“Il Principe”, Scrittura Industriale Collettiva

In vista della imminente – ma non così imminente – uscita di In territorio nemico, aka “Grande Romanzo SIC”, Scrittori precari ripubblicherà, ogni primo lunedì del mese, tutti i racconti collettivi scritti col metodo Scrittura Industriale Collettiva (grazie ai quali il metodo SIC è stato sviluppato fino a permettere la stesura di un romanzo) in una versione interamente revisionata e corretta. Si comincia con Il Principe.

Scritto nel 2007, Il Principe è il primo racconto SIC. Nato con l’obiettivo di essere un semplice banco di prova per il metodo e un’occasione per cominciare a lavorare, il suo soggetto fu scelto in modo del tutto casuale e definito in cinque minuti. La nostra unica preoccupazione era cercare di capire come organizzare il lavoro tra direttori artistici e scrittori, e tra schede e fasi di scrittura. Tuttavia, grazie al lavoro del primo Gruppo Scrittura, Il Principe crebbe pian piano, fino a diventare un racconto dotato di una propria dignità. Ambientato a Padova, tra velleità studentesche, amori e malattie mentali, il racconto ha la caratteristica di essere stato costruito usando solo i tre elementi base del metodo SIC (schede personaggio, schede luogo e schede situazione), con un gruppo scrittura ancora ignaro della metodologia completa, anche perché molte delle attuali meccaniche SIC sono state progettate proprio grazie al lavoro fatto su questo racconto.

Versione scaricabile: Il Principe (PDF).

Il Principe

Direttori Artistici: Gregorio Magini, Vanni Santoni.
Scrittori
: Jacopo Campidori, Francesco D’Isa, Enrico Nencini, Eleonora Schinella.


Al “da’ mano fratello!” dell’ambulante, Paolo si scosta, quasi evitasse la lama tesa di un coltello. Una vecchia ricurva sotto la sporta della spesa esclama:
– Vai in mona, Mozambico!
e aggiunge, rivolta a Paolo:
–  Questi sono tutti delinquenti!
Paolo la manda subito al diavolo:
– Ma cosa vuole! – le urla, e spalanca con rabbia la porta del supermercato.
“Peggio dei vu cumpra’, i padovani,” si dice, e comincia a guardarsi intorno spingendo il carrello.
È il tardo pomeriggio del venerdì, e come ogni venerdì Paolo è stanco per il lavoro e inacidito per la visita di rito all’Istituto. Gli sforzi che compie per rabbonire le furie insulse di suo zio Marino finiscono di sfinirlo per il fine settimana. La gente si affolla tra gli scaffali dell’Esselunga. “Più fuori di testa dello zio, i padovani,” borbotta tra sé.
Paolo spinge il carrello, carica una cassa di birra, una bottiglia di whisky da poco, un pacco di wurstel, uno di merendine. Tra un prodotto e l’altro gli si appiccica addosso una melassa erotica. Al supermercato gli viene sempre voglia di scopare: Leggi il resto dell’articolo

il libretto cosa?

il libretto cosa?
cinque quarti d’ora di letture a voce alta
con

giulia blasi
fabrizio gabrielli
simone rossi
vanni santoni
scrittori precari

appeso ai muri: il libretto rosa di Finzioni

puoi venire a cena dalle 20 (costa 15 euro)
puoi venire al reading dalle 21.30 (5 euro la prima consumazione)
info e prenotazioni 347.2902038 | 347.9612072
[redazione@finzionimagazine.it]
[silkeyfoot@gmail.com] Leggi il resto dell’articolo

Il nuovo Collettivomensa: CAPEZZONE

Sorry but Juliet is dead di Vanni Santoni

“Sorry but Juliet is dead. Please stop that.”

Lo sapevo che a frequentare i siti di appuntamenti non se ne cavava nulla di buono. Ore a fare test, ore a spulciare profili, finalmente trovo una che mi piace – e anche l’affinità, non vi dico: uno spettacolo, a sentir loro – le mando i messaggi privati e non mi risponde. Ora i miei messaggi privati sono carini, divertenti, insomma, non è che copio-incollo una cazzata e la invio a tutte, scrivo solo a quelle che mi piacciono, faccio dei riferimenti alle cose che hanno scritto nel loro profilo, lancio degli spunti ariosi, evoco, intrattengo, faccio pensare, mi impegno insomma, è normale che una mi risponda. Lei invece niente. Io allora – Internet, si sa, ci ha resi tutti così – ne ricostruisco i dati essenziali, le becco il MySpace – bello trovarlo c’erano tipo quattro foto nuove che non aveva messo sull’OkCupid – insomma lo trovo e subito le scrivo, e lei non risponde, le lascio allora un messaggio pubblico, un commento: niente. Ne lascio un altro, un altro ancora, e poi mi arriva quel commento là, da una sua amica. Una ragazza che mi piaceva, ed era morta.

Mi era capitata una cosa simile a inizio anno, a dire la verità: c’era questa ventenne androgina, che prendeva a volte il treno quando lo prendevo io. Erano ore da gente che si sveglia tardi e alla stazione eravamo spesso soli. La prima volta ci notammo perché avevamo le stesse scarpe, Osiris da skate, nere, a panettone. Di solito quando arrivavo al binario lei c’era già, allora ci guardavamo. A volte anche solo a cinque o sei metri l’uno dall’altra, se avevamo un libro da leggere. Certi giorni sembrava un ragazzo ed era molto bella, gli occhi e le ciglia affilate. Parlammo una volta sola, il tempo di sapere che si chiamava Elena. Poi un giorno, sulla Nazione, proprio al bar della stazione, vidi la sua faccia (sembrava ritagliata da un album scolastico, di certo non l’avevo mai vista coi capelli così lunghi): l’occhiello, sotto al titolo Ketamina: dose mortale per una valdarnese, diceva Aveva vissuto a Bologna, frequentava un giro di “punk-bestia”. Scritto così. A ripensarci oggi, vive nella mia memoria come uno di quei primissimi, timidi amori che si hanno da bambini.   Leggi il resto dell’articolo

La famiglia di pietra – un estratto

La famiglia di pietra (Round Robin, 2010)

di Gregorio Magini

 

Adele parlava di qualcosa di incomprensibile che non c’entrava niente. Vauro si scostava i capelli dalla fronte in continuazione come se fossero sferzati da vento e pioggia.

«Ti ricordi tua nonna? Giacomo era troppo piccolo ma tu avevi sette otto anni. Diceva “pazzo e pazzo non fa mazzo”. Non voleva che Claudio mi sposasse, perché diceva che aveva il pazzo anche lui. Salutami tua madre. Come sta? Che signora elegante. Lo so che è sciocco, ma mi sono sempre sentita un po’ in soggezione davanti a lei. E che cuoca eccezionale. Mi insegnò il pollo alle mandorle. Fu la prima a importare i piatti cinesi negli anni Settanta. Peccato che tutte queste larghe vedute non le abbia poi messe a frutto, ma d’altra parte, non vedo come sarebbe stato possibile. Io non sono neanche in grado di accendere un computer…». Continuò su questo tenore per un quarto d’ora, poi invitò Vauro ad andare salutare Giacomo, che era come sempre in camera sua.

«Giacomo?» chiamò dolcemente la mamma bussando sulla porta di camera. Udirono dei tonfi, dei passi rapidi e pesanti, mormorii, e un aprirsi e chiudersi di ante e sportelli.

«Giacomo, c’è una persona in visita. È Vauro».

Nella stanza si fece silenzio. Vauro, alto una testa più della zia, aspettava alle sue spalle.

«Giacomo? Che cosa fai?».

Vauro aspettava in silenzio con le mani nelle tasche dei jeans. Si ricordava di Giacomo come un ragazzino magrolino e taciturno. La zia gli aveva detto: «Sapessi quant’è cambiato. Non lo riconoscerai mai». Gli aveva detto anche: «È molto reclusivo».

«Aspetta!» esclamò Giacomo.

Tramestò per la camera per un minuto, poi chiamò: «Avanti ma solo Vauro!».

La madre dischiuse la porta e si fece da parte per lasciar passare il nipote. Giacomo si fece all’uscio e le disse concitatamente:

«Scusami mamma è una questione di prossimiglianza capisci sicuramente vero sì».

E chiuse la porta.

Vauro guardò la stanza. Gli parve, dapprima, che fosse del tutto spoglia. Le pareti lo erano. I mobili pure. Il fatto era che stava tutto per terra. Fogli, libri e vestiti, tutto sparso sul pavimento. Un sentiero angusto si faceva strada tra gli oggetti dall’ingresso al letto, con una ramificazione che giungeva sotto la finestra.

Senza che avesse avuto modo di guardarlo in faccia, Vauro si trovò a cercar di afferrare quello che Giacomo gli aveva preso a dire. S’era inginocchiato sotto un tavolo, rovistava e diceva qualcosa su qualcosa che cercava. Era in mutande. Una canottiera azzurra gli metteva in evidenza il fisico solido e un po’ corpulento. Vauro, stupito, guardava le grosse cosce, le gambe pelose e tozze, i piedi in calzerotti bianchi scivolare sulla minutaglia sottostante nel tentativo di puntellarsi. Voleva vederlo in viso. La zia gli aveva detto anche:

«È introverso, ma dà retta come sempre. È un ragazzo d’oro».

«Che cerchi Giacomo? Ti posso dare una mano? Perché non vieni fuori un secondo?».

«È importante che voi vi asteniate dall’ora delle decisioni irrevocabili come se ci fossero decisioni revocabili vecchio mio» gli rispose il cugino.

«Ma di che parli?».

Giacomo smise di rovistare ed esclamò:

«Parlo dell’aria odierna di mistero, della necessità di astenersi dal male e di operarsi per il bene. Posso darti del lei?».

«Del lei?».

«Sì vorrei darti del lei in segno di rispetto perché ti voglio bene».

«Comincia che esci di là sotto».

Uscì con un peluche in mano: un ippopotamo marrone.

«Questo è Ippopazzo. Io lo chiamavo Ippocastano, ma Gloria preferiva Ippopazzo».

Finalmente poté osservarlo. Una faccia larga, zigomi a punta, quasi vietnamiti. Occhi stretti e vispi. Una peluria rada e ispida, capelli corti, disordinati e unti. Vauro si chiese quanto gli assomigliasse. Tacque in attesa; del resto, non sapeva che dire.

«Stamattina ho fatto le pulizie di primavera. Mi mancano solo i capolavori».

Indicò una libreria alta e sottile, in cui sopravviveva un’unica fila di volumi.

«Hai fatto questo stamattina?» allibì Vauro.

«Ho staccato prima i poster e le foto e ho tolto gli altarini».

«Gli altarini?».

«Sì vedi per esempio lì sul cassettone c’era una cartina di un Ferrero Rocher che mi aveva regalato Liala alla fine del Novecento. Accanto ci avevo messo una cartolina dal Giappone e un mattoncino rosso che avevo trovato sulla spiaggia di Spalato».

«A Spalato?».

«Sì, era pieno di ricordi. Ho dovuto levare tutto. Siedi qui e chiudi gli occhi».

Lo accompagnò al piccolo letto scompigliato. Vauro si lasciò trascinare con docilità. Gli aveva detto la zia: «Ha tante, tante cose da dire. Se hai la pazienza di ascoltarlo, è un tesoro vero». Giacomo armeggiò.

«Apri gli occhi ora» disse. «Vedi questa cornicetta che ti mostro di retro? Di davanti c’è una fotografia di Gloria, e ascoltami bene: non te la faccio vedere, piuttosto ti ammazzo».

Nonostante le parole, il tono non parve a Vauro troppo serio, per cui, ma anche d’impulso, provò ad allungare un mano per voltare la cornice. Giacomo scattò all’indietro e si buttò di faccia sul materasso, difendendo così la foto con tutta la stazza del corpo. Con il collo girato e metà faccia perciò tra le coperte,  disse:

«Mamma ti ha detto quello che ci è capitato ma non ha detto di babbo dov’è né che fa perché non lo sa. Tu lo sai?».

«Zio Claudio? Non ne so nulla. Ma non sa niente? Nessuno l’ha avvertito? E dov’è?».

«Non importa sarà qui per terra. Prendi un foglio, ci sta che lo trovi».

Vauro prese un foglio.

«Leggiamolo».

«Vuoi che legga ad alta voce?».

«Sì grazie mille grazie».

Era stampato, ma coperto di correzioni a matita. Per trarne un senso, Vauro dovette ignorarle tutte:

«Ora una mosca mi ronza d’intorno. Sembra cosa da niente e lo è. A un primo momento, non è che ho pensato “ecco una mosca che mi ronza d’intorno”. Sono rimasto teso e concentrato e silenzioso e ho continuato a studiare. Ma l’orecchio s’è accorto e l’ho perso dietro la mosca». Vauro saltò alcune righe: «Ora è un movimento piccolo e scuro e anche l’occhio lo coglie e lo segue, e presto tutto il corpo gli crede e teso e in silenzio si mette in agguato. Una lieve angoscia si somma alla mosca. La mano formicola e la mano scatta e il palmo si abbatte sul dorso e il piccolo scuro movimento formicolante si ferma. La mosca è morta e il mio corpo si rilassa, gli occhi tornano a non guardare e l’orecchio a non ascoltare. Ma con fatica, perché la mente torna alla mosca che non ronza d’intorno e l’angoscia è la stessa ma senza mosca, ed è più lenta da assorbire per la mente».

Alzò gli occhi verso il cugino in cerca di spiegazioni. Ma Giacomo non disse niente. In quella, Adele bussò e chiamò:

«Ragazzi volete far merenda?».

Vauro fu preso da uno stordimento. Quello che gli avevano sempre detto a casa, che quel ramo della famiglia Conforti era una gabbia di matti, era vero. L’aveva dubitato, ma non poteva non ricredersi. La zia lo condusse in cucina – Giacomo non volle saperne – e gli offrì tè e biscotti. Era così stordito che non riuscì ad ascoltarla. Gli diceva qualcosa di pratico sul funerale, in tono neutro, come se si trattasse di una pratica uggiosa ma inevitabile. Mangiò i biscotti al burro meccanicamente e poco dopo si trovò fuori, in mezzo a gente che trafficava su e giù per la via senza parere. In mano aveva un assegno in bianco e dei fogli con indicazioni e numeri di telefono: il giorno, il luogo, l’impresa di pompe funebri, il fioraio… Su uno era scritto:

“Epitaffio: GLORIA CONFORTI 1983-2004 / AD MAIOREM GLORIÆ GLORIAM”.

L’immaginazione al dovere

Attenzione! Attenzione!

Il nuovo superspeciale Collettivomensa è pronto.

All’interno ci trovate roba di questa gente qui:

scrittori: Giorgio Vasta, Vanni Santoni, Peppe Fiore, Andrea Coffami, Gianni Solla, Jacopo Nacci, Gregorio Magini, Sacha Biazzo, Matteo Salimbeni, Biagio Salerno, Valerio Aiuti, Pino Casamassima, Edoardo Olmi

disegnatori e fotografi: Francesco Cattani, Antonio Sileo, Silvio Giordano, Riccardo Mannelli, Elena Rapa, Francesco D’Isa, Luca Batoni, Pentolino, Marco Purè, Simone Cortese, Massimo Pasca, Laura Giardino, Isasasa, Marco Corona, Davide Garota, Davide Reviati, Dottor Pira, Giulio Giordano, Walter Giordano, Simone Nigraz Pontieri, Simone Lucciola, Squaz, Rocco Lombardi, Ivan Manuppelli, Tuono Pettinato, Sara Pavan, Maicol e Mirco, Marco Margarito, Claudia Ragusa

Come, dove, quando e perché qui.

Scrittori precari consiglia

ULTRARNO

Venerdì 30 aprile 2010 – NOTTE BIANCA – Firenze

Cuculia Libreria Cucina (dalle 19) – Libreria Café La Cité (dalle 21) – Popcafè (dalle 23)

Letture di: Edoardo Nesi, Enzo Fileno Carabba, Paola Presciuttini, Sergio Nelli, Vanni Santoni, Paolo Ciampi, Rosaria Lo Russo, Enzo Fileno Carabba, Francesco Recami, Francesca Matteoni, Marco Simonelli, Enrico Piscitelli, Ilaria Giannini, Gregorio Magini.

Presentazione dei romanzi Devozione (Einaudi) di Antonella Lattanzi e Pozzoromolo (Meridiano Zero) di Luigi Romolo Carrino.

Maggiori info qui.

Flärke

Tornò dall’ikea con un mobiletto per la tv, un Flärke. Una volta montato, avrebbe ottenuto un semplice parallelepipedo di 63cm di lunghezza, 44cm di profondità, e 40cm di altezza. Il lato anteriore era aperto, e l’interno era diviso da una mensola in due ripiani di uguale volume, ma con una differenza: quello superiore era chiuso solo sul lato posteriore, mentre quello inferiore era aperto sia davanti che dietro. Per far passare, pensò, i cavi del lettore dvd e del Nintendo.

Questo era quanto ricordava dell’esemplare di Flärke visto in esposizione, perché ovviamente quel che aveva davanti a sé, sul pavimento dello studio, erano solo sei assi di truciolato di diverse dimensioni, una busta contenente diversi piccoli oggetti, e i fogli di istruzioni. Si accinse dunque al montaggio.

Raccolse le istruzioni: due fogli in formato A3 ripiegati al mezzo e spillati assieme. La copertina mostrava la scritta “FLÄRKE” in bei caratteri maiuscoli e squadrati, coi due pallini della umlaut ad aggiungere un tocco amichevole; al centro era un disegno in assonometria isometrica del mobile; e in basso a destra il logo ikea con il motto “Design and Quality”. Il disegno certo era affascinante, con le sue poche linee nere proiettate in uno spazio assoluto, quasi un mondo delle idee dei mobili. Una semplicità vettoriale su cui si soffermò per un istante, durante il quale si sentì fugacemente incastonato all’interno di quella dimensione, conforme all’universo bianco senza fine. La sensazione scemò, lasciandogli nell’immaginazione una traccia di luogo immenso e lontanissimo, in cui pure riconobbe, con malinconia, di essere già stato. Si disse che poteva essere un ricordo ormai quasi svanito, così rarefatto da aver perso ogni contenuto, forse una cosa d’infanzia, o di prima ancora.

Girò pagina e si trovò dinanzi un fumetto. Decisamente, queste istruzioni ammiccavano a una predilezione adolescenziale per l’assemblaggio, non tanto più Lego quanto Lego Technic, in cui il gioco non è ormai più del tutto gioco ma suggerisce un’attività pratica, qualcosa che ha una finalità. La tavola era divisa in riquadri, quattro fasce orizzontali. Nella prima era raffigurato un omino stilizzato che, tutto felice, “diceva” il disegno di sei utensili allineati: un cacciavite a taglio, uno a stella, un martello, un oggetto che pareva una pompetta, una matita e un righello. Le tre vignette sottostanti rappresentavano ognuna una situazione problematica (a sinistra), e la sua giusta soluzione (a destra). Erano consigli utili e banali. Il primo suggeriva di lasciarsi aiutare nel trasporto dell’imballaggio se questo era troppo pesante, il secondo di frapporre tra il mobile e il pavimento, in fase di montatura, un tappeto o altro ammortizzante, il terzo di telefonare all’ikea se non si riusciva a comprendere le istruzioni. Aveva già disatteso i primi due, e riguardo al terzo si rese conto che non avrebbe chiamato l’assistenza in nessun caso, neppure di fronte a un completo fallimento. Mai e poi mai avrebbe superato l’imbarazzo e la vergogna. Era proprio una situazione adolescenziale, pensò: divertente, ma con la catastrofe appostata dietro ogni mossa.

Notò un fatto curioso: le figurine stilizzate, soprattutto l’aiutante del primo consiglio, una robusta signora con i capelli simili a un personaggio dei Simpsons, sembravano nude. L’effetto non era solamente dovuto alla mancanza di dettagli, ma a una certa rotondità del sedere, dei fianchi e delle braccia. Gli bastò riguardare rapidamente la pagina per figurarsi tutta una serie di simboli sessuali: gli arnesi ritti come falli, il pacco tenuto tra i due portatori come un membro, addirittura in una occasione l’ometto allegro pareva infilarsi soddisfatto un braccio intero nel sedere. A esagerare, il filo del telefono, attorcigliato intorno al signore che reggeva la cornetta, era simile sotto certi aspetti al corpo dalle scaglie e dalla chioma color del rame del serpente-femmina avvolto all’albero del bene e del male nella Cacciata di Michelangelo. Nudi e senza vergogna dunque, constatò, non senza una certa invidia.

Rammentò, all’improvviso e quasi con paura, un fatto talmente remoto che non lo aveva più rievocato da chissà quanto, forse da decenni. Era la sua iniziazione sessuale, la sua prima volta. Aveva undici anni. Doveva essere l’ultimo anno delle elementari. Era a casa di una sua compagna di classe, una bambina stizzosa e irrequieta, la cui caratteristica più notevole erano i capelli biondi e lunghissimi e lisci come il pelo dell’acqua. A un certo momento avevano chiuso la porta a chiave e si erano spogliati. Ricordava con chiarezza estrema la sua spaccatura dai lembi tondeggianti, ricordava anche vagamente qualcosa della stanza, un cerchio di divani attorno a un tavolo basso, di vetro, in cui si misero a girare in tondo, forse ridendo. Del nome e del volto di lei non aveva più alcuna memoria. Della porta chiusa a chiave, invece, ricordava perfettamente il suono, i tocchi di busse decise e inquiete, e la voce anziana che chiamava, e chiedeva che stavano facendo, e ingiungeva di aprire.

Passò a pagina 3. Un inventario illustrato delle parti di raccordo e fissaggio. Raccolse la busta di plastica trasparente che li conteneva, l’aprì con attenzione, e ne trasferì il contenuto sulla scrivania. Controllò se gli oggetti corrispondevano per tipo e quantità: quattro viti a brugola, quattro rivetti tozzi dalla forma complessa, quattro tasselli di legno scanalati, quattro viti di sostegno simili a colonnette votive, quattro viti normali, quattro piedi cilindrici di metallo, una manovella sottile e una bustina contenente venti chiodini. Contò i chiodini nel disegno: erano venti. Sovrapponendo ortogonalmente due manovelle, si accorse, se ne avesse avute due, avrebbe ottenuto una svastica. Aveva sentito dire che il Signor ikea, ai suoi tempi, era stato nazista, un metodico mercante nazista. Lo stereotipo derivava, pensò, dall’organizzazione dei treni per i campi. Come se servisse chissà che mentalità particolare a far girare i treni merci. E come se ci fosse qualcosa di male per un nazista nel fabbricare arredamenti. Ma ognuno ha la sua fede, rimuginava. A quante cose ho creduto io fin da ragazzo, si disse.

Giocherellava con le viti. Il segno della croce era costruibile in molti modi diversi. Il più efficace, gli parve, era giustapporre un tassello a una vite a brugola. La falce e il martello non erano ottenibili in alcun modo: mancavano pezzi curvi. Il che escludeva anche la mezzaluna e il tao. L’om, non valeva neanche la pena provarci. Gli fu invece abbastanza facile abbozzare una stella di David. Usando una ventina di pezzi, mise insieme addirittura una menorah, sghemba ma riconoscibile. Il suo capolavoro fu la torii, una porta shinto, riconoscibile dal doppio architrave. Il sole, calando, si delineò fra gli edifici che chiudevano lo stretto cortile su cui si affacciava la finestra dello studio. Era già tardi, e non aveva ancora iniziato a montare. Con un colpo di mano scompaginò i simboli che aveva formato, e girò pagina.

Pagina 4, punto 1: inserire i quattro tasselli scanalati nei fori laterali della mensola mediana. Riconobbe la mensola dal fatto che era l’unica asse con quattro fori laterali, due per parte. L’inserimento richiedeva una certa pressione, che era difficile da applicare su pezzi così piccoli. Andò quindi per casa in cerca del martello, e già che c’era si procurò gli altri strumenti richiesti. Solo la pompetta non fu in grado di trovare, ma fece finta di niente.

Punti 2 e 3: inserire la mensola fra i pannelli laterali, sfruttando i tasselli precedentemente incastrati, e facendo attenzione a che i pannelli laterali siano posti col lato dotato di fori rivolto verso l’alto. Non c’era molto da sbagliare. Il risultato, a quel punto, somigliava poco a quello ideale della figura: il primo era tremulo, incline al crollo; mentre il suo corrispettivo virtuale, forse per l’aiuto delle mani fantasma che lo sostenevano da ogni parte, era perfettamente in grado di reggersi da sé.

Anche il punto 4 era molto semplice: si trattava di avvitare al loro posto, di nuovo sull’unica asse con le caratteristiche necessarie, le colonnette votive. Divertito dal fatto che nello schema l’asse sembrava chiedere le sue viti ad alta voce, nuovamente attraverso l’espediente del fumetto, prese la matita, e disegnò lì accanto un’altra nuvoletta di dialogo. Non sapeva però che farle dire. Disegnò quindi al centro dell’asse una grande bocca ghignante, e aveva ottenuto uno Stregasse. A quel punto aggiunse le parole: “Puoi andare da quella parte, oppure da quella”. Guardò i pezzi che lo aspettavano sul pavimento. Gli sembrarono affamati. Che cosa volevano? Che cosa stava facendo? Che bisogno c’era di far finta di essere allegri per riuscire a montare un mobile? Ricordò le parole dello Stregatto: “Siamo tutti matti. Quando siamo contenti ringhiamo, e quando siamo siamo arrabbiati agitiamo la coda”.

Punto 5: chiudere il mobile. Ossia, rovesciare lo Stregasse a faccia in giù e appoggiarlo sulla base di cui ai punti 1, 2 e 3, inserendo le colonnette votive di cui al punto 4 nelle cavità predisposte. Il buonumore, comunque, ormai l’aveva perso. Si sbrigò.

Il passaggio successivo (6) prevedeva l’avvitamento dei rivetti complicati. La loro forma elaborata serviva a far sì che con un semplice mezzo giro di cacciavite i rivetti si incastrassero con le colonnette votive, fissandole al loro posto, rendendo così il piano di appoggio superiore solidale col resto della struttura. L’unica difficoltà era che si doveva sedere a terra e penetrare con la testa all’interno del vano superiore del mobile, poiché gli alloggi dei rivetti erano nascosti dal ripiano. Perciò si mise a sedere sul pavimento con una gamba che passava attraverso il mobile e l’altra che lo fiancheggiava, e si curvò dentro di esso con impaccio.

«Ciao papà» disse una voce alle sue spalle. «Che fai?».

«Secondo te?» stava per rispondere, ma si trattenne.

«Monto questo aggeggio. È un mobile nuovo per la tv» aggiunse sentendo rimbombare spiacevolmente il suono della sua voce affannata all’interno del cubicolo. «Aspetta un secondo che mi disincastro» disse e diede un colpo deciso di cacciavite all’ultimo rivetto.

Non aveva fatto in tempo a trarsi fuori e a mettersi in piedi, che sentì sbattere la porta di casa. Avrebbe voluto farsi aiutare a rovesciare il mobile, come indicato al punto 7. Ma quando si accinse a farlo, si accorse che non era poi così pesante. Il problema fu che lo girò fin troppo alacremente, finendo per sbattere e scheggiare lievemente un angolo del piano. Non ne poteva più. Utilizzando il braccio di svastica avvitò con furia e con forza, col rischio di spanare i buchi, le ultime quattro viti.

Passando al punto 8, provò un indistinto moto di disgusto. Era il punto più complesso. Doveva avvitare i piedi del mobile, ma per qualche motivo gli ingegneri non si erano dati pena di segnare sul legno l’esatta posizione, perciò, armato di righello, dovette misurare 35mm di distanza dai due assi di cui ogni spigolo era l’origine. Sarebbero 35mm per radice di due lungo la bisettrice. Radice di due sarebbero uno virgola quattro uno quattro due. Per 35 sarebbe aggiungere circa la metà, un po’ meno della metà… Si confuse. Al diavolo, pensò, ognuno ha il suo lavoro, e io in vita mia ho fatto bene il mio. Si avvide che la pompetta non era una pompetta: era un punteruolo, la cui funzione consisteva unicamente nel marcare i punti misurati. Li segnò per far prima direttamente con le viti, poi fissò i piedi alla bell’e meglio con la speranza che l’eventuale imprecisione non aggravasse la già evidente instabilità del tutto.

Era quasi alla fine. Punto 9: voltare il mobile col lato posteriore verso l’alto; poggiare l’ultima assicella, un oggetto sottile ruvido e flessibile, a copertura del retro della mensola superiore.

Infine (punto 10): inchiodarla. Radunò i chiodi facendoli rotolare con una mano, ne colse uno e lo puntò contro il legno, poi lo piantò con colpetti esitanti. Prese il secondo, e lo piantò a poca distanza dal primo, con un po’ più sicurezza. Il terzo, ancor più decisamente. Il quarto, il quinto, il sesto seguirono, con sempre maggior lena e precisione, via via che prendeva confidenza. Indugiò, guardò i quattordici chiodi rimasti, come se per completare il primo lato dell’asse ne occorresse uno in particolare. Ne scelse uno a caso, lo soppesò, lo mise in posizione, strinse l’impugnatura del martello e diede un colpo, forte, per conficcare il chiodo con una botta sola. L’impeto andò a scapito della precisione: mancò il bersaglio. Il colpo mal direzionato si abbatté sul legno con uno schiocco assordante.

Restò a capo chino scornato. Si vide scagliare Flärke contro il muro, farlo a pezzi metodicamente, sbriciolarne i componenti tra le dita. Si pensò possente, furioso. Ma non ne aveva la rabbia. Le sue mani erano fiacche e la cosa migliore da fare era completare il lavoro in fretta, chiudere quella bara. Il settimo chiodo dunque. L’ottavo, il nono, il decimo. I muscoli delle braccia erano indolenziti. L’undicesimo, il dodicesimo. Gli si scaldarono le tempie, sudava. Tredici, quattordici, quindici. Così sarebbe andata. Sedici, diciassette. Abbattuto e venduto al mercato. Diciotto. Consegnato al fuoco dell’inferno. Diciannove. Sparse le ceneri al vento tra le consolazioni e le risa di scherno degli uomini. Venti. E splenda la luce perpetua.

Gregorio Magini

Il bambino dimenticato

[Continua da qui]

Era una giornata un po’ troppo calda per portare i bambini ai giardinetti, ma alcune mamme avevano pensato che ormai alle cinque del pomeriggio il caldo non sarebbe stato soffocante. Così era infatti: il vento, che nella prima parte del pomeriggio aveva spirato caldo e invasivo, si era preliminarmente assopito sulle sponde del laghetto, e poi si era mutato in una brezza rinfrescante.

Quattro donne erano sedute su una panchina di ferro che accerchiava un pino. Dietro di loro, per l’appunto, il tronco del pino, che essendo come quasi tutti i tronchi di pino un po’ storto, aveva inglobato in sé uno spicchio dello schienale curvo della panchina.

Davanti alle quattro donne c’erano due carrozzine e un passeggino. Da una delle carrozzine si levava un pianto lamentoso e incerto.

La donna sulla destra aveva un bambino seduto sulle ginocchia. Con una mano lo teneva fermo (costui cercava di divincolarsi torcendo il collo qua e là), mentre con l’altra e l’aiuto di un fazzoletto gli puliva la faccia. La donna aveva gli occhi neri e allungati. Dello stesso nero i capelli. Meno scura, bruno-olivastra, la carnagione. Era grassoccia e indossava jeans e una canottiera rossa senza maniche.

«Scusi se mi permetto: è cinese?» domandò la donna che stava al lato opposto della panchina, in fondo a sinistra, sporgendosi da seduta col busto in avanti per tutta la sua considerevole lunghezza.

«No, peruviano» rispose la donna peruviana sorridendo, senza smettere di ripulire il bambino. Anche la donna lunga sorrideva, per nascondere l’imbarazzo, senza perdere la luce di presunzione che le allignava anche nella piega della bocca. Rilanciò:

«Ah! E come si chiama?»

«Raul».

«Ah! Che bel nome».

La ragazzina che sedeva accanto alla peruviana sollevò lo sguardo dal libro che stava leggendo per gettare una breve occhiata sprezzante alla donna presuntuosa. La sua vicina di sinistra, una donna sui trentotto anni che aveva tutta l’aria di essere una vera hippy, se ne accorse, e approvò mentalmente. Le chiese:

«Che leggi?»

«Obscurus» rispose la ragazzina senza nascondere il fastidio per l’interruzione. «Parla di vampiri» aggiunse, e così dicendo mostrò la copertina alla hippy: su uno sfondo nero campeggiavano il titolo in corsivo ottocentesco e un cuore fatto di sangue in rilievo.

Il pianto dalle carrozzine, che si era spento per qualche istante, riprese con tono differente e volume stentoreo. La donna presuntuosa si alzò a malincuore e andò a recuperare il figlio. La raccolse dalla carrozzina e lo tenne sollevato per le ascelle. Quando si voltò per tornare a sedere, si accorse che le altre donne la guardavano sbalordite. Pensò che si stupissero per la sua forma smagliante appena un anno dopo il parto, ma così non era. A far sgranare gli occhi alle donne era la visione della madre col figlio. Lei era altissima e procace, troppo sui fianchi a dire il vero, ma la vita era stretta. Era costosamente vestita, truccata con dovizia sotto un’acconciatura semplice, un caschetto nero e liscio. L’ombretto azzurro, il fard e il rossetto lucido assumevano tinte giallognole per effetto di un’abbronzatura estrema.

Ma nonostante tutto questo dispiegamento, la parte del leone toccava al figlio. Costui era un piccolo gigante: lungo mezzo metro, con una testa immensa, gli arti grossi e forzuti, un pannolone stretto all’inguine come uno slip.

La madre si aspettava per lui un qualche complimento, ma nessuno ebbe la prontezza di dir niente. Perciò si sedette cercando di mantenere una espressione altera, ma si sentì arrossire. Era vergogna, ma la scambiò per stizza, con uno dei trucchi inconsapevoli che attuava per non rendersi conto di quanto poco le piacesse essere madre.

«Quando ha fame non sente ragioni» ammise.

La hippy alla sua destra osservò da dietro gli occhiali tondi il bambino. Questi, avendo smesso di piangere non appena la madre lo aveva preso in collo, sostenne lo sguardo con i suoi occhietti porcini.

«Non ha fame, voleva solo farsi prendere in braccio» affermò la hippy rivelando un forte accento germanico. «La mia bambina prende latte solo quando è ora di latte» concluse.

La donna col bambino gigantesco stava tentando di cacciare il biberon in bocca al figlio, ma quello prima scostò il capo, poi vedendo che la mamma insisteva smanacciò con tale veemenza che il biberon volò per terra. La ragazzina ghignò. La peruviana faceva sobbalzare Raul sulle ginocchia e gli diceva delle cose in spagnolo.

«Quanti anni ha tuo figlio?» chiese la hippy.

«Non so con precisione. Non è mio figlio».

«Ah! È adottivo?» intervenne l’altra, che nel frattempo aveva ributtato il bambinone in culla e riposto il biberon.

«No, è di mia cugina. Lei è negli Stati Uniti adesso».

«Ah! In America!»

«Stati Uniti, sì. Raul, dónde està mamá?».

«En los Estados Unidos!» rispose, e nascose la testa nel seno della cugina.

La conversazione si spense per qualche minuto. Oltre l’intrico di foglie di un fico selvatico sporgente dagli scogli artificiali che bordavano il laghetto, il getto a ombrello di una fontana creava giochi di riflessi col taglio della luce solare già obliqua.

«Certo che queste zigale sono proprio assordanti» disse la donna che non voleva essere madre. Nessuno le rispose. Squillò un cellulare. La ragazzina si allontanò qualche metro frugando in un suo tascapane, rispose. Le donne sentirono che diceva:

«Sì guarda, che palle…».

Quando tornò, un minuto dopo, comunicò:

«Il mio moroso».

Il bambino sul passeggino, sentendo parlare la ragazza, si era svegliato. Indicando di lato, esclamò:

«Tata iochi!».

«Ora andiamo» rispose la ragazza facendo per riaprire Obscurus.

«Tata iochi!» ripeté.

«Sì Giacomo, ora andiamo, un secondo» sbuffò la ragazza.

Anche la donna altissima ed eccessivamente truccata ora parlava al telefono:

«Mi passi a prendere? Ai Margherita. Non ce la fai? Ma quando torni? Non fare tardi. No. A dopo, bacio».

Giacomo si mise a gridare dandole sulla voce e inducendola a tapparsi un orecchio:

«Tata tartaruga! Tata tartaruga!».

La baby-sitter sospirò, ripose il libro e portò Giacomo a guardare la tartaruga che era sbucata da uno scoglio. La peruviana e Raul li seguirono. L’hippy guardò il sole e disse:

«È ora».

Alzò la maglietta e accostò al seno libero il fagotto che teneva in una fascia di tela a tracolla. La vicina, disgustata, scattò in piedi e disse:

«È ora che andiamo».

Indignata dalla reazione, anche la hippy si alzò, senza comunque interrompere l’allattamento.

«Anche noi andiamo. Arrivederci» disse. Si allontanarono, la prima spingendo faticosamente la sua carrozzina, la seconda marciando fieramente col petto scoperto, entrambe pensando a quanto l’altra era volgare.

Raul e Giacomo spaventarono subito la tartaruga e ormai sovreccitati si misero a chiedere insistentemente di essere portati ai giochi. La peruviana e la baby-sitter, frastornate dal chiasso dei bambini, si allontanarono senza più voltarsi verso la panchina.

Improvvisamente una pigna si staccò dal ramo e cadde sul cemento con uno schiocco.

Si era fatto tardi. Chiusi il quaderno e lo riposi con la penna nella mia borsa. Mentre già le ombre della sera si protendevano per ricongiungersi con la notte, feci un altro giro del parco per verificare alcuni dettagli che non ricordavo bene e per rilassarmi un po’. Trovai una zona che prima non avevo visitato, perché respinto dal calore sfiancante dell’ampio tratto di prato aperto che avrei dovuto attraversare per raggiungerla. Dietro un semicerchio irregolare di antiche querce, saliva un ripido dosso, una collinetta alta non più di tre metri che si estendeva per un breve tratto con andamento e forma simili a una duna. Poggiava sul lato corto di un campo da basket, dove dei ragazzi a torso nudo giocavano. Sentivo i rimbalzi della palla, lo squittio delle suole sulla gomma, l’occasionale esclamazione per un canestro fatto o subito.

Mi sedetti sulla cima del dosso e guardai verso il lago, ma gli alberi lo nascondevano sovrapponendosi e facendosi ombra. Poco più indietro, una specie di casetta di pietra (“tomba nobiliare a ‘cassone’ costituita da grandi blocchi di travertino”) dava una nota di solennità ancestrale alla scena. Le cicale ancora cantavano. Me ne andai in tempo per il treno delle 20:45, stanco, con la sensazione di essermi dimenticato qualcosa.

Poco più tardi, un signore con un pastore tedesco al guinzaglio si avvicinò alle panchine tra i pini, notando che accanto a una di queste stava una carrozzina abbandonata. Mentre si accostava allarmato, il cane abbassò la coda tra le gambe e prese a fare resistenza. Il signore spazientito gli diede uno strattone. Giunto alla carrozzina guardò sotto la cupoletta parasole.

Tra le coperte giaceva un neonato, gli occhi sbarrati, la pelle nera come il petrolio, la bocca violacea contorta in uno spasmo, e gli volavano intorno delle mosche.

Gregorio Magini