Bio per Twitter: istruzioni per l’uso

di Christiane d’Arc

Per chi volesse farsi un account TWITTER ma non avesse tempo di riempire tutte quelle noiosissime INFO riporto qui di seguito degli esempi di BIO che possono andare bene per tutti.

1) Insegno storia da quando sono nato, gli altri giorni free climber. Interessi: la Marcuzzi, escherichia coli, le scarpe bagnate vanno phonate.

2) Rossa nel cuore e in testa, perché si può essere stupide senza essere bionde, con il pelo sullo stomaco, quello invece nero e riccio.

3) Con i piedi per terra ma la testa tra le nuvole. Il cuore nel vento. Un piede nella tomba. Insomma ubiqua. Seborroica. Tisanoreica. Uretra.

4) Assessore per hobby, disoccupato a tempo pieno, riguardo le foto dell’erasmus, sai quanti zeri pagammo quel trans, poi vi Leggi il resto dell’articolo

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Per oggi si può respirare

di Carmen Vella

Dopo quello che è successo, non mi va di andare di là a vedere la tele con la mamma e il papà. Voglio starmene un po’ qui a ripensare alla giornata e fare un riassunto sul diario. Tanto oggi c’è ancora la fiction. E quelli vestiti coi pizzi e le gonne fino ai piedi come nell’antichità non si possono guardare.
La mamma ha insistito, si vedeva che mi voleva con loro. Mi ha detto che potevo tenere il telecomando e scegliere io. Ma stasera non c’è verso, le ho promesso che la tele la vediamo insieme domani, che è meglio ancora perché c’è X-Factor e facciamo le scommesse su chi mandano a casa (e c’azzecco quasi sempre io).
Così sono già sotto il piumone con la penna in mano. C’è un buon profumo di marsiglia perché ho preso il pigiama pulito dallo stendino, così la mamma non lo deve neanche stirare. Ho acceso la radio con il volume basso, almeno c’è un po’ di sottofondo e mi sembra di notare meno il silenzio al piano di sopra.
Il cell è spento, per oggi voglio dimenticarmi che esiste.
Apro il lucchetto e sfoglio veloce le pagine già scritte. Devo cercare di non calcare troppo con la punta della penna, se no finisce che ci faccio un buco. La carta è tutta ondulata, però mi piace passarci il dito sopra e sentire le parole in rilievo.
Poi trovo la prima pagina bianca e inizio.

Caro diario,
scusa se in questi giorni non ti ho scritto ma avevo l’interrogazione di italiano e dovevo studiare un capitolo nuovo più tre vecchi perché la prof ci aveva detto che li chiedeva (anche se alla fine ha fatto domande solo su quello nuovo, che stronza! Se lo sapevo, almeno ieri andavo da mia cugina che mi aveva invitato a giocare alla Wii).
Ti scrivo perché oggi è successa una cosa che ti devo assolutamente raccontare. Una cosa brutta, anzi bruttissima, che riguarda Leggi il resto dell’articolo

La voce

di Domenico Caringella

Mentre facevo scattare le due cerniere della 48 ore, riempita con lo stretto necessario, ho pensato che stanotte è la prima volta che ho sentito la voce di mio padre, quella vera. Mio padre ha sempre parlato piano, premurandosi di non far oltrepassare alle parole le pareti di una stanza, o di non farle arrivare alle orecchie di persone diverse da quelle a cui erano indirizzate. Però io ho sempre saputo che quella sua attenzione a non alzare la voce non è mai stata una delicatezza per chi lo circondava, ma un suo modo di proteggersi e di non dimenticare da dove era riuscito a tornare. Da quando è un vecchio poi, ha preso a sussurrare, e per capire cosa sta dicendo e perché, cerco di leggergli negli occhi, che non hanno mai smesso di raccontarmi qualcosa su chi avevo davanti.
Non ho avuto nessuno, eccetto mio zio – che il campo aveva solo silenziato e non ammutolito come suo fratello – a cui poter chiedere che persona fosse stata mio padre prima che alla fine dell’orrore attraversassimo l’atlantico, io e lui, e che arrivassi all’età in cui il cervello riesce a trasformare la vita in ricordi; tuttavia ho compreso presto di avere accanto qualcuno che non era la stessa persona che aveva camminato con quel nome e con quel corpo sulla nostra terra lontana, dove sono tornato io solo e dove mi trovo adesso. Perché sopravvivere e ricominciare da capo per lui non è stato come rinascere; è stato proseguire senza più nulla o quasi, dove quel quasi ero io.
Quando ho risposto a telefono, emergendo da un sogno, che come sempre mi succede non si è portato dietro nulla nel reale, la voce Leggi il resto dell’articolo

Smetto quando voglio

di Francesca Fiorletta

Ognuno di noi ha certamente detto questa frase, almeno una volta nella vita: “Smetto quando voglio”.
L’illusione poco matura di avere pienamente in mano il proprio destino, di riuscire a controllarsi sempre nelle pulsioni meno raziocinanti, di saper gestire le conseguenze, più o meno positive, che derivano dalle singole e talora avventate scelte quotidiane.
“Smetto quando voglio”, dunque, di vivacchiare alla giornata, nell’attesa di un assegno di ricerca universitaria fatiscente, “Smetto quando voglio” di mentire alla mia compagna e ai miei amici, di millantare una carriera brillante, o addirittura un trascorso giudiziario losco, pur di acquisire una stolida e insensata credibilità pubblica. O meglio, pur di racimolare qualche spiccio.
Perché è quello economico, più di tutto, il cruccio che attanaglia i protagonisti di questa commedia arguta e brillante, per la regia di un giovanissimo esordiente salernitano, Sydney Sibilia, che ha diretto con molto garbo un cast vivace e mai sopra le righe.
Edoardo Leo, il protagonista, è un chimico geniale che ha appena scoperto il modo di sintetizzare una nuova molecola, epperò non gli viene rinnovato l’agognato assegno di ricerca all’Università. Impegnato in una relazione particolarmente stressante con una glaciale Valeria Solarino, la quale, beffa delle beffe, lavora in un centro di recupero per tossicodipendenti, il nostro chimico iper precario decide di farsi spacciatore, o meglio, come lui stesso tende più volte a precisare, “agente di commercio”. Mette quindi sul mercato una nuova droga, perfettamente legale, e si fa aiutare, in questo disperato progetto di sopravvivenza, da un gruppo di scapestrati studiosi suoi pari. Leggi il resto dell’articolo

La nobiltà della sconfitta – Hiroo Onoda

di Giulia Martino

Hiroo, nel 1944 avevi 22 anni. Era dicembre quando ti inviarono sull’isola di Lubang ordinandoti di resistere all’inarrestabile avanzata americana: niente aiuti, niente scorte di cibo, soli nella giungla selvaggia. In pochi mesi vi annientarono tutti, tranne te e tre tuoi compagni.
Vi nascondeste sulle montagne sperando nell’arrivo dei rinforzi per sferrare un contrattacco. Non arrivò nessuno.

Nel 1949 uno di voi, Yuichi, stanco di nutrirsi solo di bacche e cortecce, se ne andò e tornò in patria. Una mattina sentiste il rombo di un aereo che sorvolava l’isola. Il bombardamento che seguì fu molto strano: vi aspettavate degli ordigni, piovvero foto e lettere dei vostri parenti. Ma eravate convinti che fosse solo una perversa strategia del nemico. Continuaste a combattere contro la fame e contro gli abitanti dell’isola, vivendo di furti e di espedienti.

È il 1972, e tu piombi in una solitudine ancora più grande: in uno scontro a fuoco rimane ucciso l’ultimo amico che ti è rimasto; l’altro è morto da tredici anni. Ma non ti arrendi, continui a combattere su quel campo di battaglia fantasma. Non sai, non puoi sapere che tuo padre muore disperato dopo averti cercato invano per ventinove lunghissimi anni. Se fosse riuscito anche Leggi il resto dell’articolo

Caffè Notte, attesa

di Simone Lisi

La scrittura è diventata per me come la morale: qualcosa che faccio quando non ho la forza di fare altro. Quando aspetto.
Guardo fuori dalla finestra, dove si muovono masse di persone. Tra di loro non c’è nessuno che conosco. Aspetto Lapo, aspetto Silvia, aspetto Diana che torni dall’America, Leon Marco Camilla che tornino da dove sono, aspetto martedì 4 aprile per iniziare a lavorare.

Scrivo l’ennesima nota inutile grazie a un pastiche che non ho pagato perché non ho un euro sulla posta-pay. Qualcosa ci sarebbe, ma sono meno di venti euro, per cui avrei bisogno di un sportello bancomat a monete. Scrivo questa cosa inutile e attendo Silvia o Lapo, che arrivino a saldare il conto dei pastiche che intanto sono diventati due. L’attesa e lo scrivere hanno così una forma circolare. Fuori dalla finestra, ancora, masse di persone che si muovono.

Abbiamo praticato yoga in mezzo al traffico, coi sensi di marcia invertiti con lo sciopero degli autobus e dei benzinai, con la maratona che bloccava la città. Abbiamo praticato yoga con la musica di Lana del Rey, di Rihanna, di Jay-Z, con quella dei Radiohead – poveri Radiohead – e ancora con quella di Rihanna. Abbiamo praticato molto yoga ultimamente, ma Leggi il resto dell’articolo

Riflessioni di uno specchio

di Antea Zitarosa

Era uno specchio lavorato con amorevole minuzia da un artigiano, che l’aveva incorniciato in una parrucca barocca, intagliata da fregi che richiamavano ora le onde del mare, ora le edere e le spighe dei campi nei giorni ventosi.
Dar conto di sé non rientrava nella sua natura e lo divertiva constatare come potesse essere amato o bistrattato da chi gli si poneva di fronte, restituendo solo ciò che gli veniva mostrato.
Aveva viaggiato riflettendo sul mondo che, passandogli accanto, lo attraversava.
Era stato strumento di importanti palcoscenici, accogliendo le bizzarre interpretazioni della vita di commedianti, che non toglievano il trucco nemmeno quando il sipario era calato.
Era stato rapito dai giochi degli amanti e sedotto dal dolce umano squallore delle puttane coi loro clienti nelle camere di bordelli di lusso, dove si finge che il sesso sia l’unico amore a buon mercato a cui non devi dire addio.
Era stato mosso da compassione nel salotto di un musicista, che beveva whisky sperando che la sua vita finisse con l’ultimo sorso e l’ultima nota presa in prestito ai fumosi ricordi della sua infanzia.
Era stato nel bagno di un monolocale, a osservare intenerito una ragazza che parlava trasognata a una presenza immaginaria, imitando con l’espressione e i versi le possibili varianti di un atteso incontro.
Era stato inebriato e disgustato, nella imponente e pacchiana sala da ballo di un nano da circo, che amava far credere di essere un barone; dove le genti, inondate da musica, cibo e vino, fluivano insaziabili e veloci come gli anni e i pensieri che Leggi il resto dell’articolo