Generazione TQ. Il manifesto letto da uno scrittore trentacinquenne fuori dai giri

Una cosa è certa: la generazione trenta-quaranta è ossessionata dagli anni Ottanta.
Li buttiamo nel cesso, poi li andiamo a riprendere e li laviamo con cura. Li poggiamo sulla mensola dell’ingresso e aspettiamo che si impolverino, poi li prendiamo e li nascondiamo nello stanzino. Un giorno, mentre stiamo decidendo se andare al mare o cominciare a scrivere la storia che ci ossessiona da qualche mese, ci ricordiamo che sono rimasti chiusi nello stanzino per tanto tempo e li andiamo a riprendere, controlliamo che sia tutto a posto, li guardiamo e li ributtiamo nel cesso, tirando lo scarico. Dopo due giorni facciamo un’incursione disperata nelle fogne e li ritroviamo. Ce li contendiamo con topi e scarafaggi e li riportiamo a casa. Pulizia e restauro e di nuovo in bella esposizione sulla mensola di casa con tanto di foto trionfale su facebook. Non riusciamo a capire se ci piacciono da morire o se li detestiamo, se sono stati la nostra palestra adolescenziale o la nostra dannazione culturale. Ci vantiamo di essere andati a sentire gli Europe dal vivo al Teatroteam di Japigia e ci ricordiamo che a Bari quel giorno nevicava e che due giorni dopo uno che conoscevamo è morto di overdose (da eroina e non da ecstasy) e passiamo intere serate a guardare su youtube le frangettone di Sanremo ’83 e le migliori scene di Grosso guaio a Chinatown. Poi spegniamo tutto e leggiamo Pincio e Pynchon, Wallace e Barth, Vonnegut e Benni. Leggi il resto dell’articolo

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Tutta colpa di Miguel Bosé

Tutta colpa di Miguel Bosé (Fazi, 2010)

di Sciltian Gastaldi

 

 

Inutile girarci attorno, è stata tutta colpa di Miguel Bosé e del suo balletto sul pezzo Super Superman giunto in Italia nel 1979. Mentre lo guarda, il piccolo Evandro non può fare a meno di provare un’attrazione strana – “diversa” per utilizzare un termine caro agli anni Settanta (e non solo, purtroppo) – nei confronti del cantante.

Evandro, terzogenito della famiglia Chiericato, è un bimbo “sensibile”, che vive nella più classica delle famiglie italiane. Due fratelli maggiori: il primo fervente militante del MSI, nostalgico del Duce e finto duro; la seconda cattolicissima, la cui vita si svolge tra una preghiera ed un rosario. La mamma è una ex cantante di piano bar che ha rinunciato ai suoi sogni e si dedica a tirar su i tre figli. Il padre è un uomo tutto d’un pezzo, uno che rimpiange i Savoia. Evandro ha come miglior amica la tv commerciale degli anni Ottanta. Assieme a lui ripercorriamo tutta la nostra infanzia: cartoni animato culto come Georgie, Lady Oscar, Candy Candy, le spaccate di Heather Parisi, le esibizioni di Renato Zero durante la trasmissione del sabato sera Fantastico. E ancora Drive in, le scarpe della Converse – ora di nuovo di gran moda – il mondo come lo ricordiamo con gli occhi dei ragazzini.

Attraversiamo così tutti gli anni Ottanta, con ironia, con sarcasmo, con la dolcezza che si dedica al racconto dei nostri ricordi più intensi e profondi. Evandro ci racconta cosa significa prendere consapevolezza di se stessi, sentirsi soli in alcuni passaggi delicati della propria esistenza… e poi finalmente osare, sorridere, prendere il coraggio a due mani e vivere la vita in tutta la sua pienezza (una seconda possibilità non ci sarà concessa). Evandro è fieramente “metrosessuale”, termine che ha coniato lui stesso. E non è sempre facile esserlo nell’Italia “piccola piccola” in cui viviamo.

Con il sorriso sulle labbra, Sciltian Gastaldi ci regala un romanzo che si legge tutto d’un fiato, da cui si fa fatica a staccarsi: i suoi ricordi sono esattamente anche i nostri, quel “piccolo mondo antico” è quello in cui noi siamo cresciuti – e che forse un po’ ci manca. L’autore riesce a coinvolgerci totalmente. Non c’è una sola emozione che non riesca a trasmetterci. Ci indigniamo, ridiamo, ci innamoriamo assieme ad Evandro. E assieme a lui siamo al World Gay Pride del 2000. Perché la sua battaglia per i diritti civili LGBT, è anche la nostra battaglia. Perché la sua idea di mondo è esattamente la nostra idea di una società che sia più giusta e che non discrimini ma includa.

Sì, è decisamente colpa di Miguel Bosé. O – più probabilmente – tutto merito suo.

Serena Adesso

La voce fuori dal coro

Avevo sei anni, ero bolscevico e non lo sapevo.
Non sta bene scoprirlo a ridosso della caduta del muro di Berlino.
Non sta bene mica.
Grazie ad una vibrazione delle corde vocali, vieppiù.

Chi lo sa se v’è mai capitato d’imbattervi, nei ruggenti e scemanti anni ottanta, negl’organizzatori delle selezioni per lo Zecchino d’oro.
Di norma giungevano de bomba y platillo, come dicon gl’ispagnoli, piazzando qualche tomo enciclopedico in case imborghesite e racimolando alla bell’e meglio frotte di partecipanti infoiati, meglio se supportati da altrettantemente infoiati genitori.
Allestivano palcoscenici di provincia piazzandovi scenografie ridondanti.
Eran loro gl’uomini delle stelle, ma l’avremmo scoperto solo anni dopo, col film di Castellitto. Noialtri, gente semplice invero, li si lasciava manipolare sentimenti e credulità popolare.
Quand’ancora non imperava il talent show, l’ambizione massima era farsi spalleggiare dal Coro dell’Antoniano, dopotutto. Stringer la manina incartapecorita di Mariele.
Noialtri s’era gente semplice invero.

Massimamente democratici, i vassalli della Mariele sbrigavano la pratica estraendo a sorte il pezzo da farti cantare. In una scatola il nome dell’aspirante interprete, nell’altra i titoli delle canzoni.
Poteva dirti bene, ma anche no.
Fu quando avevo sei anni, ed ero bolscevico senza saperlo, che scoprii per la prima volta la dirompente inarginabilità della dittatura.
Nell’asilo imperava un regime teocratico-matriarcale.
Ventidue ragazzini furono costretti ad intonare all’unisono “Suor Margherita”, melenso panegirico all’educazione monacale (1). Lo fecero stringendosi le mani e versando lacrime amare, indossando al collo un fazzoletto scarlatto in memoria dei tre pargoli dissidenti che, in un sobillatore afflato zapatista, s’erano rifiutati di tessere le lodi di “suor Margherita che in mezzo ai bimbi passa la vita”.

Uno di quei tre, io.
M’assegnarono Вместе весело шагать, struggente ballata sentimentalpopolare sovietica che più d’una volta aveva fatto capolino nelle tivvù tra Stalingrado e Mosca interpretata da ingessatissimi ed inquadrati cori di ragazzini temprati dal bolscevismo (2).
L’aveva cantata qualche mese prima, a Bologna, una certa Olga Malakhova, ed io ero rimasto di sasso, un guizzo rubizzo m’aveva avvampato le guance, perché per quella Olga Malakhova, in pomeriggi al sapor di Galak, m’ero convinto di provare qualcosa che le parole non sapevano ancora definire (3).

Mille voci una voce.
Una voce fuori dal coro. La mia.

Alla finale, ça va sans dire, vinse la versione corale e teocon di Suor Margherita.
Durante la mia esibizione, in sala, scese un imbarazzante silenzio.
Deve esistere, da qualche parte, un vhs che m’immortala mentre slego l’ugola in un arabesco niebissanza ripallòshka zapaloshezà (4), con fiero cipiglio, nemmeno fossi Juz Aleskovskij mentre intona Canto a Stalin.
Lo trovasse mai qualcuno, quel vhs, che non esiti a farmelo avere.

Giusto per ricordarmi del giorno in cui scoprii d’essere anacronisticamente bolscevico, alla veneranda età d’anni sei.

Fabrizio Gabrielli

(1) Per rinfrescare la memoria
(2) Val bene una visita
(3) Voi dite sia questa?
(4) Qua, al minuto 0:52