Io, lui e il calcio

«Allora Alessandro, che ne dici? Ti alleni con noi?»

«A me il calcio fa schifo! »

« … »

Lo dissi alla tenera età ( non ho mai capito perché si usi dire così anche se nel mio caso, vista la pingue forma, ci stava tutto) di sei anni.

Papà Erio portava il suo unico. Figlio. Maschio. A vedere il calcio.

Adesso… il “calcio”! Era la società sportiva del paese in cui ho vissuto fino a quando non hanno ceduto i miei nervi ormonali e adolescentEmozionali. Romano io!? No. Io sono ciociaro. E ai romani i ciociari non piacciono. Siamo burini.

Comunque sto divagando. Al tempo del fattaccio mi toccarono 90 minuti di partita, più allenamento, più pippone pre-visione su quanto il calcio sia lo sport più praticato al mondo.

Ricordo ancora il freddo degli spalti fatti di comodissimo cemento grigio, il freddo della giornata novembrina e il freddo che tormentava le mie chiappette annoiate.

E poi mio padre.

«Guarda come si divertono! Guarda quanto movimento! Guarda quanto è bravo quello! Guarda…»

«Guarda l’orologio che vorrei sapere quanto manca per andare via», avrei pensato, ma so che in qualche modo lo feci, se avessi avuto la mia linguaccia di ora guardando il sapiens con fare sfottuto.

Io sorridevo invece, cortese, che al tempo lo ero, sorridevo compiaciuto di tanto amore e passione del mio babbo romanista nell’anima, nel sangue, nelle parole, opere e omissioni.

Il buon uomo voleva quello che vorrebbero tutti i padri prima (o dopo!?) della laurea e un’istruzione: vedere il loro figlio maschio far volteggiare la sfera, infilare goal spettacolari e correre facendo l’aeroplanino o qualsiasi cazzata gli passi per la mente o si sia preparato per l’occasione.

Alla fine dell’allenamento, mentre il mio culotto tentava di riconciliarsi con la forma che aveva avuto prima di arrivare in quel campo umido, mi ritrovai davanti all’allenatore separato soltanto da una leggera rete metallica verde bottiglia.

Io. Il Mister. Erio.

Mister. «Allora Alessandro, che ne dici? Ti alleni con noi? »

Io. Sguardo verso papà sorridente, imbonitore, compiaciuto, sguardo al Mister.

Sguardo verso papà super sorridente, super imbonitore, super compiaciuto, sguardo al Mister.

«A me il calcio fa schifo! ».

Ecco. Come si può commentare il gelo che scende in una situazione del genere? Era Glaciale? Inverno Post Atomico? Atmosfera di Plutone!? Fate un po’ voi.

Papà non rideva più, non imboniva più, non si compiaceva più.

Il Mister. si fece una gran bella risata e disse «Alla faccia della sincerità! Erio, niente da fare…».

«Grazie Enzo».

Ci avviammo verso l’automobile, sul viale pieno di ghiaia e sassolini, con il rumore ritmico e sonoro tipico di quelle passeggiate, presi la mano enorme (mio padre è ancora oggi un gigantesco ammasso di tenerezza, ossa e muscoli da non fare incazzare please) che mi penzolava vicino alla faccia e buoni buoni entrammo in macchina.

Accese il riscaldamento e prima di mettere in moto mi disse «Vabbè, Alessà che sport vuoi fare?».

Risposi quello di più ovvio per un giovanottino di sei anni «Il karate! ».

«Il karate… il karate!? IL KARATEEE!? » lo so che mio padre ebbe un attacco tipo Bruce Banner quando sta diventando Hulk dentro la sua testa, ma quello strano embolo rimase circoscritto alla vena sulla sua tempia e non si palesò. Io per quanto mi riguarda, segnai il mio destino fatto di più di 25 anni di sudore, lacrime e mazzate nei pesi massimi.

Però non mi sono mai fatto male come chi gioca a calcio!

Il calcio per me è sempre legato a mio padre. A Erio.

Erio. Vigile urbano motociclista. Un armadio quattro stagioni con spazio anche per i piumoni, amava (e ama) il calcio: lo mangiava a colazione per strada, a pranzo a casa, nel bar il pomeriggio e a cena davanti al camino. Non c’era sonno perso che non valesse una partita. (Adesso che è in pensione vorrebbe Skydecoderdigitaleterrestreeancheextraterrestreportamivia per vedersi tutte le partite, ma con mamma abbiamo optato per un unanime «No! » Arginando con qualche canaletto dove l’ho pescato a vedere partite tipo Burundi vs Burkina Faso… ma si può!?).

Lui ha sempre saputo tutto del pallone, nomi e cognomi, soprannomi e altezze e misure e che mutande portano, abitudini alimentari, sessuali, un CSI del campionato. A casa c’era sempre una copia del Corriere dello Sport e quando andavo dal nostro giornalaio di fiducia e chiedevo il Corriere dovevo subito riconsegnare il quotidiano sportivo e precisare «Della Sera. Grazzzie».

E la casa risuonava letteralmente delle voci di Galeazzi, Mosca e Biscardi e la sigla bellissima di 90° Minuto e gli applausi mentre io passavo per il salotto.

Fumetto in mano.

Libro in mano.

Spartiti in mano.

Rivista di musica in mano.

Quotidiano in mano.

Erio, mi guardava cagnone allora, mi puntava dal salone e si faceva un po’ più in là sul divano mentre con un occhio (roba da diventare ciechi o strabici) guardava la moviola e mi faceva pat pat sul cuscino accanto a lui.

Io passavo. Prendevo il tè e tornavo in stanza. Mentre alle mie spalle il televisore White Westinghouse vomitava «Tiro!Fallo!Rigore! L’ammonizione non c’era! ». il buon genitore tornava allora alla sua posa: mano protesa verso la tivvù e una smorfia di disgusto verso tutto quello che accadeva.

Ci ho provato a capire il calcio giuro! Non mi viene proprio… Mi piace guardare quello inglese, bello deciso e incazzoso, ma non è che sto lì a cercarmelo tra i programmi o a leggere i palinsesti televisivi per capire quando poterlo vedere. Avevo Clive Barker, Sam Raimi, il primo grande Dream Team, il Banco del Mutuo Soccorso, i Genesis, Poe, Lovecraft, alcuni classici. Ahò! C’avevo da fa!

Andai a fare anche delle partitelle con gli amici che giustamente, visti anche i piedi abbastanza a banana e i miei trascorsi sportivi (aggiungete al karate, football americano e basket), mi sbattevano in porta dove ero una specie di grosso Cerbero che mordeva chi entrava in area. Non andava bene per niente. Per me. Per gli attaccanti. Per la squadra.

Puntuale nella vita arrivò la consapevolezza del rito del Mondiale e di come affrontarlo.

Ci sono addirittura fotografie che mi ritraggono esultante con il tricolore.

Non sono fotomontaggi. Da ragazzino mi facevo travolgere dall’ondata entusiasta del tifo casalingo, a cui si aggiungeva la mia pepata mamma che in quei momenti tirava fuori di tutto dalla bocca e dai gesti e io ero lì che guardavo.

Era un modo per gridare per strada, per urlare libero e sentire mio padre che strombazzava con il clacson mentre un tizio con un altoparlante montato chissà come sul tettuccio della sua Fiat 124 faceva sentire un commentatore noto (a me misconosciuto ancora oggi) recitare, sì recitare, la formazione del mondiale dell’ ’82 e ripetere all’annullamento (come i mantra buddisti) la frase “Campioni del mondo!”

Facevo casino ed era bellissimo.

Poi divenne un modo per stare con gli altri amici, che mi guardavano sempre storto quando dicevo che non mi piaceva il calcio, e ci si vedeva a casa per radunarsi e osservare religiosamente la partita, io però non capendo una cippa avevo ben poche opzioni durante i novanta e passa minuti.

a- Esultare al goal

b- Stringere i denti ad un goal quasi fatto o quasi subito

c- Allungare il mio “Nooooooo” all’inverosimile quando entrava il pallone nella nostra rete.

Per il resto ero spettatore degli spettatori.

Ma quanto mi costava il mondiale? A che consapevolezza sono arrivato?

A me sto’ grande circo non costa nulla, viene ogni quattro anni (se non sbaglio) ed è un delirio d’azzurro vestito che arriva prende la principessa e se ne va, o con un’erezione tanta o con le pive nel sacco!

Soprattutto quanto mi costava vederlo con Erio? Niente. Ho chiaramente parlato delle mie motivazioni, ma poi l’età un po’ di senno lo porta e mi sono accorto di come mio padre si entusiasmava al parossismo quando eravamo insieme, quando con il sedere a 3 centimetri dal divano e il corpo proteso come su uno starter dei 100 mt mi diceva «Guarda che azione! Prendi il pane e prosciutto! No! Aspetta! Va che roba! Dai che mangiamo! La birraaaa! Oddio ferma tutto! Attentiiii!».

E io ridevo e facevo avanti e indietro tra le sue parole e le azioni che mi gridava, sospeso tra fare e ascoltare.

Da tanto non guardo un mondiale con papà, la vita mi ha portato a Milano, poi a Roma e tra mille cose è difficile che me ne torni al paesello a vedere il mondiale, anzi spesso sono addirittura fuori in quei giorni così evito l’orchite acuta davanti alla tv. Sarà dai 90 che non guardo le partite con Erio che non sento tutte le sue eventuali strategie, le scelte di giocatori che avrebbe fatto, le sue lamentele e quella buonanotte che suonava come un «A domani soldato! Vedrai che vinceremo!».

A me non continuava e non continua a fregarmene del calcio, i mondiali sono soltanto un grande party dove si dismettono i panni dello juventino, del laziale, del romanista e si mettono quelli dell’italiano, e facendolo si può UNITI coglionare un’altra nazione che ha perso contro di noi, non ci sono discorsi sull’unità d’Italia o sul senso della nazione. That’s it!

Eppure quest’anno voglio andare a casa, almeno per una partita. Portare birra e wurstel e maionese, tirare fuori l’hooligan frustrato che avrei voluto essere e dare grandi pacche a Erio, brindare con lui, strozzarci per un’azione sghemba, davanti a quel televisore (lo stesso White Westinghouse) da tanti anni litigato tra mani in cerca del potere del canale e far sentire mio padre il capitano della nostra squadra, sostenuto dal suo attaccante preferito, perché io e Erio non abbiamo molte cose in comune o passioni di cui poter parlare e il mondiale è una livella che ci fa stare vicini più di quanto si possa pensare e alla fine dei novanta sudatissimi minuti, so che io parlerò di calcio e lui di libri. E se c’è una magia in questo diavolo di sport per me è soltanto questa.

Alex Pietrogiacomi

Sette piccoli sospetti

Sette piccoli sospetti (Fazi Editore, 2010)

di Christian Frascella

Maledetti ragazzini! Lo si pensa immediatamente, ma in maniera bonaria, nel momento in cui ci si addentra nel secondo romanzo di Christian Frascella che torna, dopo il meritato successo di Mia sorella è una foca monaca (sempre edito da Fazi Editore) a prendere gli occhi del lettore e a ficcarli dentro le sue pagine.

Maledetti ragazzini! Con le loro sette piccole teste, piene di storie ascoltate, di storie inventate, piene delle Loro Storie di tutti giorni. Sette dispetti alla quotidianità della provincia, che anche in questa seconda prova torna in maniera prepotente, claustrofobica. Roccella, ha già nel suo nome qualcosa che fa arrotare i denti nel pronunciarlo, qualcosa che riporta ad un certo bruxismo asfittico di sopravvivenza tra vecchie case, strade sterrate e chiacchiericcio del popolino. Frascella è un artista nell’intingere i panni di chi legge nella vasca calda della sua trama, dimostrando un bel salto stilistico con una coralità contagiosa che permette di affezionarsi epidermicamente ai sette dodicenni, di amarli maledicendoli ad ogni pagina per la loro vitalità.

Don con il suo fatalistico amore per il Signore che segna ogni attimo della sua gioventù; Billo con il papà fuggito chissà dove, la nonna che gli offre sigarette di nascosto e la madre che guarda fuori a cercare qualcuno nel passato; Corda, il figlioletto perbene della borghesia roccellese, con il futuro già scritto in collegio come per il fratello figliol prodigo; Lonìca, il padre terminale a casa che stenta a reggersi in piedi che gli ha trasmesso l’amore per la boxe, un amore che spingeva il ragazzino a picchiare duro, a fondo. Una boxe che ora sta perdendo fervore, appassendo come il respiro del genitore; Gorilla, fratello teppista e tanti lividi in faccia; Ranacci che lotta come il padre sindacalista, che già si vede uomo e ribelle, uomo e punitore di ingiustizie e alla fine il buon Cecconi, napoletano, figlio di due poveri fruttivendoli ambulanti che quando parla in dialetto stretto ricorda Salvatore de “Il nome della Rosa”. Sette amici che crescono nei difficili e spensierati anni 80 legati tra di loro e con una sola certezza: essere dei morti di fame destinati a diventare degli adulti morti di fame. L’unica soluzione per fuggire è una rapina in banca.

Maledetti ragazzini! Ma come vi viene in mente?! Come fate con le armi? Come fate con le guardie giurate e gli imprevisti che vi si parano davanti? Ma soprattutto come fate ora che il Messicano, il più terribile boss che sia mai esistito, una leggenda del crimine, è tornato in città?

Maledetto Frascella! Sei dannatamente bravo.

Alex Pietrogiacomi

La terra vista dalla luna

La terra vista dalla luna (Bompiani, 2009)

di Claudio Morici

Per colpa di Antonella, Simon deve uscire dal sicuro abbraccio della sua cameretta e partire per il Messico.

Per colpa di Antonella, la sua grande amica, conosciuta in ospedale, dove lui era ricoverato per le sue ipocondrie e allucinazioni, mentre lei invece doveva fare i conti con le droghe che riconosceva non dai nomi ma dagli effetti che producevano.

Antonella, che fugge in Messico alla ricerca di sé stessa, dei santoni sulle montagne, della povertà da aiutare, che va ad aprirsi la mente a conoscere la “gente di tutto il mondo”.

Simon che corre in Messico perché la sua più cara amica, che fino ad un anno prima scriveva mail a catena per salvare bambini in mezzo alla strada o per creare nuovi mezzi di trasporto, ora non dà più notizie di sé. Simon che è così distante dallo stile di vita e di comportamento della giovane “E lo sai cosa penso del viaggiare? ‘Na cazzata, esattamente come immaginavo”. La famosa gente da tutto il mondo non esiste, avete mai incontrato un iraniano in un ostello?

Una coppia scoppiata in tutti i sensi. Una coppia poi… per Simon tutto è molto semplice nella sua lucidità immediata, fatta di paure, di sfighe continue e situazioni tragicomiche. Lui conquista con la sua ironia, con una rabbia morbida, fatta di coperte da cui non è mai uscito, fatta dell’aria tiepida del nome a cui si rivolge continuamente durante tutta la sua avventura. Un innamorato? Anche no. Un avventuriero? Ma figuratevi! Un pazzo allora? Forse o forse sicuramente sì.

Nella storia raccontata con uno stile incapace di annoiare però c’è spazio anche per della sana satira, per l’invettiva ghignante e amaramente divertita. Gli ostelli: un luna park di deficienti dove ci si conosce tra occidentali dello stesso status sociale, ci si droga con pochi euro, si rimorchia quando va bene (mai al protagonista) e ci si sente liberi. I rapporti di coppia: nel bel paese sono tutto un rovinare la vita dell’altro e la propria. I genitori: bravi a dire ai propri figli di fare quello che gli pare, nel dubbio di cosa dirgli o non dirgli.

Ad alzare il livello di surreale divertimento ci pensa lo stesso Simon, che invece di semplificarsi la vita, se la complica andando anche a schiantarsi contro gli ideali zapatisti, facendosi passare per un amico di Marcos, pur di portarsi a letto un’americana-colombiana-femminista-trotzkista.

Un romanzo dolce, incantato, rubato ai ritmi lenti del battito del cuore, che cambia la visione del mondo e del viaggio (in barba al Vagabonding di Pott) riportando lo sguardo sulla terra vista dalla luna.

Alex Pietrogiacomi

Claudio Morici sarà ospite di Scrittori precari il 18 marzo 2010 alle ore 21 presso l’Associazione culturale Simposio, in via dei Latini 11/ang. via Ernici, a San Lorenzo (Roma).

Mia sorella è una foca monaca

Mia sorella è una foca monaca (Fazi editore, 2009)

di Christian Frascella

Livido di vita, sbruffone, sognatore e con frasi rubate da centinaia di film visti in tv, il protagonista del romanzo di Christian Frascella entra nelle vene, prende a calci il “vecchio Alex” che è stato tanto amato negli anni novanta e riscrive quel decennio con una storia esilarante e schietta.

La periferia di Torino è lo sfondo ideale per questo sedicenne che vive con i suoi due “coinquilini” il padre e la sorella, dopo che la madre ha scelto di scappare con un benzinaio tredici anni più giovane di lei.

La famiglia in casa picchia duro: il Capo è un genitore fannullone quasi alcolista, un “quarantenne piuttosto trasandato, ma con un suo stile” che lancia occhiate dure come il suo culo preso a calci dalla vita; la sorella, la “foca monaca”, invece è immersa in Dio, nella fede che la fa andare avanti, tutta assorta e contrita, che rischia i lividi in fronte a forza di segnarsi. I due ci vanno giù pesanti con un misto di amorevole compassione e antagonistica complicità avversa a ogni frase o gesto del giovane “molesto”.

Il paese picchia duro: non un cinema, non un teatro, solo una piazzetta con panchine tristi di periferia dove rollarsi canne e scolare lattine di birra, un paese con i ragazzi che sghignazzano, additano, pestano rubando i sogni, facendosi gli amori che vengono assaporati nel silenzio di una sigaretta accesa per strada. E anche gli innamoramenti non ci vanno leggeri con i loro alti e bassi, sprezzanti ma necessari.

I giorni procedono in un lento ripercorrersi che ogni volta sembra nuovo grazie alla capacità, follemente ironica, di ricreare la realtà secondo la propria indole, ed ecco che una scazzottata persa diventa un’aggressione a cui essere sopravvissuti con grande coraggio oppure un rifiuto da una ragazza più grande viene visto come il preludio a chissà quale passione travolgente che non vuole essere ammessa.

Un romanticismo fatto di piccole bugie consapevoli dette anche al proprio sorriso, una voce a volte dolente che si perde nel rumore delle macchine della fabbrica dove entrare per riuscire a conquistare una propria indipendenza, una sorta di rispetto meritato e meritevole che cancelli una volta per tutte quegli sguardi saccenti tra le mura domestiche (e addomesticate del paese) che aumentano in casa con l’arrivo di una donna di quarantanni con un sedere che sta ancora su, efficiente, per il piacere del Capo.

Tutto si colora sotto lo sguardo del giovane. Anche i momenti di umiliazione si fanno forza per vivere e gridare il proprio bisogno di respirare un’aria che appartiene a quei polmoni da pugile urbano.

Alex Pietrogiacomi

Face to Face! – Massimiliano Governi

Massimiliano Governi è nato e vive a Roma. Ha pubblicato per Baldini&Castoldi Il calciatore (1995). Per Einaudi Stile libero L’uomo che brucia (2000) e Parassiti (2005). Un suo racconto è stato pubblicato nell’antologia Gioventù cannibale (1996). Come editor della narrativa italiana ha lavorato alla Fazi editore dal 2004 alla fine del 2007. Da maggio del 2008 è alla Elliot edizioni.

Andiamo a fare quattro chiacchiere con l’editor delle collana Heroes di scrittori italiani della Elliot.

Perchè hai scelto di fare l’editor?

In realtà non l’ho scelto io, ma Sandro Veronesi. Gli ho sempre dato delle gran dritte per i suoi romanzi, che lui mi faceva leggere in anteprima. Finché un giorno mi ha detto: ma perché non fai l’editor? Io ci ho pensato un attimo e poi ho detto: Uhm.

Quali sono state le difficoltà iniziali e quali i punti forti che ti portavi dietro?

La vera difficoltà all’inizio è stata l’esposizione. Dover parlare, incontrare gente. Le riunioni. Ma poi si trattava per lo più di calarsi nei libri. E quello lo sapevo fare bene, meglio degli altri.

Cosa hai pensato quando hai visto il tuo primo libro (scelto) pubblicato?

Ho pensato che c’era la mia firma su quel libro. Avevo fatto un editing d’autore, ricordo.

Cosa dovrebbe non avere un editor?

Se è anche uno scrittore, non dovrebbe avere paura di svuotarsi. Non dovrebbe risparmiarsi e dare idee, anche geniali, senza sentirsi frustrato.

Riprendendo la recente questio tra Lish e Carver: quanto un editor fa lo scrittore? E tu intervieni molto sui tuoi autori?

A volte intervengo molto. Alcuni testi, forse preso da un delirio di onnipotenza, li ho riscritti. Altre volte ho avuto un rispetto e uno strano timore dell’opera, e per paura di rovinarla mi sono limitato a segnalare piccole cose. Un editor non fa uno scrittore. Uno scrittore fa un editor, però. Parleremmo ora di Gordon Lish se non avesse lavorato con Carver e Richard Ford?

Il libro su cui vorresti mettere le mani per provarti?

Uno del passato. Forse Menzogna e sortilegio di Elsa Morante. Pieno di cliché e ripetizioni e storie intrecciate che però non vanno da nessuna parte.

Tu sei anche uno scrittore. Quando sono gli altri a fare l’editing sul tuo lavoro come ti comporti?

Devo dire che sono così severo con me stesso che quando consegno un testo c’è molto poco da fare. Le mie parole sono pietre che ho impiegato anni per poggiare sulla pagina. Credo sia difficile toglierle, o anche solo spostarle.

Consigli a chi vuol farsi pubblicare. Cosa fare e cosa non fare.

Non mandate il libro via email, pieno di indirizzi e numeri di telefono. Lasciate piuttosto il malloppo sulla scrivania dell’editor, senza firma e senza recapiti. Come ha fatto mi pare Celine. Farete impazzire l’editor, che verrà preso dall’ansia di rintracciarvi ancora prima di iniziare a leggerlo.

L’incipit più bello che hai letto?

Dei classici, quello de Lo Straniero di Camus. “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”.

Dei libri che ho pubblicato io “Se non mangio tutto poi arrivano i Cariolanti”. Di Sacha Naspini.

Il finale ideale di questa intervista?

La cosa che ho detto sulle parole dei miei libri che sono come pietre è davvero pretenziosa. Sembravo Alessandro Baricco.

Alex Pietrogiacomi

Trauma cronico – Buon compleanno Scrittori precari!

Buon compleanno Scrittori precari!

Già, oggi il nostro progetto compie un anno, tanto è passato da quella prima volta insieme, eravamo ospiti del Cineclub Alphaville, io, Simone e Luca, nel pubblico si contavano una dozzina di persone, tra loro, arrivato in ritardo da Latina, c’era anche Zabaglio, da qualche mese mio compagno di avventure nei reading/presentazione dei nostri libri targati Tespi. Ma era solo l’inizio.

Zab sarebbe entrato di lì a poco a far parte della banda, dal secondo appuntamento, il battezzo al Simposio, un successo oltre le nostre più rosee aspettative, tanto che da quella volta ne è nato un appuntamento fisso mensile, dove siamo stati accompagnati da prestigiosissimi ospiti fino ad arrivare alla straordinaria maratona letteraria di settembre, la grande anteprima del meraviglioso tour che ci ha portato in giro per l’Italia, di cui potete leggere le peripezie nel Diario di bordo di questi Don Chisciotte della penna che ancora credono nella forza delle parole, schiavi d’esse.

Da maggio è entrato nella combriccola anche Alex, e poi come non ringraziare anche il nostro ospite più assiduo, Vanni Santoni, uno dei miei preferiti scrittori viventi, che è stato con noi cinque volte.

Oltre trenta appuntamenti, quasi come una rock band, e non siamo ancora stanchi, anzi, dopo aver debuttato persino in teatro grazie a quei due folli di Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani, ideatori dello spettacolo Trauma cronico, che siamo pronti per portare in giro (gli interessati possono scrivere a scrittoriprecari@yahoo.it)

Quando vivi intensamente, il tempo, sembra durare di più. Sono orgoglioso di poter dire che questa di Scrittori precari è stata una delle più belle esperienze che ho vissuto, sono cresciuto tanto, come uomo, e come autore. Leggere spessissimo in pubblico mi ha aiutato molto, condividere i miei scritti è stata ed è una notevole fortuna, un’opportunità non da poco per chi come me ha scelto la strada della letteratura giovanissimo, vivendo per essa. Per leggere. Per scrivere.

Tanta strada percorsa, e tanta ancora da farne, per riportare la letteratura ovunque, perché il nostro morente paese, Italia, ne ha tanto bisogno, ha dimenticato la sua storia, e continua a subire.

Ma oggi è un giorno di festa, e dobbiamo festeggiare. Se non hai niente di meglio da fare, il consiglio che ti posso dare è quello di leggere un buon libro, e condividerlo, parlarne, invitare gli altri a leggerlo.

Bisogna scrostare gli ingranaggi interrotti di questi nostri concittadini alienati e distratti dal vuoto.

Bisogna invitare alla lettura, perché ci si possa svegliare insieme da questo torpore asfissiante.

Vi saluto cogliendo l’occasione per ringraziare i tanti di voi che seguono le nostre avventure e che quotidianamente leggono questo blog. Se siamo ancora qui e continuiamo questa avventura pieni di entusiasmo è solo grazie a voi.

Vi aspettiamo il 17 ad Aprilia (LT) e il 19 a Roma in quel di San Lorenzo (maggiori dettagli nella sezione Prossimi appuntamenti).

E naturalmente qui sul blog ogni giorno.

Stappate le bottiglie che oggi è un giorno di gran festa. Buon compleanno Scrittori precari!

Ah, dimenticavo, stasera, verso le sette, andiamo a sentire il reading di Nicola Lagioia al Chiccen, al Pigneto. Se passate, beviamo qualcosa insieme.

Gianluca Liguori

Face to Face! – Barbara Alberti

Barbara Alberti è in assoluto una delle donne più incredibili che abbia potuto conoscere nella mia vita. Completamente priva di qualsiasi anoressia mentale è un ciclone di vita, intelligenza e ironia.

Nel suo ultimo Letture da treno (Edizioni Nottetempo), parla, analizza, ci presenta grandi classici della letteratura internazionali con il suo charme narrativo inconfondibile.
Proprio da quest’ultima prova letteraria nasce un’intervista sui generis in cui le domande non le faccio soltanto io.

Come è nato il tuo libro? Da quale esigenza?

Dalla mia esigenza primaria, quella di ridere. E dalla mancanza di memoria (che non credo sia un caso, ma una colpa: della disattenzione, della superficialità, dell’idolatria dell’istante). Quando leggo un libro faccio una scheda, un libero commento. Ho gli armadi pieni di note sulla letteratura. Che sono anche una rivolta alle scempiaggini delle “terze pagine”. Un rapporto personalissimo, insolente e innamorato con i classici. Un rapporto stretto con i personaggi che sono amici, nemici, amanti, carnefici.

Dove comincia il viaggio? Alla stazione di partenza o a quella d’arrivo?

Comincia durante- in ogni istante- comincia “prima”- quando “ti senti” in viaggio. Puoi essere dovunque. Mi viene in mente una scena di “Capricci”, un film di Carmelo Bene- dove c’è un vecchio che sta a cavallo del water come su un cavalluccio di legno o su un ippogrifo, e dice in puro salentino (che non so ripetere, così traduco): “Non essere geloso, non essere geloso, prendi un treno e vieni a Londra con me”.

È successa una cosa strana: dopo che ho pubblicato la recensione del tuo libro mi sono arrivate delle mail con delle domande per te. Te le giro.

(In coro) Froci a chi??? Insolente dama! Ancora vuol fare la femminista? Ancora ce n’è bisogno? I tre (anzi quattro) moschettieri.

Sapeste quanto mi annoia anche solo la parola, “femminista”! Credevo che certe conquiste di civiltà fossero per sempre, e non solo per quanto riguarda le donne: sfruttamento sul lavoro, razzismo… Macchè: il dna non trasmette la democrazia, bisogna ricominciare daccapo ogni volta. Forse a voi, che vivete in un sovramondo letterario è sfuggito qualcosa: che qui, tanta tecnologia tanto progresso, ma stiamo tornando alla clava. Guai ai disarmati. Che siano vecchi, donne, bambini, poveri, stranieri. Purtroppo bisogna avere il coraggio di tornare ad essere noiosi, e ripetere all’infinito Nati non fummo a viver come bruti…

La morte può essere noiosa? Jacopo

La sua, sì. Ma non più della sua vita. E non meno del suo libro.

Di mostri, bestie e dei ne ho incontrati nel mio peregrinare. Sono stato trasformato, ma non in un bove con le gambe. Tradire è dunque la giusta via di fuga dall’egoismo umano? Nessuno

Non mi faccia il moralista, la prego: vuole offendere la sua leggenda di grande esploratore, di eroe della conoscenza? E non mi faccia il filosofo, lei che è un vitalista, e un furbo (il contrario del pensiero). Quando parla di tradire immagino si riferisca ai tradimenti di Penelope: perché i suoi, caro Qualcuno, se non sbaglio, li chiamerebbe esperienze.

Señora, sono molto felice del racconto che ha scritto su di me e volevo chiederle se c’è ancora spazio per i sogni e soprattutto se il prendere in spalla quelli degli altri è coraggio o incoscienza.
Suo Sancho.

E’ trasfigurazione, è una facoltà, divina, è arte- è doppia tenerezza.

Ecco, sai comunque mi premeva farti avere anche un “confronto”. Torniamo a te e a noi.
Ho un piccolo problema: tra metrosexual e cloni di ‘Sex & the City’ non so più se provarci, con chi provarci o se è meglio l’onanismo. Ma cos’è successo ai “ruoli” sessuali e all’amore?

Boh.

Comunicazione e incontri ormai avvengono per mezzo di Facebook, piattaforme on line, chat. Si può ancora parlare di relazioni pericolose?

Magari!

Da anni cerchi la scomunica. Ma quante ancora ne dovrai combinare prima di riceverla?

Ho perso ogni speranza. Se non è bastato ripubblicare Vangelo secondo Maria (Castelvecchi), dove la Madonna rifiuta la maternità divina, e Gesù non nasce, ho paura che questo onore la Chiesa non me lo farà mai.

Cos’è la religione oggi? Stato, potere, denaro o una croce di legno?

La Chiesa cattolica è una multinazionale. Altro è il rapporto che si ha col sacro, che riguarda ognuno intimamente, sia che si creda in dio oppure no.

Per terminare ti lascio questa petizione sempre ricevuta nella mia casella e-mail: “A nome di tutti gli scrittori vilipendiati nel suo libello, io Alexandre Dumas in qualità di portavoce del gruppo “Gli dei incompresi dall’Alberti” le porgo la seguente domanda: Ma un po’ di caz** suoi no?!”

Eh anche troppi, caro Alexandre, anche troppi.

Alex Pietrogiacomi