Comunicato politico numero 1

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LA COLOMBO NON PERDONA

Quello che segue è il terzo racconto (qua il secondo) ispirato ai disegni di Lucamaleonte e scritti appositamente per la serata di letture tenutasi al Laszlo Biro il 5 maggio.

La Colombo non perdona

di Luca Piccolino

ROMA, 1996

Pietralata. Due del mattino. Fari su una strada buia.

Il Piastra, non si preoccupava di andare piano. Non c’erano abitanti in quella viuzza, soltanto un paio di magazzini di materiali edili e uno sfasciacarrozze. Al contrario dei magazzini, però, lo sfasciacarrozze era aperto.

Il Piastra rallentò, fermandosi innanzi a un cancello sovrastato dalla scritta verniciata a mano: Autodemolizioni Proietti. Diede due colpi brevissimi di clacson e dopo neanche trenta secondi il Sorca Mario era già ad aprirgli.

Velocemente l’auto transitò nel piazzale per infilarsi in un garage costruito con bandoni di lamiera. Mario accostò il cancello e raggiunse il Piastra.

«Dove l’hai fregata ‘sta merda?»

«Perché merda? Guarda, non c’ha neanche trentamila chilometri. Ed è diesel!»

«Per me potrebbe andare pure ad acqua, resta una merda di macchina coreana che non vale un cazzo».

«Oddio ce n’è sempre una però! Una volta è giapponese. Un’altra è coreana, un’altra ancora c’ha un difetto di fabbrica…»

«È colpa mia se c’hai un fiuto speciale per le macchine di merda?»

«Va beh dai, basta. Quanto mi dai?» Leggi il resto dell’articolo

Se ti piaccio mi piaci, se non ti piaccio non mi piaci più

Se non hai talento è colpa tua
Della serie: cose divertenti che si trovano in rete.
Stamattina un amico su facebook ci segnala il pezzo “Contro i precari” a firma de Il critico della vita. Parla di noi. Anzi, sparla. Parla a sproposito, direi.
La “critica” non è mossa contro i precari in generale (tipo quel ministro che parlava di “bamboccioni”, per intenderci), che già lascerebbe il tempo che trova, ma ci gira intorno per arrivare dritta a noi, a Scrittori precari. C’è dell’astio nel pezzo. Leggi il resto dell’articolo

Intervista multipla agli “scrittori precari” /5

Con questa quinta parte, termina l’intervista multipla a noi medesimi. Ne approfittiamo per ricordarvi che questa sera ci trovate alle 19.30 da Laszlo Biro in via Macerata, 77 (Pigneto – Roma) per una lettura “fuori dalle righe”. Con noi, Antonio Romano e il nostro intervistatore Carlo Sperduti. 

Tentativo parzialmente scorretto di seminare discordia (parte quinta – qui la quarta)

di Carlo Sperduti

Carlo Sperduti: Approva o disapprova i giudizi sottostanti su ognuno di voi e argomenta in breve la tua posizione (i giudizi sono miei e basati su letture volutamente disattente di alcuni vostri testi o su ascolti a mezz’orecchio di reading a cui ho assistito):

Sfogliando “Dio è distratto”, il primo romanzo di Gianluca Liguori, si ha l’impressione che l’autore voglia imitare a tutti i costi Kerouac, con l’unico svantaggio di non essere Kerouac.

Andrea Coffami: Disapprovo. Lui si sentiva già Gianluca Liguori.

Simone Ghelli: È vero, e aggiungerei che ha rischiato di rimetterci pure il fegato.

Gianluca Liguori: La verità è che a ventidue anni Kerouac mica scriveva come Liguori… e poi Kerouac giocava a football, mentre io facevo basket. Certo, entrambi abbiamo smesso in seguito ad un infortunio per poi immolare la nostra disperata esistenza alla Letteratura e tante altre bizzarre analogie biografiche, tra cui l’incontro devastante con Dean Moriarty e ciò che ne è conseguito. Comunque, su Dio è distratto c’è da dire che l’ho scritto che ero giovanissimo. Senza considerare che è stato pubblicato così come l’avevo scritto, senza lavorare con un editor che mi avrebbe magari messo nelle condizioni di tirare fuori il potenziale che quel libro aveva. Oggi non lo pubblicherei, ma se mi arrivasse quel manoscritto, di un aspirante scrittore ventiduenne, gli direi che ha talento e il suo romanzo potenzialità, ma casserei parecchie parti e molte gliele farei riscrivere. Me lo terrei d’occhio, comunque.

Luca Piccolino: Beh, quello è un romanzo giovanile del Liguori, non so se il suo punto di riferimento fosse Kerouac. Comunque a me Kerouac non è mai piaciuto. Mi prendo Liguori che almeno è amico mio.

Alex Pietrogiacomi: Disapprovo. Toccare Liguori è come andare incontro a una maledizione faraonica. Leggi il resto dell’articolo

Intervista multipla agli “scrittori precari” /4

Tentativo parzialmente scorretto di seminare discordia (parte quarta – qui la terza)

di Carlo Sperduti

Carlo Sperduti: Riassumi il tuo modo di scrivere in poche righe, senza citare altri autori e facendo riferimento ad almeno tre parole chiave (aggettivi o sostantivi).

Andrea Coffami: Non so cosa siano gli aggettivi, tanto meno i sostantivi. Amo pensare che la ricerca della verità e l’eliminazione dell’ipocrisia creino nel lettore dei risvolti comici. È questo il sunto della mia scrittura.

Simone Ghelli: Mi definirei un maniaco della forma, tanto che fatico a mettere la storia davanti allo stile; e penso che il lettore questa cosa la intuisca, perché non c’è una trama che preesiste alla parola. Se questo può funzionare per i racconti, mi rendo conto che può diventare un problema per i romanzi. Per questo sto rimettendo in discussione il mio modo di procedere… Definirei quindi il mio stile al tempo stesso “anarchico” (per il modo di procedere) e rigoroso (per la mania della forma, compresa la punteggiatura, sulla quale ritorno in continuazione).

Gianluca Liguori: Le parole chiave sono senza dubbio: volontà, sacrificio e talento. Senza uno solo di questi elementi, bisognerebbe lasciar perdere e dedicarsi ad altro. Quanto al mio modo di scrivere, è cambiato molto nel tempo: prima cominciavo a scrivere e via giù senza fermarmi fino alla fine, o mollavo. Adesso è diverso. Per scrivere un romanzo studio prima i materiali necessari, poi faccio schemi, schede, scrivo pezzi, personaggi, scene, poi le metto insieme, le sposto, inverto, ci gioco. O almeno così ho fatto con l’ultimo romanzo. Poi magari col prossimo cambio ancora. Che poi, nonostante la saggezza, sono giovanissimo… ho appena trent’anni. Come scrittore, sono un neonato. Ho scritto un paio di romanzi, ma non li ritenevo all’altezza delle aspettative, mie e dei lettori, e li ho lasciati nel cassetto. Se qualcuno in più si mettesse maggiormente in discussione, sarebbe meglio per tutti, il mercato editoriale non soffocherebbe di stronzate, le case editrici serie potrebbero svolgere meglio il proprio lavoro e gioverebbe pure ai lettori. I lettori, già… ma che fine hanno fatto i lettori?

Luca Piccolino: Per la poesia molto cuore, la tecnica che ci posso mettere e la durezza della pietra calcarea (che non è così dura). Per la narrativa vorrei limitarmi a scrivere belle storie, divertenti, drammatiche, soltanto belle storie, ben sceneggiate e che si leggano bene. Un approccio alla narrativa nazionalpopolare.

Alex Pietrogiacomi: Ai poster l’ardua scemenza!

Intervista multipla agli “scrittori precari” /3

Tentativo parzialmente scorretto di seminare discordia (parte terza – qui la seconda)

di Carlo Sperduti

Carlo Sperduti: Qual è, tra quelle che hai scritto, la cosa di cui più ti vergogni, e perché? Ma soprattutto qual è, tra le cose che hanno scritto gli altri membri di Scrittori precari, quella di cui più l’autore si dovrebbe vergognare, e perché?

Andrea Coffami: Di cose vergognose che ho scritto ce ne sono parecchie, tipo una poesia d’amore che io proprio non ci riesco a scriverle e soprattutto a recitarle. Mentre la leggevo dicevo a me stesso “ma che cazzo è ’sta robba!”. Ma il problema della vergogna arriva sempre (e dico sempre) ogni volta che magari rivedo un mio video dove leggo. Sai la vergogna riflessa? Vedi uno che fa una cosa che ti fa vergognare. In quel caso è doppia vergogna riflessa, perché poi capisco che il tizio sono io. Cazzo! La cosa che più mi ha fatto vergognare degli altri membri è stata scritta da Gianluca Liguori, un racconto con dei pesciolini volanti e il circo in mezzo. Una roba imbarazzante che sto cercando di rimuovere dal mio cervello. Era un racconto così tenero che si poteva spezzare con il grissino.

Simone Ghelli: Se intendiamo scritte (e non pubblicate), direi che sono tante le cose di cui mi vergogno; difatti il mio computer è pieno zeppo di racconti o aborti di romanzi che conosco solo io. Quanto agli altri, direi che anche loro non scherzano… in fondo è giusto così: l’orrido è la strada più adatta per scalare le vette del sublime. Certi racconti di Zabaglio, ad esempio, ne sono una dimostrazione perfetta…

Gianluca Liguori: Vergogna? Bah, non credo uno debba vergognarsi. Si scrivono un sacco di puttanate. Tutti. Fa parte dell’esercizio. In genere, una volta scritte, le mie cose non mi piacciono più. Ma è sentimento abbastanza diffuso. Occorre tempo, lasciar decantare, pulire, limare, sistemare, eventualmente riscrivere… è un lavoro che ha bisogno di molta pazienza, la scrittura. Più passa il tempo e più mi convinco che i romanzi non si scrivano quando si scrivono, ma quando si correggono.

Quanto agli scritti degli altri precari, il testo più ignobile è stato sicuramente quello sulla fantasia nel calcio per Il mondiale dei palloni gonfiati, la rubrica sportiva del nostro blog in occasione dello scorso mondiale. L’aveva scritto Luca, ma non lo abbiamo pubblicato.

Luca Piccolino: Provo imbarazzo per dei miei scritti molto antichi, ma non vergogna. Nel corso degli anni, per l’impegno che ci ho messo, l’applicazione, la ricerca di evoluzione ritengo di non meritare di vergognarmi, anche se ci sono un bel po’ di cose che ho rinnegato. Anche se è uno dei miei pezzi preferiti, credo che Zabaglio dovrebbe vergognarsi del racconto Paolo il Caldo. Chi non lo ha mai letto o sentito lo faccia al più presto, lo trovate sul blog.

Alex Pietrogiacomi: Credo che sia fisiologico e abbastanza naturale per tutti, ma c’è sempre qualcosa che rileggi e ti vergogni come un cane di aver scritto. Per quel che mi riguarda è una vecchia canzone: ’na roba terribile e melensa. Per me si dovrebbe vergognare il Ghelli, ma non per quello che scrive e perché è “roscio”, ma per le barzellette che ogni tanto propina a microfono acceso durante i reading. Comunque sappi che ti vergognerai quando rileggerai queste tue domande, e io ne avrò sempre una copia…

Intervista multipla agli “scrittori precari” /2

Tentativo parzialmente scorretto di seminare discordia (parte seconda – qui la prima parte)

di Carlo Sperduti

Carlo Sperduti: Qui sotto una lista di dieci citazioni estrapolate (quasi) a caso dalla garzantina delle citazioni. Scegline da una a tre, fra quelle che si confanno maggiormente alla tua idea di letteratura, e fornisci un breve commento alla tua selezione.

«Perché esprimere le nostre opinioni? Domani le avremo cambiate.» (Paul Léautand)

«I poeti immaturi imitano; i poeti maturi rubano.» (Thomas Stearnes Eliot)

«Scrivere è un modo di parlare senza essere interrotti.» (Jules Renard)

«La letteratura vale per il suo potere di mistificazione, ha nella mistificazione la sua verità.» (Italo Calvino)

«Le osservazioni non sono letteratura.» (Gertrude Stein, a Hemingway)

«Gli scrittori sono sempre responsabili, ma non di ciò di cui vengono accusati. Sono responsabili del regime che li accusa; e che senza saperlo è influenzato da loro.» (Jean Cocteau)

«Quando uno scrive per sua personale soddisfazione e scrive tutto quello che sa è sicuramente un cattivo scrittore.» (Georg Lichtenberg)

«Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile.» (Giorgio Manganelli)

«Ogni grande e originale scrittore, nella misura in cui è grande e originale, deve creare lui il gusto che permetterà di godere dell’opera sua.» (William Wordsworth)

«Bisogna il più possibile scrivere come si parla, e non troppo parlare come si scrive.» (Charles-Augustin de Sainte-Beuve)

Andrea Coffami: Io mi associo al tipo di Sainte-Beuve. Scrivere come si parla è uno degli obiettivi che mi sono sempre proposto di perseguire. Un po’ come il mimo che anche senza parole si fa capire benissimo. Credo che la scrittura sia uguale. Scrivere come si parla è un modo per mettersi a nudo, anche se è un linguaggio muto, un linguaggio dettato dall’anima. Io di solito non parlo come scrivo, ometto molte puntualizzazioni che nello scritto vengono trascritte senza censura. È il bello dell’anima.

Simone Ghelli: «Quando uno scrive per sua personale soddisfazione e scrive tutto quello che sa è sicuramente un cattivo scrittore», di Georg Lichtenberg. Scelgo questa, perché penso che l’ego sia il limite più grande di ogni scrittore, che senz’altro scriverà sempre di ciò che sa: il massimo lo raggiunge quando riesce a scriverlo come se non lo sapesse.

Gianluca Liguori: Certo che avresti potuto sforzarti di più! Comunque, la definizione di Calvino forse è quella che ritengo più condivisibile: «La letteratura vale per il suo potere di mistificazione, ha nella mistificazione la sua verità.» Credo che il compito principale di uno scrittore sia quello di codificare la realtà che lo circonda per creare un’istantanea valida sia per i suoi contemporanei, che per quelli che verranno. E questo, naturalmente, mi porta a segnalare anche la definizione di Wordsworth: «Ogni grande e originale scrittore, nella misura in cui è grande e originale, deve creare lui il gusto che permetterà di godere dell’opera sua.» Ma ripeto, devo appuntare che la scelta è un pochino limitata.

Luca Piccolino: «Bisogna il più possibile scrivere come si parla, e non troppo parlare come si scrive.» Scelgo quest’ultima. Per come la vedo, la letteratura moderna è fatta di un linguaggio comune. Nella narrativa agisco per sottrazione proprio perché la narrazione sia più naturale. Scrivere il più possibile come si parla è il primo passo verso una letteratura nazionalpopolare, che poi è quella che ricerco nella mia esperienza.

Alex Pietrogiacomi: «Scrivere è un modo di parlare senza essere interrotti» di Jules Renard. Scelgo questa, e la contestualizzo pienamente al nostro tempo. È difficile poter esprimere un concetto senza che di mezzo ci vada, immediatamente, badate, immediatamente un «Sì, ma io penso che…» Oppure un «Scusa se ti interrompo ma…» Purtroppo la mancanza di maturità necessaria all’ascolto e poi all’espressione del proprio pensiero fanno sì che non ci resti che scrivere. La buona conversazione è finita, e per farla rinascere si dovrebbe leggere Stevenson, Filosofia dell’ombrello (Piano B edizioni). Ma scelgo questa perché tu ci proponi questa intervista scritta per non essere interrotto e pestato! Ignorante! Ignorante! (vedi prima domanda).