La luce del Natale *

Non sono mai stato un fanatico delle pulizie di casa.
Per intenderci, non mi è mai venuto in mente di svegliarmi la domenica mattina alle 7 per ripulire l’appartamento da cima a fondo come faceva mia mamma, ad esempio, che ci buttava giù dal letto, apriva tutte le finestre “che devo cambiare l’aria” e si metteva a ramazzare, mentre noi, infreddoliti e con un principio di broncopolmonite in corpo, ci stipavamo accanto al camino.
Quest’anno al pranzo di Natale ci saranno solo i miei amici. Scelta obbligata, visto che con i miei d’altro canto non parlo da mesi, in seguito a quella faccenda di quest’estate. Mi va bene così: meno ansia, meno stress, meno fisime sul cosa preparare e soprattutto zero sbattimento per quel che riguarda le pulizie. Molto molto meglio. Leggi il resto dell’articolo

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IL SENSO DEL PIOMBO – Quando la cronaca segue la fiction

[Riproponiamo qui di seguito una nota di Pier Paolo Di Mino e un estratto del romanzo di prossima uscita per Castelvecchi, Il senso del piombo di Luca Moretti]

Torna in libertà Pierluigi Concutelli il più grande tra i killer della destra eversiva degli anni Settanta

la Repubblica

Corriere della Sera

Il Messaggero

Oggi  le foto del “Comandante” riempiono le prime pagine dei quotidiani. L’irriducibile killer nero, adorato ed emulato dai giovani della destra eversiva è stato liberato per gravi problemi di salute.

Concutelli, l’irriducibile che ha gridato: “Non mi pento di nulla! Non rinnego nulla, non mi sono mai inginocchiato allo Stato.”, è uno dei protagonisti del nuovo romanzo di Luca Moretti, Il senso del piombo,  in uscita a maggio per i tipi di Castelvecchi.

 Un romanzo epico che affronta una materia difficile come quella della destra eversiva: dal rogo di Primavalle alla fine dell’esperienza di lotta maturata in seno allo spontaneismo armato dei Nuclei Armati Rivoluzionari di Giusva Fioravanti. Un romanzo che restituisce le profonde ragioni epiche che condizionano, nel bene e nel male, i fatti della storia.

Oggi che quella realtà torna alla ribalta, nessuna lettura è più salutare per la comprensione di quei fatti e di quelle gesta (quelle del killer spietato del giudice Occorsio) di quella che si può godere su queste pagine. Di seguito incollo due stralci dal romanzo di Luca (sapendo che l’amico non me ne vorrà) in cui si ripercorrono proprio i momenti dell’assassinio del Giudice e dell’arresto del “Comandante”.

PPDM

…Hey! Ho! Let’s go!

Il Giudice dovette prestare un po’ più di attenzione alle parole, capiva molto bene l’inglese ma alla radio qualche parola finiva sempre per sfuggirgli. Quella canzone sembrava fare ironia sulla tentata invasione americana dell’isola di Cuba del 1961. Era il primo singolo di un gruppo nuovo, i Ramones. Allungò la mano destra sulla manopola dell’autoradio e cercò di sintonizzare meglio la frequenza.

Milleottocento colpi al minuto, trenta colpi al secondo.

– Il mio giudice è morto ma ancora non lo sa.

Fu così che il Comandante si fece il giudice suo. Senza parlarne con nessuno, con la facilità con cui si beve la birra d’estate, da solo. Quel giudice continuava a infilare il naso dove non doveva e lui l’aveva fatto fuori senza troppi convenevoli, così, come un maiale in mezzo alla strada, mentre lo Stato rimaneva a guardare.

Il Comandante era in guerra, da sempre. Il suo cervello era un’affilata tattica militare, conosceva ogni tipo di arma, ne avrebbe potuto parlare per ore. Ma non era uso che il Comandante parlasse con qualcuno, il combattente parla solo con la sua Kavasaki: milleottocento colpi al minuto, trenta colpi al secondo.

Il Comandante era solo, riteneva i suoi vecchi compagni degli sciacalli, dei collusi, uomini ormai lontani dallo spirito vero della Rivoluzione. Anni prima aveva combattuto in Africa per l’indipendenza dell’Angola, in Spagna aveva fabbricato orfani a non finire e poi, solo con la sua Kavasaki, era tornato nel Belpaese per cucinarsi il giudice suo. Nessun problema, niente di strano: il carro armato va colpito una e una volta sola, nel punto più fragile, al cuore. Il Giudice dal canto suo aveva fatto tutte le dichiarazioni possibili: quei gruppi andavano messi a ferro e fuoco, andavano catturati, tutti.

Nessuno lo aveva ascoltato, il Taranta aveva fatto in modo che venisse lasciato solo e il giorno era arrivato.

Il Comandante era allora uscito di buonora, pettinato e con dei baffetti affilati, la strategia perfetta al millesimo, da buon miliziano aveva già calcolato ogni movimento del Giudice suo: la strada senza possibilità di manovra che imboccava ogni mattina per recarsi al Palazzo di Giustizia, i tempi, gli spazi. Il Comandante fermò la moto proprio davanti all’auto del Giudice suo impedendone la marcia, quindi la trivellò comodamente con la Kavasaki spagnola, quello crepò all’istante, lui fece inversione e venne via come tornando da una giornata al mare con gli amici, senza rimorsi, senza guardare indietro, perché in guerra si guarda solo avanti. I Ramones erano ancora sulle note di Blitzkrieg Bop: “la guerra lampo”.

… Intanto il Comandante era stato arrestato. Gli avevano dato giusto il tempo di farsi il giudice suo e poi l’avevano messo fuori gioco. Il covo dove viveva trincerato era in pieno centro storico, i vicini furono allertati subito dal rumore degli spari, il Generale era stato chiaro: il Comandante era un soggetto pericoloso e nessuna pietà dovevano avere nel catturarlo, dovevano ammazzarlo se necessario.

La porta era corazzata e i quaranta colpi dell’M12 non riuscivano a sfondarla, gli uomini dell’antiterrorismo continuavano a sparare.

Era la paura a sparare.

– Io non esco!

Strillava dall’interno dell’appartamento.

– Fatene entrare uno. Solo uno e deve essere pulito, disarmato, mi serve solo un volontario che mi viene ad ammanettare.

Passarono alcuni secondi di silenzio.

– Entro io.

– Chi sei?

– Mi chiamo Antonio.

– Entra Antò, che se ti comporti bene oggi è il tuo giorno fortunato, una medaglia non te la leva nessuno.

La porta si aprì e l’agente entrò così come il Comandante aveva ordinato, ponendosi nel cono di fuoco dei mitra. Il Comandante richiuse la porta e perquisì Antonio per bene.

– Inquilini, mi sentite? Sono nudo e mi sto consegnando disarmato alle forze dell’ordine! Avete sentito bene? Sono disarmato!

Gli inquilini non risposero, rimasero barricati in casa. Avevano sentito tutti, il Comandante era salvo, nessuno avrebbe potuto più suicidarlo.

LM

Pier Paolo Di Mino presenterà con l’autore Luca Moretti e Cristiano Armati, direttore editoriale di Castelvecchi, il romanzo Il senso del piombo sabato 7 maggio presso la sede RASH, in via dei Volsci 26 a San Lorenzo – Roma.

Info: http://www.ilsensodelpiombo.tk


Nel bianco

Nel bianco (Rizzoli, 2009)

di Simona Vinci

Eppure io odiavo viaggiare, forse una parte di me lo odia ancora adesso: viaggiare, intendo farlo sul serio, è faticoso. Faticoso da subito, ancora prima di partire davvero. […] Poi è cambiato qualcosa, anche se non so cosa, perché l’idea del viaggio come obbligo culturale e sociale, l’ossessione dei piantatori di bandierine sul mappamondo continuo a detestarla e sono consapevole che i viaggi sono diventati una banalità, un’ovvietà: tutti lo fanno, ma cos’è che vedono davvero? Cos’è che gli resta dei posti che hanno visto? Cos’hanno capito, quando tornano? E soprattutto, sono cambiati? […] A me interessa soprattutto l’abitudine: riuscire a restare in un posto abbastanza a lungo da annoiarmici, perché sono convinta che è solo nella noia che di colpo le cose si svelano nella loro luce più vera.

 

All’inizio del 2008 Simona Vinci, messe da parte le sue paure, parte per l’Africa, Sierra Leone, uno dei paesi più poveri del mondo con il più alto tasso di mortalità infantile. È come se avesse cominciato una nuova fase del suo percorso. Quando mesi dopo decide di partire per un mese in Groenlandia il più è fatto, i suoi timori sono ormai superati. Le resta da sistemare le cose da portare con sé, preparare un minimo di attrezzature per affrontare il freddo, quello vero, quello che non siamo abituati a conoscere.

Si fermerà una settimana in Islanda – stregata da quella terra magica di ghiaccio e di fuoco, di mare e di monti altissimi – per poi dirigersi a Tasiilaq, in Groenlandia, che in inuit significa «come un lago immobile». Simona Vinci resta per un mese Nel bianco e ci regala uno dei reportage – sebbene costringere quest’opera nella categoria del reportage sia quasi comprimerla in una definizione troppo ristretta – più interessanti su quella terra ricca di fascino e di mistero, dove si cerca di non restare mai soli. La solitudine è l’incipit della fine. La vita è vissuta a stretto contatto con la comunità – ristrettissima – con cui si divide la quotidianità. Live together, die alone.

Gli inuit sono i protagonisti silenziosi, un popolo emarginato che sembra incarnare tutto ciò di cui non ci curiamo, quello che non è sufficientemente importante per essere da noi conosciuto e studiato. Un popolo che sta subendo la devastazione delle propria terra in nome del dio petrolio. Simona Vinci cerca di entrare nella loro comunità, pone domande, si relaziona a loro. Entra nell’ospedale della città, parla con gli adolescenti della cittadina, visita il cimitero. Si immerge nei luoghi che la circondano, fa in modo che tutte le barriere che ci portiamo dentro cadano, tenta di non avere filtri nei loro confronti. Si lascia andare all’imprevisto, al viaggio, all’accidentale. Al caso. Alle storie in cui inciampa e che racconta. È stregata dal bianco abbagliante, quasi mistico, che tutto circonda e avvolge. Il bianco che le porta alla mente Melville che, riflettendo sulla bianchezza della balena in Moby Dick scrive che «c’era un vago orrore senza nome… una cosa così mistica e pressoché ineffabile, che io quasi dispero di renderla in forma comprensibile. Era la bianchezza della balena che sopra ogni cosa mi sgomentava». La balena bianca è ciò che non conosciamo, il mistero della vita. Il bianco contiene l’intero spettro cromatico della luce, ma nasconde i colori ai nostri occhi.

Che cosa resta alla fine di un viaggio?

Cosa rimane impresso, indelebile, nell’iride dei nostri occhi? Quali saranno gli odori, i sapori, che riusciremo a portare con noi per il resto della nostra vita?

I viaggi sono i viaggiatori. Tocca metterci in marcia. Partire. Tornare. E partire ancora. Senza stancarsi. Mai.

Si dice sempre che prima o poi, nella vita, arriva il giorno in cui sai qual è il tuo posto nel mondo. Per me, penso mentre sto seduta su un muretto davanti all’ufficio postale di uno sperduto paesino della Groenlandia orientale, quel giorno non è ancora arrivato. Ho trentotto anni e ancora non lo so qual è il mio posto nel mondo. […] Forse, penso, essere uno scrittore vuol dire proprio non avere un posto nel mondo. E quindi vuol dire anche averne tanti quante sono le storie che ti si agganciano addosso mentre vai senza sapere di preciso dove.

 

Serena Adesso

 

Gl’emeriti sconosciuti van negl’Emirati – [2/3] Luca, 12, 24.

(in piedi)

«Lodate l’Eterno, voialtri di tutte le nazioni, celebràtelo popoli tutti, perché la sua bontà è grande, e la sua fedeltà durerà per sempre. Lodate l’Eterno».

(seduti).

Il salmo centodiciassette, puoi mica sbagliarti, è talmente evidente, è un canto di trionfo e giubilo: t’invita a lodare il Signore, col Signore al fianco impossible is nothing e vincere, o almeno far di tutto per, è già un po’ meno complicato.

Amen, fratello.

Mosè è un nome da predestinato. Come si fa a non essere un condottiero, un leader, quando ci si appella Mosè?

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Un calcio ai mondiali

M’ero ripromesso di non guardarla più, l’Italia, dopo la sciagurata impresa di quattro anni fa. Già all’epoca gli tifavo contro, io, al viareggino che aveva lasciato a casa Cristiano Lucarelli, il 99 amaranto che faceva sognare Livorno. Poi dicono che la politica non c’entra: e allora per quale motivo non convocare il capocannoniere, uno che all’epoca era capace di trasformare due assist in tre gol?! Alla mia domanda i più rispondevano che non c’aveva esperienza, ma dopo sole due o tre birre c’era chi azzardava che fosse per via della casacca che vestiva, perché a fare le nazionali sono i grandi club, quelli che contano per via di tutti i soldi che spendono. Poi, dopo un’ora passata a pungolarli peggio delle zanzare, veniva fuori l’episodio del Che Guevara in under 21, e i gol col pugno alzato e le dediche ai lavoratori licenziati e alle BAL. Eccola la politica, gongolavo io, quella che in tv stanno tutti lì a dire che non c’entra niente col calcio. Ma se le discussioni in Parlamento son certi buglioni peggio che sta in curva allo stadio?! E poi, con tutti i soldi che smuove, il calcio, vorrei proprio vedere se non facesse gola alla politica.

Eppure all’epoca io ci speravo davvero, col Livorno che era addirittura andato in Coppa Uefa dopo anni passati a mangiare la polvere in certi campetti buoni giusto a coltivarci le patate; ci credevo davvero al sogno del ragazzo nato all’Ovosodo che avrà senz’altro giocato al calcio nei gabbioni. Ché poi, pensavo, chissà stavolta come esulterà per i gol: sai quante curve listate a lutto con tutte le loro svastiche e croci celtiche, quante curve che verrebbero giù con un bel tonfo, e noi a fargli il funerale con un ponce dopo l’altro?!

E invece non è successo niente di tutto ciò quattro anni fa, e s’è vinto con quell’inno idiota del Pooo PoPò PoPoPooo, e poi i caroselli per Roma capitale con tanto di rispolvero di vecchi stemmi e simboli che per legge non si dovrebbero vedere, ma per una vittoria al mondiale sai che ce ne frega a noi della legge, e pure sopra la crisi si passerebbe stavolta, e giù altri tagli alla scuola e alla cultura… Allora io quest’anno ho deciso che tiferò Costa d’Avorio e Ghana, che magari lì la politica ancora non c’entra per davvero, e il calcio è un calcio alla miseria, a un pallone che chissà quanti bambini hanno fatto star svegli per cucirlo. Ché poi, con tutti i macelli che c’abbiamo combinato, noi e gli altri europei, e con tutti i soldi che diamo ai calciatori, ci vuole proprio un bel coraggio ad andare a giocare a pallone in Africa…

Simone Ghelli

Alcune note sparse su Cristiano Lucarelli e il Livorno.

Il numero 99 sulla maglia di Cristiano Lucarelli allude all’anno di nascita delle BAL (Brigate Autonome Livornesi), che nacquero nel 1999 dalla fusione di diversi altri gruppi di ultras, e che si sciolsero nel 2003 in seguito ai continui provvedimenti presi nei loro confronti.

Lucarelli festeggiò il suo primo gol nella nazionale under 21 mostrando una maglietta con il logo degli ultras livornesi, raffigurante il Che.

L’Ovosodo è il nome di uno dei quartieri di Livorno, famoso per l’omonimo film di Paolo Virzì.

Il gabbione è un campo di calcetto sull’asfalto e recintato da tutti e quattro i lati da una rete che non fa mai uscire la palla dal gioco.

Tempo di passaggio

Notte. Luca, disteso sul suo letto, non riesce a prender sonno. Oggi è stata per lui una gran giornata, così dicono. Oggi Luca si è laureato dottore. Ma Luca non riesce ad addormentarsi, stanotte.

Pensieri. Scorrono. Veloci, impazziti. Sono anni che ci pensa ma ancora non l’ha capito: cosa fare della sua vita. Luca è sveglio, non è per niente stanco, non ha per niente sonno. Pensa.

Forse dovrebbe trovare un lavoro qualunque, il primo che capita, e sposare Manuela. Di questi tempi bisogna accontentarsi. I sogni, a volte, bisogna lasciarli solamente alla notte.

Non si addormenta Luca, sogna, sogna forte, ma i suoi occhi sono aperti, è sveglio, sveglissimo.

Partire. Andare lontano. Forse un viaggio, potrebbe essere un’idea. Messico, India, Africa: Luca cerca un sogno distante, Luca cerca se stesso, quella parte che non riesce a raggiungere.

Stelle. Luca si alza e va alla finestra. Accende una sigaretta. Guarda le stelle e si perde oltre i suoi stessi pensieri. Ci sono limiti invalicabili per questo piccolo essere chiamato uomo. Il suo tempo è inezia rispetto a qualsiasi stella che scruta nell’immensità infinita della notte. L’umanità si è complicata la vita. Il breve tempo che abbiamo, troppo spesso viene dissipato. È un vero peccato.

Cuscino. Luca spegne la sigaretta e va a distendersi sul letto. Abbraccia il cuscino, immaginando Manuela. Sogna ad occhi chiusi, ma è sveglio. Immagina. Lui e lei. Passeggiano sulla spiaggia di un luogo conosciuto anche se non ben identificato. Ridono, scherzano. Si abbracciano, si baciano. Si baciano. Continuano a baciarsi. Si amano.

Sabbia. L’acqua bagna la spiaggia, poi si ritira. Luca disegna una stella, che lentamente svanisce. Manuela gli sorride. Lo bacia sulla fronte. Luca ha la fronte sudata. Non riesce a dormire. Si gira e si rigira sul letto. Le belle speranze nascono e spariscono come stelle disegnata sulla sabbia.

Gesso. Luca è a scuola, alla lavagna. Nella mano sinistra ha un pezzo di gesso bianco. Il vecchio professore incute timore. Non è mai stato troppo bravo in matematica. Non sa, non sa cosa scrivere. Il rigore dell’austera figura lo blocca, non riesce a pensare. Suda. Trema. Il prof lo manderà a sedere, prenderà nota. Impreparato. Eppure era semplice, nella sua cameretta, magari, avrebbe pure risolto quell’equazione. Come farà adesso a dirlo alla mamma?

Orecchini. Gli orecchini di sua madre li ricorda bene. Ha portato lo stesso paio per quasi vent’anni. Sua madre che lo rimproverava quando a scuola non andava bene. Sua madre che stamattina ha pianto, perché lui si è laureato.

Carta. Un pezzo di carta dove è scritto che è dottore. Non ha imparato nulla. Le difficoltà vere iniziano adesso. Nessuno gli ha spiegato niente sinora, a proposito di lavoro. Ha studiato tante cose, ma si rende conto di non essere in grado di far nulla. Tutto è inutile. Quella carta è stato un albero. Quanti alberi sono stati abbattuti per far laureare tutti questi dottori?

Vento. Fuori, c’è vento. Ne sente il suono, Luca. Sembra un lamento. Sembra il suo lamento. Interiore. Tum-tum-tum. Batte il cuore. Forte. C’è vento ed ha caldo. Suda. Pensa a quella volta che ha fatto sega a scuola con Picone, un suo compagno di classe. Luca non ha idea di che fine abbia fatto. Probabilmente sarà finito in galera per furto, spaccio o ricettazione. Si vedeva sin da piccolo, che Picone nella vita non avrebbe mai combinato nulla di buono, aveva il fascino del ribelle sin dalla più tenera età. In fondo era soltanto un bambino che soffriva di solitudine, la sua situazione familiare non era delle più felici. Quel giorno a far sega con Picone si era proprio divertito.

Acqua. Luca ricorda la spiaggia dove andava da bambino. C’era una scogliera dove se ne andava con maschera, pinne e boccaglio. Guardava i pesci, la vita sotto la superficie dell’acqua. In acqua si sentiva vivo, ogni pensiero si dimenticava, c’era il momento, quel momento esatto, che ora sta ricordando.

Ovunque andava, da bambino, c’era sempre una ragazzina che gli piaceva. Qualcuna la ricorda, altre le ha dimenticate.

Fuoco. Luca ricorda suo nonno che gli raccontava le storie della guerra davanti al camino acceso, cuocendo patate, castagne, uova o mele. Il nonno di Luca era un partigiano. Un socialista, fedele al partito fino alla metà degli anni ottanta, fino a Craxi. Suo nonno morì il 9 novembre del 1989 mentre il mondo si apprestava a cambiare.

Terra. Quella volta, Nicola, detto il Siciliano, gliela fece vedere sporca. I primi due pugni, come colpi sordi, lo avevano messo ko. Steso al suolo, sanguinante, un rivolo che dalla bocca finiva sulla terra secca. Luca era chiuso a riccio, il Siciliano continuava a prenderlo a calci. Gliele diede di santa ragione. Quella terra, mista al suo sangue, gli finì in bocca. Aveva sapore amaro.

Aria. Respira. Inspira, espira. Cerca la calma che non trova. Si agita ulteriormente. Un brivido gli percuote la schiena. Ha paura. Non riesce, non riesce a mantenere il controllo. Vorrebbe urlare. Tace.

Sono ore che prova a prender sonno Luca stanotte. I ricordi più nascosti tornano a galla, improvvisamente ed inaspettatamente. Si alternano davanti al suo sguardo.

Oggi per lui è stato un gran giorno. Tante cose non sarebbero più state come prima. La vita universitaria terminata. Non c’era un secondo da perdere, tutto da costruire. Una vita.

Da dove cominciare? Per il momento non aveva nulla da fare. Avrebbe voluto dormire.

Rumori esterni. Il camion della nettezza urbana. Quasi mattina.

Nella notte che da ieri accompagna all’oggi, si era compiuta una strage. Un’età era finita. Egli aveva dinanzi a sé una pagina bianca sulla quale poter scrivere qualsiasi cosa, i propri sogni da realizzare.

Sogno. La luce del mattino penetra nella stanza di Luca, che non ha dormito stanotte. Gli uccellini cinguettano. Sbadiglia, Luca. Sente rumori di stoviglie provenire dalla cucina, qualcuno che chiude la porta e scende le scale. Si addormenta.

Gianluca Liguori