REPETITAHITI IUVANT *

Paul, quel Paul, s’era trasferito a Mataiea, piena Polinesia Francese, al termine d’una carriera costellata di successi, se te la racconto non ci credi: l’attacchino sterratore diventato uno dei più ricercati pittori di frànza, grande tra i più grandi, stronzo tra i più stronzi. Uno che ti faceva perdere le staffe con un nonnulla, Paul, ròba da rincorrerlo per la strada con un rasoio in mano, Paul falla finita non farmelo ripetere, e poi tornarsene a casa in catalessi, guardarsi allo specchio e riconoscere che sì, è forte, Paul, ma che nervi, prima di tranciarti di netto l’orecchio, uno dei due, non importa quale, Vinz.

Paul e Piripi, il suo omologo tahitiano, sono mica troppo diversi: guardali col pareo legato in vita, non gliela leggi negli occhi la voglia di vita, di sole, di carne fresca? Siate felici! Siate innamorate! I più ambiti di Mataiea tutta, Paul e Piripi, le ragazzine carne di vulcano e capelli di pece li rimirano con gl’occhi di perla nera, e sospirano, col fuoco dentro.

Tehura, tredici anni e pelle tesa come quella dei tamburi rituali, lessa di Paul; Kiri, corteccia di palma sinuosa, di Piripi. Delle gran risate, nèvvero? Kiripirìpi, Kiripirìpi, Kiripirìpi, ripetilo più volte, fa bene al cuore ed aiuta a ricordarseli come una comunione di tropicali innesti. A Paul, Paul Gauguin, piacevano tanto, gli innesti. Anche quelli con le palme sinuose. Ma a Piripi, a Piripi non ditelo.

Per dipingere Tahiti aveva capito che l’avrebbe dovuta conoscere a fondo, Tahiti. I suoi riti, i suoi miti. I suoi fuochi, i suoi giochi. Le danze, le panze.

(Paul Gauguin, Miraculous Source, 1894)

Chiese a Piripi: insegnami. E Piripi gl’insegnò.

Gl’insegnò ad apprezzare la danza otea, gl’ancheggiamenti ed i colpi di remo mimati. Financo ad interpretarla. Erano gran sgamuffloni ad ogni errore: le mani, non così. Riprova. I piedi dritti. Riprova. Riprova. Fa bene al cuore.

Gl’insegnò a correre con ananassi del peso d’un uomo legati su un bastone di bambù, quattro volte la spiaggia avanti e poi indietro, caduto un ananas? Da capo, riprova. Male non fa.

Gli spiegò le regole astruse di quel giuoco importato da malaticci marinai inglesi, che arrivavano con lo scorbuto e se ne tornavano con la sifilide, che gl’indigeni avevano digerito col nome di fubò e consisteva nel calciare una palla di pelle di capra nell’interstizio tra due banani, passandola l’un l’altro come veniva, pennellando arcoidali traiettorie nei cieli ocra al tramonto. Piripi, da gran cerimoniere, si muoveva tra i contendenti fermando il gioco quando ai bordi del campo si creava un drappello di dodicenni incuriosite. Siate felici! Siate innamorati! era il rompete le righe. Nelle capanne nessuno più pensava al fubò.

Piripi Ariiotima, il lungagnone amico di Gauguin, dicevan tutti avesse dei poteri straordinari. Il fecondatore celeste, lo chiamavano. Otto figli, stirpe che sventolò alto il vessillo, ognuno di loro altrettanti, otto per otto sessantaquattro e la metà avvocati, giudici, sacerdoti, santoni, gente abituata a soppesare la bilancia della giustizia. L’ultimo, Charles, arbitro di fubò.

Perché poi la corsa cogl’ananassi c’è diventata mica, disciplina olimpica, e neppure l’innesto di palma, men che meno l’inseminazione di polinesiana, mentr’invece il fubò sì, ed un bel giorno han chiamato a partecipare all’orgia olimpionica, come arbitro s’intende, anche Charlie Ariiotima da Tahiti, potete crederci?, uno che agl’esordi non sapeva neppure come s’usasse, il fischietto. Lo portava alle labbra, e insufflava aria. Niente. Riprova. Niente. Riprova. Niente. Riprova. Niente. Riprova, che repetita a Tahiti iuvant (imparò prima lo scioglilingua, che a fischiare).

Ora: succede che a Charlie Ariiotima affidino la conduzione di Serbia-Tunisia, o Tunisia-Serbia, fa lo stesso, tanto si gioca in Grecia, sotto l’ala protettiva di motti decoubertiniani.

Lui si presenta in giallo, come il cristo in croce di Gauguin, tutto bello pettinato. Passa quasi tutto il primo tempo senza un sussulto, poi Clayton, un brasiliano che s’è votato alla mezzaluna, porta in vantaggio i maghrebini. Charlie indica il cerchio del centrocampo. Sembra quasi bravo. Finisce il primo tempo, c’è un caldo boia, sembra di essere a Tahiti, al centro del fuoco intorno al quale si balla la otea. Inizia la seconda frazione di gioco, Serbia agguerrita e Montenegro di più, Milos Krasic, il biondo caschetto di Milos Krasic pareggia, la Tunisia in vantaggio con Clayton e la Serbia che pareggia con Krasic, l’ho già detto? Repetita etcetera, etcetera.

Poi, all’ottantaduesimo minuto, l’ala sinistra dei rossi cade a corpo morto all’interno dell’area serba, vedi tu se non ha in serbo una sorpresa, Ariiotima: calcio di rigore. A dieci minuti dal termine, calcio di rigore. Come gli arbitri veri.

Va sul dischetto, a dieci minuti dal termine, quando Ariiotima assegna un calcio di rigore, Jedidi.

Tahiti. Jedidi. I segni del destino. Le assonanze. Jedidi. Tahiti.

Rete. Le corse, i festeggiamenti. Charlie dice no. Qualcuno è entrato in area, spiega. Ritenta.

Rete. La gioia, il giubilo. Charlie dice no. Qualcuno è entrato in area, argomenta. Ritenta.

Rete. I sospiri, il sollievo. Charlie dice no. Qualcuno è entrato in area, mormora. Ritenta.

Parata. Il portiere si esalta, gran pacche sulle spalle. Charlie dice no. Qualcuno è entrato in area, sbraita. Dei nostri? chiedono i tunisini increduli. Dei loro, risponde Ariiotimi.

Parata. Charlie dice no.

Non ve lo dico, come è andata a finire.

Per quel che ne so io, Jedidi potrebbe essere ancora là a tirar rigori.

E Charlie a dire No, ritenta.

Ripetere, dopotutto, male non ha mai fatto a nessuno.

 Fabrizio Gabrielli

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Ero ina, iccina icciò

Poi potremmo pure giustificarla col fatto che ero ina ina iccina icciò: i sassi non si tirano a nessuno che Gesù piange, e questo lo sapevo bene, ma non ho resistito, su quella faccia là mica potevo fissarmici troppo, antipatica com’era. Tutti tiravano uova e, davvero, mi sembrava fosse un uovo. Invece era un sasso.

L’ho colpito sul ginocchio. L’unica. Gli altri dàgli con le uova, e fierosguardo le schivava tutte. Il sasso, che sembrava un uovo ma era un sasso: quello no.

Sono stata, per una striscetta di pomeriggio, l’eroina di Scortichino di Bondeno tutta, capite?, l’eroina, io che ero ina ina iccina icciò.

Sugli spalti cantavano Schiatta, schiatta Moreno sull’aria di Baila, quella canzone di Zucchero che però, a cambiargli le parole, tutto è tranne che dolce.

Poi m’hanno raccontato che l’avevano inventata i Gem Boy, quella strofa, i Gem Boy sono di Bologna e son pure molto simpatici. Succede quasi a tutti, in Emilia Romagna. D’esser supersimpa, intendo.

Da uno a cento? Cento.

Volendo funziona così: ti chiami Ivano Manservizi e sei un gran burlone. Organizzi il Carnevale di Cento, in provincia di Ferrara, ch’è un Carnevale storico e va che è una bellezza fin dal milleseicento, lo racconti ogni anno, c’è pure un quadro d’un pittore centese che ne raffigura certe scene, quel pittore là lo chiamavano Guercino, fa ridere, no, un pittore guercino.

E’ il duemilatre, io ho solo undici anni e niente: invitano questo ad arbitrare una finale di calcio a sette a Scortichino di Bondeno. L’effetto comico è assicurato, dice il Manservizi, che pure conosce come le sue tasche (capienti) cosa significhi portare questo in Italia. La volta prima gl’hanno tirato le monetine, come a Craxi: stavolta può starci che lo scòrtichino, scorticato a Scortichino, tutto sommato un buon epilogo, poetico quanto basta.

Questo è Byron Moreno, è sulla bocca di tutti e lambisce pure le orecchie mie, anche se a undici anni non si capisce molto, del mondo, specie se il mondo è quello fatto di cuoio bianco e nero, specie se hai undici anni di femminitudine alle spalle.

Byron Moreno, che nonostante il nome è tutt’altro che un lord, lo chiamano pure fierosguardo. Se nel duemiladue eri tra quelli che alle due del pomeriggio si mettevano a guardare le partite, probabile che te lo ricordi: c’era l’Italia contro la Corea del Sud, un’altra Corea, si diceva, cancelliamo i concerti di Chick Corea, proponevano alcunaltri, era tutto un dirsi Pak Doo Ik e compagnia bella.

Italia-Corea l’ha vinta la Corea, e fin qua nulla di opinabile, dopotutto il pallone è rotondo, l’imprevedibilità del giuoco del calcio, Davide che sconfigge Golia, ci sono otto chilogrammi di impianti metaforici bell’e pronti, al reparto latticini.

Però Italia-Corea l’ha vinta la Corea perché Byron Moreno ha arbitrato maluccio, occhei, decisamente male, occhei, proprio col culo: ha annullato un goal a Damiano Tommasi ch’era regolare, ha espulso Totti, a Roma Moreno potrebbe mica tornarci uscendone vivo.

Infatti in Italia poi ci viene pure, ma a Milano, ospite di Stupido Hotel, un programma che a scorgerne gli interpreti, da Sergio Vastano a Massimo Boldi a Fanny Cadeo passando per Carmen Russo ti vien da chiederti chi fosse la governante, chi il maitre e chi il portiere. L’arbitro, di sicuro, era Byron Moreno.

Fare l’arbitro è una ròba complicata, mica dico di no. Ci vuole estremo equilibrio, correttezza, obiettività. Quantomeno bisogna aver chiaro il concetto di libero arbitraggio, e di arbitraggio libero. Da pressioni, s’intende.

Il miglior arbitro ch’abbiamo avuto mai, in Italia, ci si chiamava pure di nome, Concetto.

Concetto Lo Bello era così salomonico, così al centro che pure quando si buttò in politica scelse la Democrazia Cristiana, per dire.

Byron Moreno ha provato a candidarsi pure lui. A Quito. Voleva fare il sindaco.

Una volta c’era Barcelona (quello di Guayaquil, badate bene) contro l’LDU Quito. L’LDU, che è la squadra universitaria dell’ateneo di Quito, al novantesimo è sotto di tre reti a due. Byron decide di applicare con una buona dose di libero arbitrio la regola del recupero. Concede sei minuti. Si gioca poi per tredici lunghi giri di lancetta, ed il recupero, ovvia misinterpretazione, avviene sul serio. Dal tre a due si passa ad un tre a quattro. Vince Quito, vincerò a Quito, pensa Moreno.

Gl’elettori mica son cretini, nelle altre parti del mondo. In Italia ognuno tiri le proprie conclusioni, ma in Ecuador, se sei un pagliaccio, pensaté, in Ecuador, se ne accorgono.

Moreno non diventa sindaco di una cippa e la federazione lo radia dall’ordine degli arbitri. Anzi, no. Decide prima lui di ritirarsi.

Lo sapete come si dice, in ispagnuolo, abbandonare, ritirarsi, smettere?

Quitar.

Sembra uno scherzo, uno di Carnevale, non è vero?

Fa meno ridere l’ultima, di notizia su Byron Moreno.

Dopo aver rischiato l’arresto per abuso di minori, sfracellato la testa della madre con una bottigliata ed aver gonfiato la nipotina di anni otto, fierosguardo sembra essersela rovinata benbene, la vita, stavolta.

Sembra che se ne stesse all’aeroporto di Nuova York, al JFK, con quattro chili e mezzo di eroina indosso.

Penserete voi, che siete svezzati abbastanza, vabbè, gl’ovuli, la pancia, il rischio, l’overdose.

Macché.

Byron Moreno i quattro chili e mezzo d’eroina ce li aveva appiccicati tutt’intorno alle mutande. Col nastro adesivo.

Mostrava segni di evidente nervosismo, c’è scritto sul rapporto ufficiale, l’agente in servizio alla dogana lo controlla e tac, riscontra la presenza di oggetti solidi sullo stomaco del fermato, sulla schiena e su entrambe le gambe del soggetto.

E che soggetto.

Che se invece di colpirlo sul ginocchio l’avessi preso in testa, Byron, forse gl’avrei salvato la vita, anzichenò.

E sarei stata io, l’unica sua eroina.

Anche se ero ina ina, iccina icciò.

[l’azione è andata così: Liguori si smarca sulla fascia destra e scodella al centro un assist col contagiri che Gabrielli, in sforbiciata, trasforma magistralmente in marcatura. Se non fosse che l’arbitro fischia un inesistente fuorigioco, ammonendo per ben due volte, la prima per simulazione, la seconda per proteste, il baldo Gabrielli. Ah. L’arbitro, ça va sans dire, è Byron Moreno].

Fabrizio Gabrielli