Dentro Marylin

Ferma l’auto. La strada prosegue con una curva larga.

Le dice di scendere. Parla molto lentamente, impastando ogni singola lettera di quella frase con la saliva. Sa che quando lei avrà messo i piedi oltre il bordo metallico dell’auto e il suo corpo sarà definitivamente fuori dall’abitacolo, lui l’avrà perduta.

L’ha già perduta, in realtà. Si sono persi.

Pensa: non mi hai mai avuto. Gli dà forza saperlo. Ma adesso vorrebbe solo gridare e chiudere gli occhi.

Gira la testa verso la pineta e resta a guardare in quella direzione. Vuole che lei capisca che è lì che le sta indicando. Che non l’ha portata qui, come le avevo detto, per mostrarle quel posto. L’ha portata qui per allontanarla dalla sua vita. Con uno strappo. Come una pianta che venga scardinata dal terreno.

“Ci fermiamo?”

“Si.”

“Io lo so a cosa stai pensando Luca.”

“Davvero? Beh, è tutto così inutile.”

“Si. Si lo è, e non possiamo farci nulla.”

E invece è lui a scendere. Apre lo sportello, si tira fuori dall’auto appoggiando le mani al tettuccio, l’auto reagisce abbassandosi di un centimetro. Appena fuori butta le spalle all’indietro e respira.

“E’ qui che volevi portarmi Luca?”

“E’ qui.”

“Un anno di matrimonio, oggi, e…”

Lascia la frase in sospeso, rabbrividisce. Non passano auto, non ci sono suoni. Solo loro due, e lui che comincia a tremare. Ma non è il freddo. Sta pensando: se avessi più tempo. E più calma. Ma non sa come fare, non ha mai saputo darsi tregua, può solo camminare a passi lenti verso la pineta.

L’auto è rimasta aperta, riesce a distinguere la musica che diminuisce oltre le sue spalle, un vecchio pezzo degli Afterhours

Cinque pianeti, tutti nel tuo segno

Il fallimento è un grembo e io ti attendo

Entra nell’intrico di alberi e piante. Come essere inghiottiti. Sotto i piedi la terra scricchiola, ha strani suoni, sembrano rantoli o piccole urla di protesta; sente cose che si spezzano, pietre minuscole, rami secchi. E più avanza, più il sole gli sfarfalla negli occhi giocando tra i rami.

La luce è netta e glaciale.

È un trenta dicembre pulito, il vento di levante ha pulito l’aria. Nei punti in cui il sole gli cade sulla fronte è così caldo, simile ad un massaggio. Gli piace, si ferma e allarga le braccia e aspira l’odore di resina che c’è nell’aria.

Lei è qualche metro più dietro, può sentire la sua presenza.

“Che facciamo?” lui le dice

“Dimmelo tu. Tu sei voluto venire qui.”

“Se avessimo più tempo…” Prova. Poi non sa come proseguire.

“Dillo adesso, Luca. Dillo subito!”

E invece si mette a correre. All’improvviso. Abbassa le mani, ingoia dell’aria e parte. I rumori di prima accelerano nella sua testa, centinaia di sassi e di rami che vengono calpestati e spezzati, ma lui corre, non sa nemmeno dove, sta semplicemente puntando l’orizzonte dove il sole sembra più netto e gli arriva verticale in faccia.

E anche lei corre, ne sente il respiro affannato, il rumore dei suoi passi che ritrovano i frammenti di terra che lui ha già infranto.

E mentre corre pensa: è come se stessimo scopando questo bosco, siamo entrati dentro, ci muoviamo all’unisono e la terra reagisce con isteria, allarga i suoi sentieri per accoglierci e farci sprofondare ancora di più.

E alla fine della corsa, dove il sentiero all’improvviso si interrompe, un piccolo muro di tufo gli sbarra la strada. Ci arriva davanti e si ferma. Ha il respiro corto. Sbuffa aria calda dalle narici. Lei lo raggiunge.

“Dimmi perché?…” Lui le dice

“Io non lo so, non lo so perché. Rassegnati, smettiamola ti prego.”

“Ti faccio del male?”

“Ne fai a te stesso.”

“Oh non pensare. Sei cara, ma non pensare a me. Non l’hai mai fatto, non lo sai fare.”

Mette le mani nelle fessure del muro e si solleva. Vuole scavalcarlo.

“Non è così – le dice, ansimando – che dev’essere. Ci voleva del silenzio. Lo capisci? Perché mi hai portato qui?”

“Sei matto?! Tu ci hai portato qui.”

“No! No! Tu sai…non fare finte con me. Non fingere. Io non parlo di questo luogo. Io parlo del silenzio.”

“Vuoi che non parliamo?”

“Voglio che le mie parole non mi si ritorcano contro. Sempre. È come un boomerang che non so controllare.”

“Io non c’entro.”

“Tu sei il boomerang.”

Si ferma quando è in cima al muretto. Le tende la mano.

“Tu sei il boomerang Laura – ripete – è tutto per te. È sempre stato così.”

Lei sale, lo raggiunge lassù. E guardano. La pineta finisce dove ha inizio una spiaggia nera, di sabbia lavica. E il mare, sullo sfondo, è una distesa argentata.

“Tutto.” Lui ripete. Di nuovo si aggrappa alla sua lentezza. “Tutto. Sei tutto.”

Si butta. Sono nemmeno due metri. È alto. Ma lo fa. C’è molta sabbia sotto, è sicuro che l’impatto sarà indolore. Invece i piedi reagiscono con uno slancio all’interno e il dolore si irradia in ogni nervo della gamba destra.

Urla.

“Ti sei fatto male?” lei lo guarda restando in bilico sulla cima del muretto. Il sole le scende nei capelli, ma è quel colore tonico degli scogli e della sabbia a catturarla. Non può smettere di guardare.

“Dovevo dimenticarti subito.” Lui le dice. Si rotola nella sabbia. Il cappotto e i capelli si imbevono di quel nero, la polvere resta sul viso, vagamente appiccicosa, come miele.

Lei scende lentamente.

“Fallo” gli dice. “Dimenticami.”

Lui continua a rotolarsi nella sabbia.

Luigi Pingitore

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