca, Piccolino che mi dedica poesie da microdotati, lui che si porta la condanna nel cognome e Liguori che impazzisce ed inizia a leggere anche le istruzioni per l’uso del mixer.
La nottata continua tra saluti ad una fan che ci segue, ad amici come Ibba ed Edo di Edizioni Verdenero e un arrivederci a Milano. Poi tutti a festeggiare la più bella fotografa d’Italia.
Torno a letto e penso a quanto voglio bene a questi quattro sciammannati.
Parecchio.
Ci si rivede a Roma.

Alex Pietrogiacomi

La prima volta a Milano: palazzi belli, ordinati, ma se non fosse per i tram non saprei cosa fotografare. Per fortuna oggi sappiamo già dove lasciare le nostre cose, e forse risparmieremo un poco i piedi. La cugina di Andrea ci accoglie nella sua casa pittata di fresco, ma abbiamo giusto il tempo sufficiente a sistemarci e poi di nuovo fuori, proprio su uno di quei tram da poco fotografati.

Ritroviamo Alex davanti al Duomo, che mi sembra un’imponente creazione di cera colata e solidificata, o forse è la versione sacra della casa di marzapane, ma la visione dura il tempo di uno scatto, ché siamo subito rigurgitati dalla metro di Milano, che profuma e non puzza come quella di Roma.

Al Frida una troupe cinematografica sta smontando le proprie attrezzature, nel mezzo alle quali sembreremmo come il cacio sui maccheroni, se non fosse che per fortuna stanotte abbiamo avuto il tempo di docciarci.

Iniziamo a leggere nel via vai di zebedei, come direbbe lo Zabaglio, e invece è solo la gente venuta a fare l’aperitivo, e il casino è tanto nonostante il microfono, ma noi andiamo avanti come trattori nonostante il locale che si svuota e il mio stomaco che vorrebbe riempirsi, ma a riempirsi sono invece le tasche dove scivolano monete sonanti, perché la gente rimasta si avvicina al banchetto a fare acquisti, e noi a gongolare che anche domani forse arriviamo a destinazione. Quanto al mio stomaco, sollazzato dall’idea di una cotoletta alla milanese, deve invece accontentarsi di un pollo al curry dall’indiano. Ma va bene così, e speriamo che il domani ci porti una bella piadina romagnola…

Simone Ghelli

Il Frida è un bel posto. Grande e accogliente.

Un discreto numero di persone ci segue attenta. Negli altri innumerevoli angoli del locale si consuma un aperitivo abbastanza chiassoso.

Con noi ci sono i FLUIDO che suonano all’inizio, in mezzo e alla fine del nostro reading.

Sono uno dei primi a leggere e durante l’ultima sessione musicale, esco a saziare un irrefrenabile desiderio di nicotina.

Un tipo con un mojito nella mano destra e la calata meneghina mi fa: “Ma questi qua non hanno finito di rompere i coglioni?”

Sorrido: “Madonna! Son dovuto uscire, non ce la facevo più. Non scopano e si sfogano con questa pippa!”

Il milanese è affabile: “Sei di Roma eh?”

Annuisco.

“Voi romani mi fate morir dal ridere…”

Vagli a spiegare che a me i romani e Roma fanno ormai ridere sempre meno.

Lo saluto e rientro.

Luca Piccolino

Nell’auto verso Milano ascoltiamo De Andrè, io e Ghelli pensiamo sia sopravvalutato. Lo riascolto e la penso ancora così, mi dispiace per i puristi. All’autogrill facciamo colazione ed assaggio una pallina fritta di Luca che sa di cetriolino ma mi dicono che è un peperone, boh, a me sembrava un cetriolino. Arrivati a Milano la nebbia non ci fa vedere nulla, zero, solo bianco davanti agli occhi, bianco che ci avvolge e rende impossibile avanzare. Investiamo un chierichetto di dodici anni ma ce ne freghiamo ed andiamo avanti lasciandogli 50 centesimi come risarcimento danni. L’auto di Gianluca tasta la strada e a tentoni arriviamo davanti l’Esselunga di mac mahon dove abita mia cugina. Parcheggiamo al reparto carni fresche che è l’unico posto libero. Saliamo su da mia cuginella bella che le voglio un gran bene e lasciamo zaini, scatoloni ed un pò di stanchezza, la riprenderemo il giorno dopo magari, oppure la lasceremo nel freezer sperando che muoia di congelamento. Arriviamo al locale dove leggeremo e scopriamo che stanno girando un film. Nel cesso del locale parlo con due attrezzisti e mi dicono che stanno girando un porno (me ne ero accorto già, visto che durante i ciak le banane della scenografia diminuivano sempre più). Il cinema sloggia ed il gruppo dei Fluido apre la serata, noi si legge tra le gente che aperitiva e parla e la gente che aperitiva e segue. E’ il caos, ma la nebbia copre il tutto, copre anche le voci ed allora leggo immaginando che ci siano Patrck Sweizt e Mike Buongiorno che mi ascoltino. Dietro di loro Sandra Mondaini e Raimondo Vianello che si abbracciano forte e si danno coraggio per il tristo momento che li unirà in eterno. Ad un certo punto Sandra stira inaspettatamente e Raimondo per il dolore si buca di eutanasia. Poi il tutto termina e noi si mangia un riso indiano ottimo al sapor di Pandoro mentre l’anima di Patrick Sweitz entra mascherata da Mike Buongiorno intimando i presenti a mettersi a terra puntando una pistola sui volti sbogottiti. Si cazzeggia con gli amici milanesi, mia cugina, il ragazzo e tutti gli amici che non vedevo da troppi mesi. Questa notte si dorme, in particolare io su un materasso che mia cugina ha detto che è magico perchè ha le molle separate che in pratica mantengono sempre dritto il corpo. Quindi dormirò tutto dritto.

Andrea Coffami feat. Angelo Zabaglio

Deja vù. Simone ha scritto il suo post e se ne è andato a dormire. Ha detto che si stendeva per scribacchiare un po’, ma era un bluff. Dopo due minuti sono andato a prendere una birra in cucina, dove siamo sistemati con le brande, e lui era già crollato. L’ho dovuto spostare, lui con tutta la branda, perché si era messo in modo che l’anta non si apriva.

Deja vù. Angelo scrive sul suo blocchetto, io sul mio, al suo fianco. Parliamo di mali e di malinconie. Siamo sul balcone, in questa casa non si fuma, c’è una donna incinta. Stiamo entrambi scribacchiando, e ci diciamo della difficoltà di scrivere in queste condizioni, stanchi ed in presenza altrui. Ma va bene, si deve fare e resisteremo.

Deja vù. Luca trascrive al pc quello che ha appena scritto sul suo quadernetto. Aveva sbagliato data, aveva scritto 27, ha corretto quando gliel’ho fatto notare, siamo tutti svalvolati, scrittori precari in viaggio, in cerca di quello che dobbiamo cercare. Oggi e San Pacifico e ieri era San Padre Pio. Che ci frega!?, direte voi. E invece ci frega. Luca voleva mettere per tutto il diario in calce il santo del giorno. Così, per San Gennaro, forse. Ma i precari non hanno santi in paradiso, al massimo qualche lettore.

Deja vù. Alex scriverà il pezzo stanotte o domattina e poi lo manderà, speriamo di trovarlo quando al primo internet point vi regaleremo il resoconto di questa nuova giornata.

Con Milano si conclude il tour metropolitano, domani e dopodomani avremo un palcoscenico diverso, ci attendono lochi più bucolici.

La precarietà del viaggio si sente giorno per giorno sempre di più, la stanchezza meno, forse ci siamo abituati, quasi non la sentiamo, oppure le risate che si consumano ogni giorno sanno pure farci rigenerare. Ed anche Milano è alle spalle. Lascio Giacomo La Franca, nostro ospite, e tanti amici alle spalle. E pensare che avrei pure potuto finire a viverci, erano quasi dieci anni fa, dovevo iscrivermi all’università, e se al capoluogo meneghino preferii mamma Roma era solo perché allora i prezzi degli affitti erano molto più cari, improponibili per me, e poi non c’era mai il sole, mentre Roma per tanti, troppi versi è ancora una città del sud, il sud che lasciai. Per un altro sud.

Intanto in questi anni a Roma i prezzi delle case hanno raggiunto prezzi esorbitanti, ed è dura, veramente dura. I tempi sono precari, come noi.

Gianluca Liguori

Diario di bordo – Bologna

A Firenze Vanni ci accompagna a mangiare un panino e lampredotto, poi si riparte per un’ultima vasca lungo l’Arno, tante volte i piedi rischiassero d’andare fuori allenamento.

A Bologna il posto auto con le strisce bianche non esiste o siamo noi che non lo troviamo, tant’è che regaliamo 8 euro al comune e tanti saluti a tutti. Almeno stavolta siamo vicini al locale, che si chiama Zammù e ha un bel mobilio lilla e giallo. Siamo stanchi morti, anche perché siamo finiti a Piazza Maggiore per attaccarci a una wireless e postare il diario di viaggio. Al ritorno conosciamo Chiara Arnone, che scrive su SuccoAcido, e Barbara Gozzi di PrecarieMenti, venuta apposta dalla provincia. Il reading va bene, anche se non c’è il microfono e nella stanza accanto la gente chiacchiera. Finiamo a mangiare una mega pizza da Totò, dove ci porta Matteo, altro ex Elton Junk come il sottoscritto, che ci toglie le pezze dal culo lasciandoci casa libera. Finalmente ci si può lavare e andare a letto come bambini felici…

Simone Ghelli

Dopo aver ricominciato la stagione alla grande con la maratona della scorsa settimana a Roma, dopo aver conquistato Napoli e Firenze, oggi ci siamo presi anche Bologna. La risposta del pubblico è stata positiva, c’era un po’ di preoccupazione generale e diffusa riguardo a questa data felsinea, ma nonostante il vociare della sala accanto e i rumori provenienti da fuori la finestra, la serata si è svolta magnificamente. Ho rivisto con piacere, oggi, Simone Rossi, che ha suonato per noi. Sono stato immensamente contento di rivederlo anche se si è potuto parlar poco, purtroppo, ma ci rincontreremo dopodomani a Meldola, alla Casa del Cuculo, per la penultima data del tour. Simone avrebbe dovuto essere in giro con noi, poi per una serie di motivi che non starò qui a spiegare, non è partito più con noi. Venerdì si starà un po’ insieme, ma prima ci sarà Milano.

A Milano ci aspetta Alex, l’ho sentito molto carico. Intanto qui è ritornato il Ghelli, pulito e profumato, litiga con Piccolino, si contendono una sedia, non ce la si fa più, troppi giorni insieme, quante cose che non si possono raccontare, tra risate e santi e madonne che piovono giù, il Ghelli si lamenta, mi interrompe, non si riesce ad andare avanti di una frase che le risate a crepapelle ci piegano in due. Sembriamo quasi ragazzini in gita ed è bello così.

L’avventura continua. La stanchezza è pesante, ieri solo quattro ore di sonno, svegliati da una trivella che spaccava pietre, poi il viaggio, la ricerca di un accesso alla rete, il reading. Bravi i nostri ospiti, Matteo Bortolotti e Carlo Palizzi, che ha letto Decimo che non si è presentato. Noi eravamo provati, ma abbiamo retto alla grande.

Adesso ci tocca riposare, che domattina la sveglia suona e si torna di nuovo sulla strada.

Gianluca Liguori


Tre ore  di sonno ci pesano sul groppone. Non siamo più gli elastici individui di un tempo, inutile mentire.

Firenze ci saluta con un panino al lampredotto e gli abbracci di Vanni Santoni.

Bologna.

Ordinata. Pulita.

Zona ztl e parcheggio a pagamento da due Euro all’ora. Alcuni amici bolognesi mi confermano che la città è parecchio cambiata. Il sindaco-sceriffo Cofferati ci ha messo del suo.

Allora mi viene da pensare a Roma. Penso a Rutelli, Veltroni e Alemanno. E penso che al peggio non c’è mai fine in questo paese.

Arriviamo alla libro-vineria Zammù. Notiamo come non ci sia neanche uno straccio di locandina innanzi al locale. Non c’è microfono.

Decidiamo dunque di svolgere le nostre letture nella più piccola delle due stanze, dove forse le nostre voci arriveranno meglio.

Rilasciamo un’intervista a Chiara Arnone di SuccoAcido chiedendo scusa per le nostre condizioni e le nostre facce.

Si inizia.

Con noi ci sono Matteo Bortolotti e Carlo Palizzi, Simone Olla. Simone Rossi con la sua chitarra acustica ci accompagna a volume regolato, vista la mancanza di microfono.

Bisogna tirare fuori il cuore. Il nostro assonnato e stanco cuore.

Così di fronte a un buon pubblico venuto per noi, sputiamo quel che ci resta in corpo.

Il risultato è qualcosa di atipico per noi,  qualcosa di buono. Non il nostro meglio ma neanche malaccio. Ci può stare.

Matteo, un amico del Ghelli, si offre di ospitarci, prima però si va in via del Pratello a mangiare.

Finalmente una doccia mi lava via dalla pelle la puzza di cane avariata e cicca spenta. Otto ore di sonno non ce le toglierà nessuno.

Domani a Milano rinconteremo Pietrogiacomi e così saremo di nuovo tutti e cinque…

Luca Piccolino

Al mattino si va io ed il Ghelli a comprare le paste ed i caffè. Il barista mi dice cose strane ed io non capisco nulla. Poi il Vanni Santoni ci porta a mangiare della carne bollita in un panino. Robba buona che mi ricorda il muso di porco. Ma pare sia scroto di vacca o budello di vitello o bufalotto, boh. Comunque andiamo a stomaco pieno verso Bologna. Arriviamo, forse. Ci pare di essere in una città tipo Bologna. Il tomtom come al solito dice le frasi a cazzo e ci manda in un luogo umido. Capiamo essere l’Arno quando le ginocchia iniziano a bagnarsi. E siamo in auto cristo! Il sonno è poco, cioè è tanto, sono le ore di sonno dormite che sono poche. Fatto è che si cammina come disperati verso un internet point. Chiedo informazioni a due studenti e nessuno sa dirmi dove sia un internet point. Poi andiamo avanti di dieci passi e ci troviamo da un indiano che ha un internet point ed allora penso che gli studenti si devono fare meno canne mentre camminano sotto i portici e cofferati ha ragione. Stremati ma vogliosi di leggere si arriva allo Zammù dove Chiara ci vuol conoscere ma intanto scopriamo essere senza microfono e con la voce mia che è andata a puttane. Ma è andata da paura: Simon Red ci ha accompagnati con la sua chitarra mentre si leggeva e la gente nel caos da mercato ci ha seguiti e anche questa volta ha comprato un bel po’ di robba. Ora siamo a casa di un amico di Ghelli. Abbiamo in pratica occupato casa loro, mi sono docciato scrostandomi la ruggine dai testicoli e sono pronto per il materasso. Lui è rosso, bello, sporco al punto giusto, lo accarezzo, lo bacio e la passione cresce. Domattina sgraverà tre cuscini. Li chiamerò Atos, Portos e Mariastella. Ora vado a dormire che sono stanco. Ho voglia di mangiarmi una banana, ne addento una ma sa di mela cotogna. Ottima. Ora vado a dormire che sono stanco e potrei iniziare a ripetermi dicendo sempre le stesse cose in automatismo. Ho voglia di mangiarmi una banana, ne addento una ma sa di mela cotogna. Ottima. Ora vado a dormire che sono stanco, però il bello è che io devo ringraziare chi mi ha ridato la passione per le mie passioni, altrimenti queste risate e questa stanchezza non le avrei mai vissute. E allora le mando un sms e la ringrazio… ma vabbè, queste son cose mie 🙂

Andrea Coffami

Diario di bordo – Firenze

Giornata faticosa. Comincia in redazione, ma in realtà è già iniziata ore prima con comunicazioni spiacevoli, con gesti “avventati” forse. Alla fine ci si convince che “così è la vita” e vabbè.
In redazione tutto scorre velocissimo in questi giorni, c’è un bel martellare.
Penso ai precari in viaggio verso Firenze e a quanto si potrà lamentare il Ghelli, quanto potrà essere molesto Zab e le risate del duo Piccolino-Liguori.
Mi sarebbe piaciuto stare insieme a loro. Il lavoro però è troppo urgente in questo momento.
Controllo che ci siano notizie riguardanti il collettivo, stasera lavoro l’intervista per Sololibri.net e a cena mi vedo con l’ineguagliabile Pierpaolo Di Mino (compagno Orco di mille avventure). L’incontro sarà teso alla scuola romana, a esperimenti letterari e naturalmente a sinergie che prevedono la partecipazione dei precari.
Intanto scopro che ci sono molti collettivi (Brigata Giglio, Il rifugio dei Moai) e ghigno. Perché siamo in tanti. Forse si potrebbe dire in troppi. Ma siamo tanti. E si possono fare belle cose.
Stanotte preparo Milano. Andrò nella mia Milano. Sarà un reading molto importante per me. Estremamente. Avrò anche il piacere di condividerlo con la musica dei FLUIDO con Daniele Chiesa alla voce, un vecchio (di data) amico.
I precari faranno festa. Io con loro. Firenze e Roma sono vicine con i pensieri.

Alex Pietrogiacomi

Firenze me la ricordavo a piedi, ma arrivarci in auto è un’altra cosa. Attraversiamo l’Arno due tre volte, senza sapere dove poterci fermare. Alla fine capiamo che più di tanto non si può, e così Firenze ritorna città da saggiare col piede, sotto un caldo che sembra un secondo agosto. Camminiamo fino a Borgo San Frediano, poi attraversiamo l’Arno e ci mescoliamo ai pellegrini che scattano foto ovunque, incrociando gli sguardi con gli obiettivi. Camminiamo tutto il giorno, avanti e indietro con pacchi e paccotti, le gambe che mi sono diventate un pezzo di legno dai polpacci in giù. Per cena ordino una braciola fritta con patate, che mi ricorda i mercati col mì nonno, e a La Cité apprezzano quando leggo di come lo seguivo da bambino sul camion, col culo stretto per la paura di finire di sotto. Tra il pubblico c’è anche il Tabacco, cantante degli Elton Junk; uno che con la voce che si ritrova dovrebbe andare su tutte le radio, ma qua siamo in Italia e si sa come girano le cose. Ci sono anche un sacco di scrittori, redattori di fanzine, lettori che hanno preferito le nostre parole alla bolgia del concerto in Santa Croce. C’è anche Vanni, che legge un pezzo del nuovo romanzo a cui sta lavorando, e quando è il mio turno di fare lo stesso il culo mi si stringe proprio come quando giravo in camion col nonno, perché il pezzo di Vanni è bello davvero. Poi mi accorgo che qua non c’è nessun burrone nel quale cadere, e allora parto, che tanto sono ancora all’inizio, e da camminare ce n’è ancora, di nuovo verso l’auto a prender gli zaini, e poi indietro verso casa di Vanni attraversando ponti su ponti mentre gli spazzini notturni compiono il loro lavoro e raccolgono cocci mentre noi raccogliamo parole…

Simone Ghelli

Quasi le cinque del mattino. Vanni dorme mentre qui di sotto è una fabbrica di scrittura. Ghelli al pc, Zab col portatile, Piccolino sul suo block-notes verga a penna il suo resoconto che poi dovrà ribattere.

“Non scrivere troppo che poi ti tocca riscriverlo!”, dico io.

“Non ti preoccupare. Se si deve fare si fa, è bello a quest’ora tutti qui a scrivere…”

Intanto si guarda pure le foto e si ride a crepapelle. Ci divertiamo un mondo, la lettura anche a Firenze è andata benissimo, gli ospiti, tutti fantastici, Vanni Santoni, Ilaria Giannini, Gregorio Magini e i giovani del Collettivomensa. Un’altra grande serata, ho conosciuto tanta bella gente, e un altro giorno andato.

Sono a pezzi, scrivere stanotte è difficile, lascio stare e mi rilasso un po’. Tra meno di cinque ore sveglia. Salutiamo Firenze e via verso Bologna. Andiamo avanti così.

Gianluca Liguori

Avevamo due giorni liberi, dopo la data di Napoli. Li abbiamo trascorsi a Roma.

C’erano parecchie cose da preparare.  Altri libretti da spillare, ciddì da registrare e copertine da ritagliare.

Dovevamo riassettare la Liguori-mobile e chi più ne ha più ne metta.

Due giorni sono passati in un attimo, inutile dirlo.

Firenze dunque. Erano anni che non passavo di qua. Sembra essere poco cambiata dall’ultima volta.

Un pomeriggio passato a fare i turisti.

Sentiamo la mancanza di Pietrogiacomi in realta e sappiamo che la sentiremo di più, una volta giunti all’ora del nostro reading.

Il locale si chiama La Cité, è in centro, in Borgo San Frediano.

Incontro dei vecchi amici. Amici che anni fa hanno condiviso con me una parte importante della mia vita. Mi torna in mente la mia militanza in Rizoma rivista letteraria indipendente autoprodotta.  Mi tornano in mente le collaborazioni avute in quegli anni con Mostro, rivista letteraria fiorentina che vedeva tra le sue fila proprio Gregorio Magini e Francesco D ‘Isa. Li rincontro dunque qui, dove li avevo lasciati anni fa. Come me sono cambiati ma hanno mantenuto intatta la passione e la voglia di fare.

Il reading fila liscio. Liguori è sicuro di se e non sbaglia. Ghelli riceve parecchi complimenti per il racconto su suo nonno (del resto è stato eletto capogruppo in quanto madrelingua). Zabaglio è pirotecnico, come al solito, io ce la metto tutta ma non guardo mai il pubblico e alla fine Zab me lo fa notare. Intevengono inoltre Ilaria Giannini, Vanni Santoni, Gregorio Magini e i ragazzi del Collettivomensa. Dei ragazzi appunto che mi ricordano così tanto me, Francesco e Gregorio, qualche anno fa.

A questo punto realizzo che sto un po’ invecchiando. Non molto ancora, certo, ma sto invecchiando lo stesso.

Sono bravi però quei ragazzi e le malinconie fuggono in fretta.

Dormiamo da Vanni Santoni che oltre al talento sembra avere un’altra dote. La pazienza.

Così non ci butta fuori a calci in culo da casa sua nonostante siano le sei del mattino e noi stiamo facendo un casino a scrivere il nostro diario di bordo.

Luca Piccolino

Sull’autostrada si fa il pieno e ci fermiamo a mangiare. Io in tempi precari mi compro una baghetta e i salamini piccanti che inserisco all’interno in un gesto d’amore e di passione. E si riparte alla volta di Firenze. La si giunge a Firenze e madonna impestata il navigatore di ‘sta gran fava non ci dice che la vettura non può entrare al centro storico ed il locale dio bono è al centro e lasciamo la macchina distante che la siamo costretti a camminare ore che i piedi ora son stracci a furia di camminare tra monumenti che fissano i turisti cinesi. E la lettura inizia e Vanni Santoni apre le danze e noi s’inizia a leggere e alla gente pare gli garbino parecchio questi Scrittori precari e la si vendono tanti dischi e tanti libelli piccini che così si arriva fino a Bologna e magari la si torna a Firenze a vederci la casa dei Medici (che io mi chiedo la casa dei Pazienti la dove si trova? Di fronte?). Ora si è a casa del Vanni che m’ha regalato una maschera del lottatore anni ’70 El Santo che mi sento contento come a natale da piccino quando ero felice dei regali. Dio bono!

Andrea Coffami

Diario di bordo – Prima di partire per un lungo viaggio

Roma, 22 settembre 2009. Mezzanote passata.

Le lancette dell’orologio hanno superato le dodici anche stanotte. Sono stanco e ancora non pienamente ristabilito dal raffreddamento o influenza che mi ha colpito, ma non ho sonno. Domani saremo a Firenze, pare che ci aspettino. Con noi ci saranno a leggere Vanni Santoni e Ilaria Giannini, ci potrebbe essere anche qualche altro ospite, ma non vi anticipo niente, dovrete venire lì, se Firenze vi è raggiungibile, oppure aspettare il prossimo appuntamento con il nostro diario. I ragazzi mica lo sanno che mi son messo a scrivere questo post. Non lo sapevo neanche io. È venuto fuori da sé. Avevo voglia di scrivere, e sebbene sia ancora a casa mia, mi sento in tour, questa avventura fantastica con questi giocolieri della parola, questi amici, questi scrittori.

Oggi ho stampato quelle due parti del romanzo di cui vi dicevo ieri. Magari gli darò una rilettura durante il viaggio, può darsi che proverò a sondare qualcosa, o forse no, forse meglio leggere… è inutile pensarci adesso, tanto poi decido sempre pochi minuti prima della lettura.

Dicevamo di domani sera, cioè stasera, è martedì, siamo al 22 di settembre, si entra nel vivo dell’azione. Firenze ci aspetta. Obiettivo libreria La Cité, Borgo San Frediano 20r.

Dovrei andare a dormire, ma qualcosa mi preme qui, seduto davanti a uno schermo sporco, a battere le mie dita sui tasti, freneticamente, per raccontarvi i giorni di un giovane scrittore precario.

Ieri siamo arrivati a Roma verso le cinque e mezzo del pomeriggio. Alex aveva preso un intercity prima delle dieci, aveva da lavorare a Roma. Zabaglio era sceso a Latina. Io e Ghelli, salutato Piccolino alla stazione, siamo ritornati a casa a piedi. Volevo fare due passi. Chiacchierare. Abbiamo fatto il punto della situazione. Eravamo arrivati sino a qui. Oltre venti reading da dicembre a luglio, con una risposta di pubblico inaspettata. Il ritorno con la maratona letteraria, una serata eccezionale con tanti pregevolissimi autori che si sono alternati con noi sul palchetto del Simposio. Ci ripenso e sono contento. Avrò qualcosa da raccontare. C’era mia sorella diciottenne quella sera, tra una settimana si trasferisce a Roma per l’università, era venuta a fare il test d’ingresso e si era trattenuta qualche giorno. Anche per assistere all’evento che aveva organizzato il suo fratellone. Sono emozioni vivissime. Era pochi giorni fa. Quando stava per andare via le ho fatto conoscere Armati, ha fatto una tesina sulla contestazione studentesca e mi aveva chiesto qualche libro, tra i vari le avevo prestato Cuori Rossi, da cui aveva “appreso numerose notizie interessanti qua e là”. Mia sorella ha detto a Cristiano che il suo libro gli era stato utile perché “c’erano storie che sui libri di scuola non si trovavano”.

Qualche sera prima, a casa di Zabaglio, lui, una sua amica, mia sorella e il suo fidanzatino, io, la mia ragazza e Luca Piccolino, tutti insieme abbiamo piegato e spillato i libricini autoprodotti che portiamo in tour e che vendiamo ai reading ad un 1 euro per finanziare il nostro viaggio. Ad un tratto, potevano mancare venti alle undici, bussano alla porta. L’inquilino del piano di sotto era infastidito dal rumore della spillatrice. Aveva chiesto cosa stavamo facendo.

Alla maratona, considerata tutta la gente che è passata, non è che se ne siano venduti poi così tanti. Pensavo di più. Napoli invece ha risposto ben oltre le aspettative. Dovremmo arrivare agevolmente a Firenze e Bologna. Vi faremo sapere.

Che altro dirvi? Che forse sia giunta ora di andare a dormire che domani (cioè oggi, dopo il sonno) si parte? Vi ho detto che oggi mi ha chiamato Matteo Castagna per Radio Popolare Network Carrara e ho parlato di Scrittori precari? E ancora che ci sono diverse possibilità di altri reading? Insomma, pare che non ci sia un attimo da perdere e tante strade da percorrere. Siamo pronti. Ora vado davvero. Per coloro che sono nei pressi di Firenze, l’appuntamento è alla LibreriaCafé La Cité, in Borgo San Frediano 20r. Vi aspettiamo.

Sono molto contento. Io a Firenze ci sono stato solo una volta per due ore, di notte. Avevo vent’anni o giù di lì. È passato tanto tempo. O forse pochi anni, ma come se vite su vite mi abbiano vissuto.

È passato tanto tempo. Piccolino e Magini si incontreranno nuovamente dopo tanto. Era il periodo di Mostro e Rizoma, roba di nicchia. Io ero ancora sbarbatello.

Saluti e baci a tutti, ci si becca in giro.

Gianluca Liguori

Diario di bordo – Napoli

Tutta colpa dei precari. Stavo scrivendo il mio nuovo romanzo, ho lavorato alla brutto dio per 24 giorni, dal 1 agosto fino al 24, chiudendo le prime due parti, poi al lavoro (quello che mi occorre per pagare l’affitto della mia stanza e il cibo e pochi vizi) mi hanno costretto a fare straordinari (che è pure una cosa buona, visto che sto con “le pezze ar culo”, ma c’è sempre la storia maledetta del tempo che manca per scrivere), poi sono tornati i precari dalle loro più o meno vacanze, c’era da organizzare il tour e la maratona letteraria, e addio scrittura. Affanculo il mio romanzo. Per adesso ho scritto le prime due parti e stanno bene lì, a riposare. Troverò il tempo per riprendere, adesso sono qui nella mia stanza a Roma, sono tornato da qualche ora da Napoli, devo scrivere questo pezzo d’apertura del diario di bordo del tour precario, alla mail ci sono già i pezzi di tutti gli altri, sono in ritardo ma va bene lo stesso. Debbo distillare il tempo inquinato dagli imprevisti.

Napoli è cominciata a Roma.

È tra le mura capitoline, dove il collettivo è nato, cresciuto ed ha cominciato a farsi conoscere, che abbiamo ricominciato. Giovedì 17 settembre, a San Lorenzo, al Simposio, il ritorno del nostro reading itinerante dopo la pausa estiva, volevamo qualcosa di memorabile, e credo che ci siamo riusciti, grazie ai tanti bravissimi ospiti presenti in sostegno della nostra causa e di un pubblico meraviglioso.

Si sono alternati a noi nelle letture Antonio Romano, Girolamo Grammatico, Ilaria Mazzeo, Cristian Giodice, Dario Falconi, Peppe Fiore, Roberto Mandracchia, Alessandro Hellmann, Luca Moretti, Cristiano Armati, Dario Morgante, Massimiliano Coccia e Vanni Santoni.

Ha suonato per noi Mad. Res. Klern (cliccate sul suo nome e andate ad ascoltare la sua musica sul suo myspace)

Ne approfitto per ringraziare pubblicamente tutti a nome mio e di Scrittori precari.

Tra qualche settimana nascerà un nostro canale youtube dove potrete vedere e ascoltare tutti gli scrittori che hanno partecipato alla maratona letteraria, seguiteci qui e appena sarà pronto ve lo comunicheremo.

Quindi Napoli.

Al mattino sveglia alle sette meno un quarto. Solito risveglio e poi al lavoro. Ultimo giorno e poi in ferie per una settimana. Sono pronto, l’ultimo sforzo, intanto che sono ancora convalescente, il primo freddo e l’acqua addosso della prima copiosa pioggia mi avevano causato un brutto raffreddore e una tosse tremenda che aggredisco continuando a fumare, poi a casa per una doccia al volo e via di corsa verso la stazione dove trovo ad aspettarmi Alex e Luca. Dopo qualche minuto arriva Simone ed eccoci pronti. Zabaglio salirà a Latina.

Fame. Dovevo mangiare qualcosa, avevo i crampi allo stomaco e mi sentivo debole. Un panino pietoso all’autogrill dentro la stazione Termini, che poi se ci pensate, non molti anni fa gli autogrill erano solamente sulle autostrade, adesso sono dappertutto, a maggio mi sono spesso nutrito ai loro chioschetti che si trovavano ovunque all’interno della Fiera Internazionale del Libro di Torino.

Fatti i biglietti, saliamo sul treno. Dopo dieci minuti mi telefona Zabaglio, dice che non sa se riesce a prendere il treno, sta male. Panico generale. Poi arrivati a Latina Zabaglio chiama Simone e chiede a che vagone siamo. La comitiva era riunita.

Alex faceva foto in continuazione, alcune le trovate già sul nostro Flickr. Si ride, si scherza, si discute e il viaggio è già qualcosa che vale la pena di esser vissuta.

Arrivati a Napoli, metro fino a Montesanto ed a piedi superiamo piazza del Gesù e siamo presto davanti alla Ubik.

Questa città folle e magica ci avvolge. Riconosco echi della lingua delle mie origini, sono vicini i luoghi che mi hanno dato i natali, dove sono cresciuto, Napoli che è Napoli, da secoli e secoli scriviamo di questo luogo mitico, una storia millenaria, infinita, tutta da raccontare.

Davanti alla libreria c’è Raffaella con Pino Imperatore. Ci presentiamo, facciamo un giro nella libreria e intanto arriva pure il giovanissimo Marco Marsullo. Sono i primi tre pezzi della Brigata Parthenope, un collettivo di scrittori campani. Marco lo avevo conosciuto in fiera a Torino, me lo presentò Dario Falconi.

Presto ci raggiunsero anche gli altri “brigatisti”. Si decise di andare a prendere qualcosa da bere. Ci allungammo di due passi a piazza San Domenico e lì chi prese una birra, chi un caffè, chi una coca cola e chi una cedrata. Era una bella tavolata numerosa.

E finalmente il reading.

Abbiamo presentato i due collettivi e poi abbiamo letto un po’ di cose. Una bella serata. Tra il pubblico c’era Francesca, una ragazza che ci aveva conosciuto attraverso internet e ci aveva proposto una serata a Benevento, e a fine presentazione, mentre si parlava di cosa fare per la serata, lei disse che sarebbe stata al Perditempo, un posto dietro piazza Bellini. Disse che sarebbe stato un bel luogo per fare un reading.

“Andiamo mo’, vediamo se possiamo fare qualcosa stasera”, buttai in mezzo io.

Ed eccoci lì, il posto era accogliente e le persone squisite. Mentre leggevo, una vecchia, matta, con dei santini in mano, mi fissava. Io sono sbottato a ridere. Insomma, una serata meravigliosa, siamo stati apprezzati, hanno preso parecchi librini. Sarebbe da raccontare ogni istante, ogni frammento di tempo, di vita vissuta, ma credo che io mi sia dilungato già abbastanza. Si era detti poche righe a testa, ma tanto il blog lo gestisco io e faccio come mi pare. I ragazzi sono d’accordo che io faccia come mi pare. C’è grossa fiducia reciproca tra di noi. Alla base di Scrittori precari c’è una forte consistenza di rapporti umani. Probabilmente questo, unito alla passione che ci mettiamo nel fare quello che ci piace, sono la nostra forza.

Che altro dire? Siamo stati benissimo, abbiamo fatto due reading al prezzo di uno, e ci siamo divertiti un mondo. A conti fatti, coi librini venduti sinora tra la maratona e il doppio appuntamento napoletano, riusciamo a mettere il gas (perché noi scrittori siamo ecologici) per arrivare a Firenze prima e poi a Bologna. Non abbiamo ancora in tutti i posti che toccheremo dove dormire, e si prevede di mangiar poco, stiamo investendo i pochi spiccioli che abbiamo in questa meravigliosa avventura, ma va bene così. Questa è una grande avventura.

Vi lascio ai resoconti degli altri precari. Se chi ben comincia è a metà dell’opera, c’è del buono in cui sperare.

Vibrazioni positive, dice l’amico Vanni Santoni. Ci siamo sentiti qualche ora fa per darci appuntamento. A Firenze ci aspettano. Ci vediamo martedì.

Gianluca Liguori

Napoli, 19 settembre 2009 – San Gennaro

Arriviamo alla libreria Ubik alle ore diciotto circa. C’è il tempo per una birra e quattro chiacchiere con gli amici scrittori della Brigata Parthenope , poi siamo catapultati insieme a loro in un reading facilitato dall’aria condizionata e da un buon pubblico.

Finisce bene. Tanto bene che in realtà non finisce. Tra il pubblico, Francesca Capone, persona generosa e vogliosa di promuovere noi precari in terra campana, si fa avanti assoldandoci per due reading nel Beneventano, a ottobre, e organizza in pochi minuti una performance al Perditempo, un locale in centro, dietro piazza Bellini. Lì incontriamo Luca, un poliedrico dj dalla cultura musicale sconfinata, che con maestria inserisce basi elettroniche ad accompagnare le nostre parole.

Ancora una volta finisce bene e non sarebbe potuta iniziar meglio.

Napoli c’ha accolto e coccolato salutandoci a tarda notte mentre qualche clacson si perdeva all’inizio del nostro sonno.

Forse questa prima data del nostro tour è ciò che si definisce un inizio inaspettato. Forse Napoli c’ha illuso, oltre ad averci ben trattato.

Ma noi ci speriamo, abbiamo fede e questo, per ora, è l’importante.

Luca Piccolino

Sciorta, pianti di dolore, febbre e voglia di non partire che i dolori erano lancinanti. Il treno arriva alla stazione di Latina e chiamo il Ghelli che è l’unico che è wind che così ho i minuti, per sapere in che vagone sono. Li trovo. Seduti vicino ai cessi più sporchi di trenitalia. Si arriva a Napoli ed una cocacola mi rispolleva un po’. Alla libreria si legge a turno tra Scrittori precari e Brigata Parthenope. Ancora non mi sono ripreso del tutto e leggo un po’ fiacco anche perché il bianco sparato della libreria rende il tutto asettico, o forse devo solo mangiare. A Napoli le mammelle la fanno da padrona ed il tutto è molto gradito ai miei occhi. Mi viene voglia di mozzarella di bufala ma con lo stomaco dolorante non è il massimo. E si arriva a pigliare un pezzo di pizza che mi rifocilla. Intanto il Liguori e Francesca organizzano in meno di 12 secondi un reading al Perditempo a piazza Bellini. Ed il clima è totalmente diverso e più vivo: gente che fuma, anziane che vendono santini, neri fattonissimi e gente che ascolta e ride. Il succo di frutta alla banana è finito e mi offrono uno alla pera che mi risolleva del tutto. L’energia è parecchia ora e si legge da paura col della musica elettronica di sottofondo. Si vendono un botto di libretti precari e ci accompagnano a casa di mia nonna. Poi il Ghelli crolla a dormire noi quattro ci inoltriamo nella notte napoletana per comprare due cornetti e due birre da portare su in casa. Appena fuori il portone sette truzzi (su due motorini) ci accolgono con “Song’ arrivati i pank!!!”. Ma nulla. Su in casa si fumacchia e si parla di tutto. Al mattino davanti al bar (lo stesso della notte prima) trovo 5 euro e con quella ci paghiamo la colazione, poi cacca, si ripulisce casa dallo schifo della sera prima, lavata e via a prenderci una pizza al volo e dei babbà. Io sto una chiavica raffreddato e con la tosse da vecchio. Ma Napoli mi ci voleva proprio. Era troppo tempo che non respiravo la sua aria nelle vene.

Andrea Coffami

Napoli, 19 settembre 2009

In treno ci preoccupavamo per il sangue di San Gennaro, e invece era del Napoli calcio che dovevamo preoccuparci.

Marsullo ci accoglie davanti alla Libreria Ubik orfano di alcuni compagni della Brigata Partenope, che hanno preso la via dello stadio per godersi la partita.

Gli confido la mia passione amaranto, ma lui smorza subito i toni, dando a intendere che non lo troverò mai un posto dove spizzare qualche azione della partita con la Juve. E invece più tardi San Gennaro mi fa il miracolo, allestendo due maxi schermo lungo la via che porta alla friggitoria dove ci siamo rifocillati. Miracolo è un parolone, diciamo mezzo, che alla fine il Livorno ha perso e a dire il vero io manco l’ho visto, che la serata è migrata al Perditempo, dove abbiamo costretto gli ignari bevitori ad ascoltare le nostre parole. Francesca ci aveva parlato con entusiasmo del posto, e dall’accoglienza abbiamo subito inteso il perché: un luogo piccolo e raccolto dove ci siamo sentiti subito a casa, cullati dalla generosità di Napoli e dei suoi abitanti.

Il viaggio è appena all’inizio, ma San Gennaro ci ha dato la sua benedizione…

Simone Ghelli


Si parte. Uno lo pensa, lo dice, poi lo fa. E mi ritrovo su un treno per Napoli, ovviamente un interregionale, che siamo precari, anche se io non lo sono. Questo è il primo pensiero durante il tragitto. Ho un lavoro, sono sempre in movimento e sto con questi ragazzi che il precariato lo vivono sulla pelle davvero ogni santo giorno. Sì, anche io ho avuto il mio momento, ma adesso!? Mi guardo attorno: Ghelli dorme, Piccolino guarda fuori con il suo sguardo perennemente perso dietro a pensieri che secondo me parlano d’amore, Zabaglio sta sistemando le cover dei suoi cd da vero maniscalco e Liguori legge l’articolo di Franchi su D di Repubblica.

Abbiamo un’intera carrozza per noi e capisco che il precariato che condivido con loro è quello emotivo-sentimentale. Un precariato esistenziale per usare termini grossi.

Ridiamo e discutiamo e ridiamo. Se le nostre risate fossero monete potremmo aprire tre case editrici. Questa è una delle grandi forze che abbiamo.

Napoli è una botta allo stomaco, stiamo vicini e ci guardiamo attorno, ognuno sta facendo la spugna e sta assorbendo dalle strade che percorriamo. Lo so per certo. Le vedo le facce e i sorrisi. Sono quelle di chi sta mangiando l’aria.

A proposito di mangiare, nella fretta nessuno ha messo qualcosa nello stomaco e io e Luca iniziamo a perdere colpi. Ubik. Libreria ospitale e ospitante. C’è la Brigata. Sono giovani, freschi e hanno la cazzima vera! Vogliono fare. Sono abbracci, saluti, sono nomi e foto su facebook o su libro che diventano persone.

“Eddai!” penso. Guardo intorno a me e rivedo Napoli con questi amici.

Tutto scorre: la presentazione/reading, le fotografie, Zab e Luca che mi cojonano mentre leggo (mortacci!!!), Gianluca che fa da collante, il Ghelli che ride. La gente c’è e ci sta. Precari e Brigata fanno un bell’assist alla tradizione orale (no bukkake please) e sono sempre più convinto che se non si continuano a fare queste “performance” non si potrà andare avanti. Basta con gli scrittori che si incazzano e si sputano addosso, qui ci vuole unione d’intenti. Diverse angolature, diversi colori, sapori. Ma unione.

Spunta di botto un’amica di Gianluca ed ecco che la serata diventa un blitz precario in un locale chiamato Perditempo. “Prima se magna però!” io e Luca lo diciamo in coro, che le gambe stanno diventando pesanti e accusiamo il colpo. Dobbiamo trascinare via a forza il Ghelli dalla partita del Livorno (“O Ghelli!!! Dai!” “Giungo!”) e mangiamo la pizza più cattiva di Napoli se ciò è possibile.
Via al locale. Mo se comincia a ragionà! Il posto ricorda San Lorenzo, alla consolle il dj è una specie di Vincenzo Mollica, soltanto che ha “una testa così” per la musica, e lo fa capire immediatamente. Siamo accolti da re, ci sorridono, ci ringraziano e ci offrono da bere. Comincia il reading ed è jam session. Stavolta è jam session e si sente nell’aria che stiamo dividendo.
Finisce tutto. Ci accompagnano a casa dove vengo a conoscenza di cose che voi umani è meglio che non sappiate, altro che Necronomicon e Abdul Alhazred!

Mi faccio una gran bella dormita. Io tendenzialmente professato all’insonnia dormo della grossa e prima di chiudere gli occhi mi faccio una grassa risata. Perché questo tour non me lo potrò vivere tutto, ma una sola tappa mi ha fatto capire che qui c’è molto di più di un progetto in ballo, molto di più di un semplice reading, qui ci sono cinque vite che si stanno sbattendo insieme per qualcosa che non ha un nome. Qualcosa che si può vivere soltanto quando siamo tutti nella stessa stanza.

p.s. Il Liguori è psicotico: alle 8.20 di mattina, visto che partivo per primo, si è alzato per dirmi di inviargli le foto per il blog.

p.p.s. Il Ghelli è stato il primo ad andare a letto.

p.p.p.s. Piccolino dorme come se avesse schienato un avversario di Wrestling, praticamente domina il cuscino.

p.p.p.p.s. Zabaglio… bè, Zabaglio… Bukkake

Alex Pietrogiacomi