La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 15

[continua da qui]

Della serata milanese non si parlò da nessuna parte, niente di niente, neanche un poco di cicaleccio per strada o fuori dei bar. Non ne parlarono i giornali, tacquero le radio, non si videro le televisioni. Insomma, della missione dei cinque nessuno doveva saperne niente; quanto alla loro arte è ormai chiaro che importava ben poco alla pubblica opinione, ad eccezione di qualche curioso, a dire il vero pochi, che passarono ad ascoltarli nell’ora dell’abbondante aperitivo.

Si narra infatti che la performance venne snobbata dai più, soprattutto dai pezzi grossi del settore editoriale, quelli che i nostri speravano di veder comparire col contratto alla mano, e forse fu proprio questa la scintilla che accese una miccia già pronta da tempo. Essi blaterarono le loro parole nel bel mezzo della caciara, nell’andirivieni di consumatori insensibili a quel loro verbo trascinato per mezza penisola, tra astanti ben più interessati al ventaglio di tartine colorate, pizzette, salumi e formaggi. Insomma, i nostri eroi, proprio sul più bello, capitarono in una serata ricca di un pubblico ben più interessato ai contenuti dello stomaco che a quelli dell’anima – sempre che gli scribacchini fossero davvero in grado di arrivare tanto in là con il loro lavoro.

Certo, è indubbio ch’essi fecero orecchio da mercante, ché insomma portarono fino in fondo il loro bel compitino e poi andarono a mescolarsi con la folla che usava le ganasce più per alimentare i succhi gastrici che i versi poetici. Cercarono di unirsi a qualche gruppetto ben indirizzato, appizzarono le orecchie per carpire qualche aggancio su cui tuffarsi in doppio carpiato, ma alla fine rimediarono soltanto un po’ di spumante per via di un compleanno che lì si festeggiava, e al quale si mormora che vennero invitati più che altro per curiosità. Quella gente voleva sapere che ci fossero venuti a fare quegl’individui fino a Milano, perché non ci credevano affatto che tutto quell’ambaradam fosse stato scatenato soltanto per via dell’amore per la letteratura.

“Ma dai”, insistevano, “ci sarà qualcos’altro sotto!”.

Eccolo lì, il pubblico sempre tanto bistrattato, dipinto come ignorante e carogna, che aveva afferrato in men che non si dica il nocciolo della questione: se la letteratura non ha mai cambiato il mondo, perché tanti sacrifici nel nome della letteratura?

Forse che quel pubblico era un poco facilitato dalla conoscenza del fatidico quinto elemento, che nella capitale ambrosiana aveva vissuto diversi anni, e che a detta di alcuni testimoni non verbalizzati – nelle questioni di terrorismo si sa, come in quelle di mafia, la gente ha paura a prendere la parola – si trovava in città già da due giorni, per preparare il grande evento?

Ma adesso mi chiedo, e vi chiedo: se la serata fu un buco nell’acqua, almeno per quanto riguarda l’attenzione mediatica, che cosa era venuto a preparare davvero questo losco personaggio?

Non era l’evento mondano e letterario il vero scopo di quell’incursione nelle strade un po’ annebbiate di Milano, ormai dovrebbe esser chiaro, bensì l’aggressione nei confronti del nostro Presidente, seppur solo verbale, ma questo non lo potremo mai sapere, visto che i cinque furono bloccati prima che potessero sviluppare la loro azione in qualsiasi altra direzione.

Simone Ghelli

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 14

[continua da qui]

Insomma, i cinque arrivarono a Milano carichi come una bomba a orologeria, pronti a esplodere da un momento all’altro, magari proprio nell’ora dell’aperitivo, in mezzo al brulichio e al cicaleccio di certi personaggi azzimati e impomatati che sembrano usciti fuori da una pubblicità di qualche analcolico on the rocks.

Da testimoni attendibili risulta che i sedicenti scrittori alloggiarono in periferia, presso una cugina di primo grado in dolce attesa, e che vi giunsero soltanto in quattro, ma piuttosto trafelati e puzzolenti e ancora carichi di scatoloni di libri rimasti invenduti. Dal qual particolare si evince una volta di più che destava interesse il loro fenomeno, l’esser dei saltimbanchi, o dei pagliacci se preferite, piuttosto che la sostanza delle loro idee, la scrittura vera e propria.

La riunione si realizzò poche ore dopo sulla scalinata del Duomo, un po’ ingrigita e impallinata dai piccioni, ma pur sempre affascinante sotto quel cielo incredibilmente terso e romantico, come documentato dalla foto traditrice, che riprende un abbraccio in bianco e nero tra i nostri, mentre tutt’intorno la piazza pullula di poliziotti col pastore tedesco al guinzaglio e di turisti all’oscuro del fatidico disegno.

È ovvio, a questo punto, che i fatti precedentemente riportati siano tutti quanti viziati da un madornale errore di fondo, alla luce del quale dovremmo rivedere l’interpretazione vigente. Chiediamoci quindi il perché di questa macchinazione, partorita dalle menti di chi si è voluto dipingere in pubblico come puro artista, come animo intonso ancorché impegnato, e del ruolo rivestito infine da questo fantomatico quinto componente. Quale doveva essere la sua funzione, se non quella di coordinare da una torre di controllo le scriteriate gesta dei suo compari, inficiando così la teoria del piano improvvisato sul momento? Ecco allora spiegata la natura guerrigliera di costui, il suo impegno nelle arti marziali e il ruolo strategico di ufficio stampa alle dipendenze di un editore noto da tempo come sovversivo e sobillatore.

Ed è a questo punto, cari i miei lettori, che mi ritrovo, dopo tanto peregrinare tra scartoffie, interviste e dichiarazioni varie, a esser costretto a prendermi anch’io qualche licenza poetica, ad azzardare qualche ipotesi che non potrà mai essere tanto inverosimile quanto la realtà riportata nei commenti dei nostri protagonisti.

Dopo tanti giorni passati chino sui fogli o con le orecchie attente ad auscultare le intercettazioni ambientali, posso affermare di aver fallito nella ricostruzione dettagliata del piano (ed è questo il dubbio che più mi arrovella, poiché questa pecca giustificherebbe ancora l’ipotesi di un colpo di testa, di una bravata improvvisata), ma di aver compreso alcune cose affatto secondarie sulla psicologia di questi scrittori ributtanti e rivoltosi.

La prima è che non avevano una, non dico due o tre, ma un’idea che fosse una di letteratura, la qual cosa si deduce dall’uso sproporzionato di aggettivi indecenti e deleteri quali carino e interessante, con cui infarcivano le loro riflessioni di bassa lega. Hai letto quel mio lavoro?, chiedeva loro qualcuno, e giù a dire che sì, che era carino, interessante, ma che c’era qualcosa che non andava, che non convinceva fino in fondo. Ecco, di questo qualcosa, che immagino costituisse proprio l’irriducibile sostrato letterario della questione, essi non sapevano darne una definizione precisa. Arrancavano, come i più che oggi si buttano a scrivere in mancanza d’altro e che per lo stesso presupposto, quasi che siano spinti da forza d’inerzia, finiscono persino con l’accettare l’obolo del pagamento pur di vedere pubblicate le loro elucubrazioni da quattro soldi. Loro cinque si dichiaravano però contrari a questa forma masochista di letteratura, per quanto poi non si vergognassero di fare la questua a questo o a quell’altro personaggio famoso pur di ottenere un minimo di spazio e di visibilità.

Insomma, se proprio posso permettermi anch’io un poco di licenza poetica, direi che la storia del nostro glorioso paese doveva ancora conoscere dei simili gigolò della letteratura, che forse non sarebbero dispiaciuti al D’Annunzio, se non fosse che questi non avevano neanche l’ardire di rischiare la propria vita per la patria.

Altro che rivoluzionari della parola!, essi miravano né più e né meno all’effimera gloria, al caduco successo, quello stesso che avrebbero raggiunto con più facilità in uno studio televisivo che nell’impervio mare di carta che s’eran prefissati d’attraversare…

Simone Ghelli

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 13

[puntate precedenti]

Non voglio con questo farvi intendere che gli altri tre fossero dei briganti da meno, o che non fossero anche loro già provvisti di idee malsane, soltanto che la grande trovata venne al toscano come conseguenza della legge di trasmutazione dall’originale – il Luciano Bianciardi – al personaggio che costui si era ritagliato addosso. Insomma, egli seguì né più e né meno ciò che stava scritto in quel romanzo a lui tanto caro, forse perché partorito in quella maremma maiala la cui storia rispecchia per certi aspetti quella dell’italico stivale: un luogo impervio e bonificato, trasformato e trasfigurato dal boom economico, che ha visto nascere e crollare il mito di una modernizzazione destinata a rimanere appannaggio di pochi.

Ma chi erano poi questi altri personaggi della combriccola?

Seguendo l’ordine di apparizione, sempre per attenerci a fatti di cronaca irrimediabilmente compromessi dalla finzione, c’era il poeta dei monti Aurunci, che per sbarcare il lunario eseguiva lavoretti da muratore e da imbianchino, tanto che pare scrivesse più col pennello che con la penna. Questo, per non essere da meno, s’era messo in testa di somigliare addirittura a Vasco Pratolini, che ne aveva fatti tanti di mestieri, ma non certo quello di stuccare i buchi nei muri. Probabilmente quest’uomo che estraeva poesie dal secchio della calcina, com’ebbe a scrivere un suo estimatore dopo averlo incontrato tra i vicoli di Colle val d’Elsa (e che ci facessero là entrambi, rimane per me uno dei tanti misteri di questa storia), rimase affascinato dalle ambientazioni neorealiste dello scrittore fiorentino, ma ancora di più dalla scelta di rendere protagonisti i personaggi del popolo: appunto, imbianchini e muratori.

Ma il più spassoso era quello che si credeva un Ezra Pound remixato a colpi di neomelodici napoletani e coi pantaloni a bracala tipo gangsta rapper, e che si fece crescere la barba per apparire ancora più maledetto, col risultato che gli ci zompavano dentro le pulci al ritmo dei suoi versi. Pare fosse proprio lui il più gettonato sul palco, quello che ammaliava il pubblico, che con labbra penzoloni si godeva questo saltimbanco del calembour. Era anche l’unico a conoscere a memoria le proprie parole, che sputava velocissime sul microfono, mentre gli altri quattro andavano avanti con i fogli in mano, come degli attori che stiano provando la loro parte, con il bel risultato d’incepparsi ogni tre righe. Perché dal vivo, a onor del vero, non è che essi fossero poi tutta questa cosa straordinaria: semplicemente degli scrittori che leggevano le loro cose, con stili assai diversi, e forse piacevano proprio per questa presunta genuinità e biodiversità.

Resta invece l’ombra del dubbio sul quinto e ultimo, in ordine di apparizione, componente, ché non volle somigliare a nessuno – forse perché comparve effettivamente soltanto in quel di Milano? – ma che per non sciupare il trucco venne accostato al Camillo Boito, un po’ per il fiero cipiglio, e un po’ per l’esser scapigliato e dunque romantico e decadente, nonostante una corporatura da lottatore che non si confaceva certo al paragone. Sicuramente vi era però un’affinità nella scelta dei temi, che entrambi ricercavano la bellezza in tutte le sue forme, e in primo luogo quella femminile, da lusingare a forza di periodi contorti e di fascinose metafore; e qui si chiude il cerchio, se me lo concedete, sull’argomento donne, sul quale potete adesso sentirvi liberi di trarre le vostre conclusioni.

Simone Ghelli

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 12

Queste “bestie piacevoli da osservare”, come scrive la cronista precedentemente citata, costituiscono quindi un campione prelibato di questa generazione sciatta e deboluccia che sa darsi forza solo nel branco, come dimostra la moda di manifestare per le vie del centro, di mescolarsi per allungare il serpentone e bloccare la marea di onesti lavoratori nelle loro scatole di acciaio.

C’è poi da dire che il buono di quest’opera di gruppo, in cui si cercava di ricreare uno spirito d’altri tempi – quello delle lettere, e dello spirito da esse evocato – fu inquinato ben presto dal tarlo dell’ideologia, che prese la strada più dritta, quella dell’emulazione. Insomma, gli è che i cinque presero a prestito una personalità famosa ciascuno, forse per puro gioco, più probabilmente perché serviva loro a farsi forti di una sicurezza che non possedevan per natura – e che la pochezza dei loro lavori non contribuiva certo a edificare.

Quello che alle apparenze si presentava come il capo, condottiero di punta di questo astruso assortimento – forse perché proprietario dell’auto su cui viaggiavano, nonché vincitore in altezza e lunghezza dei piedi – si vantava d’esser l’erede di quell’Edmondo De Amicis di cui prese lo spirito socialista e l’attitudine da pedagogo. Egli si figurava insomma come buon maestro, anche se non ebbe meriti riconosciuti dall’Accademia della Crusca, come accadde invece per il suo illustre predecessore. Soprattutto, c’era nella sua scrittura questa tendenza a farsi carico di tutti i dolori del mondo, una dolenza che si tramutava però velocemente in indolenza: quella del lettore nei confronti di uno stile trombonesco e retorico, che bene incarnava la vera natura di lui e dei suoi compari, redenti salvatori di un mondo in cui non credevan più manco loro.

Insomma, più che usciti da un libro Cuore, i cinque si proponevano come l’ultimo boccone indigesto con cui avrebbe dovuto fare i conti un fegato appesantito: quello di un paese che aveva digerito robacce per decenni, e che ora che si apprestava a fare pulizia – di fannulloni e di criticoni – doveva difendersi dagli ultimi attacchi di un pensiero ormai esangue, alimentato da una manciata di globuli rossi come quelli di cui vi sto narrando le gesta.

Il peggiore tra questi, forse, era poi il toscanaccio dell’alta maremma, colui che si mise in testa di rifare il verso al Bianciardi. Era costui pervaso dall’idea di aver condotto una vita agra, per quanto fosse figlio unico e avesse potuto godere di tutto ciò che un uomo necessita, ma a volte certe menti sono così fervide da immaginarsi impedimenti anche laddove non vi sono, e la sua era certamente una di queste. Inutile aggiungere che il suo pensiero fu subito annebbiato alla vista di Milano, in senso più che altro metaforico, s’intende, poiché gli sembrò d’un tratto d’esser il protagonista del celebre romanzo di quel Luciano, che si augurava che “di qui sarebbe nata la solidarietà, di qui il modo della riscossa, un milione e mezzo di formiche umane da stringere e scatenare contro i torracchioni del centro, contro i padroni mori e timbergecchi, contro i loro critici tirapiedi, e fare piazza pulita d’ogni ingiustizia, d’ogni sporcizia, d’ogni nequizia”.

Con cotanto fervore egli riuscì a convincere gli altri, inizialmente scettici all’idea di sobbarcarsi un impegno sì gravoso; ma fu ben poca resistenza la loro, accecati com’erano dalla brama di successo. Soprattutto sollazzò loro il fatto di travasare l’opera nella vita, di portare insomma di peso l’immaginazione nella realtà, contraddicendo in parte le loro stesse intenzioni, che erano invece quelle di depurare la vita di tutta quella finzione che l’aveva resa tragicomica.

Simone Ghelli

FUORI DALLO STIVALE ovvero l’osservazione antropologica di un branco

Ed ecco, per non apparir faziosi e cader nello stesso errore di coloro che si criticano, come si dilunga sull’argomento una nota cronista dell’epoca:

FUORI DALLO STIVALE

ovvero l’osservazione antropologica di un branco


Dopo complessi studi, trasferte oltre città e scarrozzamenti urbani, tracci ad un certo punto un profilo di medio-alto livello di questi animali erranti definiti dalla scienza “scrittori”, finendo addirittura col richiedere, in uno stato di semi-entusiasmo, la collaborazione di altri colleghi “scienziati”, sicuro che anche loro non potranno negarne la qualità cerebrale e la complessità del comportamento nell’ambiente ufficiale.

Nell’alternarsi davanti ai loro simili sono sempre più convincenti, sicuri e agili nel saltar di ramo in ramo. Non importa quale sia il copione. Importa oramai che sono un branco. Che si spostano insieme, che cacciano con pari abilità, che puntano la preda girando il capo quasi contemporaneamente. Che ululano a canone. Che riconoscono il loro odore a metri di distanza (e ciò spesso non è del tutto positivo). Che del capo branco sanno seguire la traccia così come sanno anche disperderla raspandovi sopra o lasciandovi altri umori che ne cancellino l’orma ma mai il ricordo.

Questo è almeno ciò che potei constatare del comportamento ufficiale. E a partire da uno spiccato quanto insolito e preoccupante interesse per questi esseri dotati di un dono che sembrava ormai estinto da un trentennio, decisi un giorno di osservarli da un’altra angolazione. Direttamente nella loro tana. A metà fra tacco e punta.

Colui che ritenevo profondo conoscitore di una certa cultura del Sud così come degli ingredienti di una sana alimentazione, non seppe tuttavia impedire che il branco fosse vittima di un avvelenamento da uova. Quasi incurante del pericolo scampato anziché battere in ritirata, si volle caricare di tutto il cibo che trovava in giro e risalente a due giorni prima, attirando su di sé un senso di disgusto.

La piccola iena del gruppo, nonostante l’apparente sensibilità e riservatezza che sembrava contraddistinguerlo da anni, non ci mise molto a mostrare il suo lato oscuro: guardone delle finestre di camere da letto altrui fuori dal teatro della sua bestialità. Il suo linguaggio a prima mattina è quanto mai sconveniente e blasfemo quando, a causa di goffi incidenti tra spigoli, porte e tappeti, tende a reiterare espressioni che la scienza deve ancora decifrare.

L’individuo più coerente forse fu quello che restò nella propria dimensione naturale la maggior parte del tempo: grottesco sull’impalcatura di legno su cui era accovacciato, grottesco nel gusto per certi programmi televisivi di attività fisica e di attrezzi per tagliare alimenti (dato che spiegò le conseguenze nefaste del suo operato culinario del giorno prima), altrettanto grottesco alla vista in tenuta da notte, prima di ritirarsi nella tana.

Il più anziano del branco subì invece una singolare mutazione in bozzolo nel suo giaciglio. E disparve. Fino a ricomparire il giorno dopo, come farfalla, con un colore rosso ancora più acceso. Scoprii in ricerche successive essere in possesso di una notevole abilità nella danza, roteando su se stesso e ancheggiando in sinistri rituali in una milonga di periferia.


Ebbene sì… in effetti questi sciatti writers del live son bestie piacevoli da osservare. E all’occhio di uno studioso dell’altro sesso, la scienza etologica dimostra così il perchè del loro naturale raggrupparsi tra soli maschi. In base ai dati fin qui riportati e in attesa di raccoglierne altri, non potrebbe essere altrimenti.

Donatella Livigni

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 11

[Continua da qui]

Il riferimento al bello ci è utile anche per comprendere l’univocità di genere caratterizzante il gruppo, che non era certo costituito di soli maschi per una forma di maschilismo o di misoginia – o almeno ciò non sembra emergere dai loro scritti – ma piuttosto perché essi erano accomunati da tratti fisici non proprio ripugnanti, ma sicuramente non piacevoli. A vederli nelle foto che si son divertiti a scattare durante il viaggio, emerge anche una certa sciatteria nell’abbigliamento e nelle posture, che addizionata al venir meno del cosiddetto fascino dello scrittore in un’epoca poco avvezza ai libri, ci dà la soluzione al quesito sull’assenza delle donne in questa combriccola.

E questo dev’esser stato sicuramente un altro chiaro motivo di frustrazione, che ha spinto i cinque, bombardati da una continua pioggia ormonale, a riversar la loro carica su altri obiettivi, e in particolare su quello assurdo e grottesco di rubare le parole al Presidente. Detto così, potrebbe sembrare un gioco letterario, una sorta di gara di retorica, ma dietro questo slogan un po’ naïf, questi terroristi del verbo nascondevano ben altri intenti.

Per niente sfiancati dalla prestazione bolognese, essi ripresero infatti la marcia verso nord, in direzione della capitale ambrosiana, e fu probabilmente durante quel viaggio che iniziarono a pianificare la loro strategia. Se nelle tappe precedenti il significato del loro discorrere sembrava ancora tutto compreso nell’universo letterario, durante la serata milanese sembrarono emergere degli elementi nuovi, che ci permettono di leggere in chiave ideologica anche certi passaggi dei loro scritti. Non parlo della trita propaganda di cui erano intrisi da cima a fondo i loro testi più impegnati, ma degli altri racconti e poemetti per così dire d’evasione, che nascondevano invece una critica ben più radicale al sistema in cui si andavano muovendo. V’era inoltre in quel loro modo un po’ sornione e testardo di stare sul palco nonostante tutto – i brusii, i movimenti, persino lo svuotarsi degli spazi – un irriducibile e caparbio residuo d’utopia, che si pensava ormai spazzata via grazie ai soporiferi talk show televisivi e all’informazione precotta che si vendeva un tanto al chilo.

Tutto ciò emerse chiaramente in quel di Milano, dove i nostri sembravano dei bambini in gita, e come questi non si risparmiavano in critiche da bar legate a un po’ di sano campanilismo: la prima delle quali fu di carattere meteorologico, ché chi vive a Roma s’affeziona al sole e al cielo della capitale, e per queste due qualità subisce volentieri il peso di tutte le altre angherie della città dei ministeri. Insomma, gli è che anche sotto un cielo terso, ai loro occhi in quella città sembrava comunque tutto grigio, probabilmente per via di una visione viziata da anni di dicerie, al punto che l’immaginario inabissava la realtà a portata di mano.

Ma c’è un fatto che più di altri dimostra la presenza di una trama oscura dietro l’apparente sciatteria del progetto; un particolare non da poco che emerge da una delle fotografie archiviate dal quintetto, che ritrae un abbraccio sospetto ai piedi degli scalini del Duomo. Nell’immagine si vede chiaramente lo scrittore con attitudini alla lotta salutare due dei suoi compari di viaggio, in un modo che indica in maniera lampante la ricongiunzione dopo un considerevole lasso di tempo, e che desta molti dubbi sulla veridicità degli appunti ritrovati tra le loro carte. Come se il viaggio fosse insomma stato riscritto al suo termine, per raccontarci una storia un poco diversa da quella realmente accaduta.

Già vi sento obiettare che in fondo questo è il compito dell’artista, che s’ingegna nel rimescolare un poco gl’ingredienti di un piatto che siamo abituati a trovare servito e condito, e al cui sapore ci assuefacciamo facilmente e volentieri – nel nostro paese la televisione è in fondo servita proprio a questo: a presentarci sempre il solito menù, e non è un caso che stia caparbiamente accesa mentre la famiglia si riunisce a tavola per desinare.

Il compito di un buon degustatore – che sia lettore o spettatore non importa – è però quello di saper discernere quest’ingredienti, in modo che non corra il rischio d’esser caso mai avvelenato; perciò siamo arrivati al punto di dover sporcare un poco le nostre mani, per separare il buono dal cattivo, come in ogni opera che si rispetti.

Simone Ghelli

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 10

[Segue da qui]

Ci sono diverse teorie sulle attitudini politiche del quintetto, tutte ben argomentate, ma smontate dal fatto che in ognuna di quelle teste la visione del mondo era bacata in un modo diverso. Non v’era cioè uno sguardo d’insieme sulla realtà, ma semmai un’accozzaglia d’idee – o, per esser più precisi, di principi d’idee – che rimanevano abbozzi, e che di tanto in tanto rispuntavano dal terreno per poi ricader subito per terra al primo alito di vento. In verità, i più – ad eccezione dei pochi facinorosi rimasti a piede libero nel nostro beneamato paese – concordano sul fatto che le tendenze eversive del gruppo nascessero da un eccessivo bisogno di comparire, nonostante tutti i proclami contro la società dello spettacolo e via discorrendo.

Questa loro necessità di trasformare la parola in azione era insomma il risultato di un lento logorio dell’anima, la quale ambiva a trovare un riscontro della propria esistenza in mezzo agli altri, al di fuori di quelle poche righe scritte, perlopiù non reperibili dal grande pubblico. Per chiamare le cose con il loro nome e non fare il gioco di questi scrittori, così bravi a ribaltare il senso e a colpir di metafora, si può dire che il vero motivo di tal furore poetico fosse un male assai ricorrente e banale pei nostri tempi: la frustrazione. Nonostante gli alti ideali, risorgimentali o rinascimentali che fossero, costoro erano in tutto e per tutto figli della nostra epoca, in cui l’occhio precede gli altri organi, e perciò incapaci di condurre quella vita isolata e anonima che apparteneva ai grandi scrittori di una volta. Forse questi novelli scrittori non avevano così tanta fiducia nella loro parola, e allora dovevan batter di gran cassa, buttarla insomma in caciara, e per farlo non trovarono di meglio che mirare al bersaglio grosso della politica, ché tanto quello fa sempre rumore.

Gli è che questi cinque affabulatori si sentivano posseduti dalla voce del popolo; un popolo, a dire il vero, che non rispecchiava certo la maggioranza degli italiani, ché ormai alla precarietà c’aveva fatto il callo da tempo e che non si riempiva di certo la panza con la cultura. Essi identificavano però il popolo in quel manipolo di spettatori che nel bene o nel male continuavano a seguirli, senza considerare problemi di ordine statistico – ché i letterati non si abbassano a certe cose – dai quali avrebbero subito dedotto che trenta persone, per quanto siano risultato più che dignitoso per una lettura, sono una minoranza della minoranza in una penisola abitata da milioni d’individui. E invece le loro gole s’incendiarono per qualche applauso di convenienza, che scambiarono per fermento culturale – e qua ci sarebbe da incolparne quelli che non capiscono quanto fragili siano le menti di certi soggetti portati al romanticismo, e che anziché spegnerne preventivamente i bollenti spiriti, si divertono nel gettar benzina sul fuoco delle loro passioni.

A volte, come il caso in questione dimostra, è da certi errori di valutazione che nascono poi i peggiori mostri, che di qualche idea strampalata finiscono per farne un manifesto, o addirittura un piano che prevede il sovvertimento della retorica dominante e il sabotaggio del linguaggio del potere; che da qui a scambiare una visione personale del mondo – oltretutto insana, aggiungo io – per la realtà delle cose, il passo è breve. Anzi, brevissimo.

Insomma, se il virtuale altro non è che un potenziale reale – qualcosa che attende di essere messo in pratica – allora la colpa di tutto quanto è primariamente di quei lettori che non s’avvidero della pericolosità soggiacente tra le righe, e ancora più di chi non legge, perché è come chi si tappi gli occhi davanti all’orrore per non esser costretto a guardarlo in faccia. Se questi cinque modesti scribacchini avessero goduto di un pubblico più ampio, probabilmente non starei qui a raccontarvi questa storia, perché nella massa sarebbe balzato agli occhi, anche ad una sola persona, l’aberrante disegno che si andava delineando. Ma forse, a pensarci bene, in tali condizioni non si sarebbe neanche sviluppato quel senso di frustrazione che vedo all’origine del tutto, e che dimostra che il male si annida sempre laddove non vi sia del bello. Un sentimento, mi pare ormai chiaro, a cui non potevano certo aspirare i cinque bruti di cui stiamo qua trattando.

Simone Ghelli