Carta taglia forbici – 3

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Una piccola città lontana dall’Europa occidentale

Sua madre aveva vissuto per molti anni con suo padre, prima di lasciarlo per un altro uomo. Lui soffrì molto, e non dimenticherà mai il giorno in cui suo padre gli disse di non fare mai figli. Era il giorno in cui lui e la madre traslocarono in casa di un attore, un tizio che indossava sempre lo stesso jeans.
Il terzo marito di sua madre era gentile con lui e non condivideva l’opinione di sua madre sul fatto che fosse meglio per lui odiare il padre piuttosto che amarlo.
Una volta, un giorno che la madre era andata a trovare le sorelle in una città vicina, il terzo marito lo portò a casa di suo padre. Sua madre non seppe mai nulla e lui apprezzò molto il gesto. Quando la madre lasciò quell’uomo lui pianse, perché capì molte cose, e la prima tra tutte era che non si sarebbe mai fidato di una donna.
A scuola non riuscì a entrare in nessuna squadra, anche se aveva provato con tutte le sue forze. Pare che fosse negato per il basket, il baseball, il tennis, la pallavolo, il softball, la ginnastica artistica, il football, il calcio, e ovviamente anche la scherma. Leggi il resto dell’articolo

Odi et amo

Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

In un solo distico elegiaco tanti problemi: un esametrino e un pentametrino.

Quando tradussi questo distico in Versus (Wip Edizioni, Bari, 2005) lo tradussi così:

Non lo so, non so com’è:

odio… amo. E non so com’è.

Non lo so, non so com’è:

odio… amo. E mi sento morire.

Non lo so com’è, ma è così

ed è una tortura.

Lo avevo fatto così perché volevo dargli un ritmo quasi di canzone, di idea che ritorna, di idea che batte e ribatte e che come una goccia lo scava. Che lo affoga e lo lacera.

Bisogna però tenere conto che il distico così come lo leggiamo noi non è esatto. Il latino lo leggiamo nella dizione ecclesiastica, che lo addolcisce. Da anni ormai i glottologi dicono che il vero latino era diverso, che i suoni dolci come la c o la g o la sc (il riferimento potrebbe essere la seconda c di croce, la sc di sciarpa, etc…) in realtà sono duri e gutturali, che i dittonghi si leggono così come sono scritti, che “ti” non si legge “zi”.

Di conseguenza la nostra interpretazione un po’ dolente dei versi è falsata. Difatti, se al posto di quei suoni dolci, ci fossero i suoni duri (dovrebbe essere letta così:  «Odi et amo. Quare id fakiam fortasse requiris. / Neskio, sed fieri sentio et ekskrukior») e la metrica letta come si deve, molto probabilmente la nostra concezione cambierebbe. Percepiremmo – più che una lacerazione di mani (excrucior significa “messo in croce”) o un cruccio – un cricchiare di ossa (o, dialettalmente, “scrocchiare”).

Quindi va a farsi benedire l’amante che è sperduto nei suoi sentimenti ambigui (come anche la mia traduzione di sopra dava adito a pensare) e si profila un poeta che è incazzato come una bestia e soffre come un caimano con le emorroidi. Emorroidi dell’anima, certo, ma sempre emorroidi.

A proposito di traduzioni. Alcuni poeti eccellenti (oltre me, ovviamente) hanno dato la scalata a questo distico. Eccone alcuni.

Il XLIV sonetto dei Cento Sonetti d’Amore di Neruda recita:

Saprai già che io t’amo e che non t’amo
dato che in due modi è fatta la vita,
la parola è un’ala del silenzio,
e nel fuoco v’è una parte di freddo. 
Io t’amo per cominciare ad amarti,
per poter cominciare l’infinito
e per non cessare d’amarti mai:
proprio per questo io non t’amo ancora. 
T’amo e non t’amo come se avessi
nelle mie mani le chiavi della gioia
e un incerto destino sfortunato. 
Il mio amore ha due vite per amarti.
Per questo io t’amo quando non t’amo
e per questo io t’amo quando t’amo.

Giovanni Pascoli la fa così:

L’odio e l’adoro. Perché ciò faccia, se forse mi chiedi,
io, nol so: ben so tutta pena che n’ho.

Per Quasimodo la faccenda era la seguente:

Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile;

non so, ma è proprio così e mi tormento.

Ovviamente la dote sublime di Pascoli è l’ingenuità, da cui deriva la corposità e rotondità dei suoni; Quasimodo era il ragioniere che era e che chissà come vinse il Nobel (probabilmente per l’ultima dozzina di poesie che scrisse prima di morire e che la giuria in Svezia non ebbe modo di leggere).

Dato che la lingua latina non ha rime, ma una notevole elasticità sintattica, più che buttarla in suono, io direi di buttarla in ritmo (un po’ come feci io nel mio libro di cui sopra, trasformandola quasi in una canzone).

Se ci si fa caso si vede che la struttura è molto precisa:

Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Verbo congiunzione verbo. Lo stesso dicasi se partiamo dalla fine: verbo congiunzione verbo. S’inizia il componimento con una scazzottata fra odio e amore e finisce con una scazzottata fra sentio (cioè il sentire, il tatto, il percepire) ed excrucior (cioè l’esperienza che il nostro sentire cerca sempre di evitare).

Poi si potrebbe continuare con illazioni come “Dato che fieri deriva da fio, e che oggi fio significa scotto, quello è come dire che se la merita la sua sofferenza” o “Subisce passivamente la tortura: significa che era frocio e la lotta è con se stesso, fra l’Io e l’Es. E tutto sommato com’è possibile che non volesse incularsi la sua vicina di casa paralitica che in realtà credeva essere sua zia?”, ma non credo di averne la forza.

Anche se l’idea che l’odio e l’amore fossero per se stesso (o, comunque, per una parte di sé) mi stuzzica non poco.

Antonio Romano

LA FICTION LETTERARIA

Leggo la rivista SATISFICTION sempre con interesse finché un bel giorno (tipo il 15 febbraio) apro la pagina del loro sito e vedo che Vasco Rossi ha pubblicato una poesia “civile” (Auauhauahuauauha! Oddio nun jela fo’ a continuare oddio vengo meno Auauhauahuahauuauhauahuahauuauaauauha!) dicevo… apro la pagina del loro sito e vedo che Vasco Rossi ha pubblicato una poesiauauhauahau hauuauauaauauhauauhauauaaahuahuahauhauuauauaauauhavabene vabene ora mi calmo… insomma comunicati su comunicati per avvisare il mondo della cultura che Satisfiction ha l’esclusiva di una poesia “civile” di Vasco Rossi (cioè: poesie civili erano quelle di Pasolini per intenderci). Incuriosito da tale evento, che paragonerei straordinario almeno quanto la morte di Tremonti, vado sul loro sito e leggo il poema del nostro Vascolone Nazionale. Ma che è? A mio avviso è una cosa di una retorica e di uno squallore che chiamarla poesia Montale uscirebbe dalla tomba e prenderebbe a cocci di vetro in testa chi gestisce la rivista. Un concentrato di retorica, banalità, qualunquismo di pseudo-sinistra che nemmeno nelle pagine di diario di un liceo scientifico di Latina! Allora bel bello lascio un commento all’articolo esprimendo tutto il mio schifo per tale poema. Il commento era un po’ lunghetto, ironico, acido e forse cinico. Ora non lo ricordo esattamente perché lo scrissi di getto e direttamente nello spazio apposito del sito da compilare. Fatto è che dopo meno di un minuto il commento sparisce. Forse Mozilla fa le bizze, forze Opera non connette, forse ci hanno staccato la Telecom, forse questo forse quello, insomma mi viene detto dal gestore del sito che il mio commento/monologo era “offensivo” e potevo passar guai perché offendevo il Vasco Rossi inteso come uomo (e che lo dovevo intendere come cavallo?).

“Il VOSTRO COMMENTO E’ STATO TOLTO perchè non è una vostra opinione su ciò che è stata pubblicato: non sui contenuti sulla “poesia” o non poesia di VASCO ROSSI (ognuno ha le proprie opinioni) ma CON I SOLITI LUOGHI COMUNI e I SOLITI PREGIUDIZI avete scritto una frase sull’uomo Vasco Rossi che non solo non siete in grado di comprovare ma che va OLTRE LA DIFFAMAZIONE. Abbiamo quindi cancellato perchè non solo lesiva, soprattutto per Voi, ma perchè è la solita logica, questa sì fascista, di attaccare gli uomini e non le loro opere”

Avevo immaginato nella mia testolina il Vasco intento a concepire tale opera, immerso nelle carte della sua scrivania, mentre sorseggiava una birra e tirava di coca in cerca di ispirazione, e che poi, preso dallo stimolo e dall’estro, si fosse recato in bagno con carta e penna per creare tale “emozionante opera”. Ed è offensivo? Ma lui è una rock star, cazzo! Se non lo fa lui chi deve farlo? Antonella Clerici prima di andare all’Ariston? Ma pare che scrivendo questo io poi vada a finir male, che Vasco ci rimane male e mi manda gli avvocati a casa. A me? Che arrivo a malapena a pagare l’affitto della stanza?

Beh certo le regole del sito sono chiare e scritte nero su bianco qui:  al punto 3. Poi mi sorge il dubbio e leggo i commenti degli altri utenti al servizio: plausi a Vasco e al suo testo, per fortuna qualche accenno di dissenso c’è ma poca roba, come se si avesse paura di dire che il testo è una cagata assoluta. Sono libere opinioni o sbaglio? Io credo che scrivere semplicemente “Non mi piace, puzza di demagogia” serva a ben poco, o almeno a me non soddisfa come commento, non mi svuota da quel che penso, perché qui non si tratta di commentare la poesia di uno sconosciuto come potrei essere io, qui si tratta di scrivere e dire quel che si pensa di un “simbolo” (Vasco Rossi). Qui si commenta la “cultura ufficiale”, quella che ci facciamo iniettare ogni giorno (e badate, non dico “che ci iniettano” perchè sinceramente se stiamo nella merda è perché ci piace tanto sguazzarci dentro). E allora penso che magari ce ne sono stati commenti negativi pesanti (è inevitabile) ma chissà che fine hanno fatto. La discussione continua su facebook dove il titolare del blog mi scrive: “…è come se tu scrivessi una poesia su un sito e io intervenissi sottolineando che il tuo scritto fa schifo perchè tua madre è una “xxxx”. Non ci rimarresti male? Io sì. Non esistono le rockstar, esistono gli uomini…”

Anche questo non è calzante, mica ho detto qualcosa di male alla madre di Vascolone? E poi le rockstar esistono eccome! Le creano gli uomini che vogliono fare le rockstar! E poi perché? Se io scrivo qualcosa che ti fa schifo, tu sei liberissimo di dire che mia madre è una “xxxx” (Pera? Cana? Tana? Boh!) poi saranno problemi tuoi che dovrai vedertela con mia madre ed il suo amante palestrato.

Il fatto è che secondo me ai tipi di Satisfiction ha dato fastidio che io abbia criticato in maniera surreale e cinica quell’articolo che tanto era stato spinto in rete tramite comunicati. Che poi non è che avevo scritto solo quello, ma loro sono stati gentili ed hanno cancellato il commento perchè sennò finiva che Vasco Rossi mi denunciava per diffamazione. Auhauahuahuahuah! Ma sai che je frega a lui? Ma io mi domando e dico: Tu, caro Satisfiction, mentre leggevi quella boiata di testo (che per me è una boiata) ti sei reso conto che era una cagata, vero? Perché se ritieni che è un testo denso e pregno di poesia allora io non ci ho capito un cazzo di letteratura e della vita in generale.

Ma del resto viviamo in un paese dove la cara e buona Fernanda Pivano (considerata madrina e portavoce della verità assoluta riguardo poesia, letteratura e fattanza) prima di tirare le cuoia affermò che Vasco Rossi e Ligabue erano gli ultimi poeti italiani rimasti (o una cosa del genere, se non disse testuali parole poco ci mancava). La Pivano-beat insomma mise quasi al pari la vecchia generazione di veri scrittori con i mercenari della pseudo-musica pubblicizzata dal Mollicone al Tg1 (Mollica è quel critico di “Do Re Ciak Gulp” dove tutto quello che promuove è bellissimo, emozionantissimo, stupendissimo e vale la penissima di comprarissimo). Cioè, se la Fernanda fosse vissuta altri cinque o sei anni e si fosse continuata a fare di roba buona magari rivalutava pure Nek, Ramazzotti e Piero Pelù ed oggi stormi di intellettuali avrebbero studiato, analizzato e discusso i testi di “Laura non c’è, è andata via, Laura non è più cosa mia”, magari evidenziando analogie con la metrica martelliana o la profonda angoscia esistenziale dell’amore perduto al pari di Prévert.

In finale (e concludo il pistolotto): Vasco Reds può scrivere quel cacchio che vuole (non sono di certo io a dovergli dire qualcosa e non è certo questo lo scopo ultimo del mio post) ma quello che più mi dispiace è che chi promuova la cultura in Italia diffonda, elogi e fomenti un livello “artistico” a mio avviso di bassissimo spessore, dal quale traspare il reazionario e non la stimolazione, dove la rivolta si finge moderazione, dove si macina il trito ed il ritrito e non di certo un “nuovo” che porterebbe alla crescita intellettuale del fruitore, il tutto in un contesto artistico/culturale dove la sperimentazione è schiacciata volutamente e fatica ad emergere, in quanto lo sviluppo di pensiero critico di un individuo può risultare pericoloso ai fini commerciali. Ben venga la commercializzazione delle opere, ma che almeno siano di qualità. Questo è ciò che penso. La messa è finita, andate in pace e soprattutto andate a fare l’amore con il sapone. Ora scusate ma vado a finirmi di vedere “Saw V” che devo capire chi è l’assassino.

Andrea Coffami



Poesia precaria (selezionata da A. Coffami) -19

Salve/ciao

Quest’anno ho deciso che il motto per questa rubrica sarà: meno chiacchere e più distintivi. Quindi niente parole di presentazione, niente “critiche e recensioni” ai testi che già amo, finirei col dire sempre le stesse cose. Se mi piace un poeta o una poetessa e se la schiaffo su questo spazio che occupo abusivamente, vuol dire che mi piace. Punto. E che mi piacerebbe che conosciate l’artista anche voi (se già lo conoscete, nulla di fatto, amici come prima).

Questa settimana vi voglio far conoscere Silvia “SIL” Cambiè. Una ragazza che quando recita i suoi testi sembra timidissima e che parlandoci un po’ ho capito che è discretamente pazza. A me fa ridere e mi mette di buon umore leggere i suoi scherzetti letterari. Spero faccia lo stesso effetto pure a voi. Giochi divertimenti scherzi di rime, poesia colorata ed allegra. Vederla leggere dal vivo è sempre un piacere… magari se seguite il circuito delle slam poetry la potrete vedere in quel del Nord Italia.

Leggete SIL sul suo blog.

Andrea Coffami

“tu”

Agosto 23, 2008

Voto: 6, sufficiente
tu sei un deficiente

e non mi basti

ma mi devasti.

?!

Agosto 4, 2008

in questa sera devastante e pazza
non so
se il mio ragazzo sta con la sua amante
oppure
il mio amante è con la sua ragazza.

mugugno di giugno

Agosto 4, 2008

un livido sul braccio
ricordo di un abbraccio
lo ammetto, troppo stretto.

SIL