Le vestigia degli avi

Non che possa funzionare altrimenti, ci si conosce sempre su un transatlantico, a cena al tavolo del Capitano: le ragazze di quindici anni che per sposarsi si va in America, tipo Olave; i ragazzetti di terza classe che per morire si va alle Americhe, italiani gallegos fascisti comunisti anarchici mafiosi, tipo; gli eroi di guerra che per promuovere il movimento degli scout si va a Nuova York, tipo il Baden-Powell.
Olave è un nome discretamente scivoloso, di baffi rossi e birra e stucco sulle pareti, è il femminile di Olaf: le vestigia degli avi, significa.
Vestigia si bacia con battigia, Baden-Powell attende che l’Arcadia attracchi sui dock della Grande Mela e poi la bacia, le dà un morso, un morso sulle labbra attraenti. Mica alla mela: a Olave, Olave Soames, che da quel giorno, anche se non lo sa ancora, è gia la Signora Baden-Powell, la futura moglie dell’inventore dello scautismo.

Olave e Robert, i Baden-Powell, c’era una ròba che li rendeva diversi da tutti: si amavano come s’erano già amati e si sarebbero amati altri, è vero, però loro, ecco, erano nati lo stesso giorno: il 22 febbraio.
Le Guide e gli Scout gli vogliono ancora del gran bene, ai Baden-Powell, anche se sono ormai terra pei ceci, tanto che ogni anno, il 22 febbraio, celebrano il Thinking Day, il giorno della riflessione, per ricordarli, per immaginarseli ancora un po’ col cappello la piuma i nastrini e le coccarde. Leggi il resto dell’articolo

DEL SALONE DI TORINO, DEI CANNOLI DI CATANIA E DI ALTRE CLAMOROSITA’

Quello del duemilaotto è stato il mio primo Salone del Libro, a Torino.

Ero salito per presentare un libro, il mio primo, ho dei ricordi confusi, mi resta in testa solo una gran sete, ed il viaggio di ritorno, con la radio accesa, a gioire per il pareggio di Kharja a San Siro, c’era Inter-Siena, l’aèsseroma era ancora là a giocarsi lo scudetto e con quel pari ancora di più. Poi la settimana successiva niente, chi segue un po’ il pallone se lo ricorda di sicuro, Vucinic porta in vantaggio i giallorossi e l’Inter se ne rimane aggrappata ad uno zero a zero striminzito a Parma, passano i minuti, la Roma è campione d’Italia per un’oretta, ma ti pare che, finché Ibrahimovic decide che no, non può andare così, non mi pare per niente e infatti non si possono avverare certi sogni, quel nun succede ma si succede non ha da succedere e quindi punto e a capo.

  Leggi il resto dell’articolo

LA FACCIA DELLA FATICA


Dici d’andar pazzo per le rotaie e le massicciate, per lo stridore dei freni e l’odore del ferro: e allora lascia stare Palermo, infischiatene della Recoleta, è al Caballito che te ne devi andare, quando sarai a Buenos Aires. Ti fai una passeggiata per Parque Centenario, ch’è tutto verde e poi non sei tu che dici che il verde ti piace perché t’ispira pace e serenità? E poi e poi. E poi scegli: puoi pigliare il tranvai storico, oppure farti un ferné all’Associazione Amici del Tranvìa; ricordi quando mi scrivesti ch’è romantico e triste come un tango di Troilo, guardare i treni che arrivano e quelli che partono?

Lo credo anch’io che certe locomotive hanno il muso aggressivo, la graticola di ferro triangolare come fosse un cipiglio incattivito che se lo guardi forte ti spaventa. Vai a vedere se non ti ricorda un po’ il muso di una locomotiva anche il triangolo nello stemma del Ferrocarril Oeste, che dirgli squadra di calcio del quartiere è una mezza bestemmia: il Ferro è un’istituzione, una società polisportiva con più di cento anni di storia alle spalle ed una magliettina verde, anzi verdissima, come verdissimo doveva essere il quartiere quando c’era solo la Quinta de Doña Anita, l’orto gigante in cui si raccoglievano le zucchine e le melanzane e i fiori per tutta l’Argentina. Tutto verde, molto verde, quel quartiere: verdolaga, come dicon da quelle parti. Solo ogni tanto: una locomotiva, tutta sgangherata, magari col macchinista, la campanella ed una bandiera, come quella che ha disegnato Mordillo, che tanto per cominciare se non lo sapevi è argentino, e poi anche se è di Villa Pueyrredòn e nella vita fa i disegnini molto famosi, è un tifoso accanito del Ferro.

Ci ho riflettuto a lungo, sul cipiglio incattivito delle locomotive, e ho capito che non è questione di malvagità: è che hanno il cuore grosso, le locomotive, non si fanno i problemi se c’è da spingere, pompano vapore e sbuffano un po’, ma poi si caricano il fardello sulle spalle e quella là è la faccia della fatica, amico.

Continua in libreria

Al cuore, Ramòn, al cuore

Questa storia della deontologia andatela a menare a qualcun’altro, non a Clarita Cruz, che è mica nata ieri, quarant’anni d’onorato servizio, una gioventù votata a “stare sul pezzo”. Scrivevo di calcio, mi ci vedete?, una donna che scrive di calcio nel Perù dei tardosettanta, una carriera all’ombra delle polemiche di Tito Navarro che lui sì che ci metteva il pepe, mentre io no, io solo qualche parolavaligia (tirolibre, ad esempio), più una criniera nera come chicha morada.

Ci stavo sempre, sul pezzo, io.

Cavalcavo la notizia.

I miei pezzi parlavano di calciatori.

Stavo sui calciatori.

Li cavalcavo. E loro: giù fiumi di parole.

Si ha una predisposizione d’animo più ecumenica, dopo il sesso.

Mi adoravano, a La Voz. Una penna nada mal, dicevano, nada mal, anche se poi il più è finito nel dimenticatoio, perché è così che finisce sempre tutto, l’attuale è un branco di gazzelle in fuga, un secondo ed è svanito nella polvere anche l’elzeviro più elaborato.

Andateveli a cercare, i miei pezzi, se ci riuscite, i miei pezzi sui calciatori. Chissà se ci sono ancora.

Quello su Leonardo Cuéllar, per cominciare, che sembrava Hailé Selassiè. Aveva le gambe storte e avrebbe parlato per tutta la notte, mi disse che il Real Madrid ed il Barcellona lo volevano, ma lui ci pensava mica, a trasvolare in Europa, stava così bene coi Pumas, allenamento due volte a settimana ed il resto del tempo in campagna, a suonare la chitarra e soffiare sui denti di leone.

E quello su Jan Jongbloed? Non era quel personaggio che volevano far credere tutti, Jan Jongbloed. Fumava quaranta sigarette al giorno. Ci mancava se ne accendesse una anche mentre lo cavalcavo. Discutemmo a lungo di Johann Cruijff. “Non sa che si perde a non esser qui quando ci ruberemo la coppa sotto gli occhi del coglione coi baffi”, sproloquiava sprezzante, e il coglione coi baffi era Videla.

Ognuno aveva una storia mirabolante da raccontarmi.

Forse sentivano la necessità di entusiasmarmi, di incuriosirmi.

Erano proni al sensazionale.

Ramòn Quiroga no, lui era vero, vero e sincero, e aveva la faccia da montonero triste. Se c’era uno che non avrebbe dovuto esserci, in Argentina, quello era Quiroga.

Tanti amici a Rosario, dov’era nato, vedrai che qualcuno il suo nome sull’agenda ce l’aveva. E vagli a credere a chi diceva che la cittadinanza peruviana serviva per non essere tesserato come straniero nello Sporting Crystal. La cittadinanza peruviana serviva per non sentirsi più argentino, altroché.

Successe che in quel millenovecentosettantotto il regime militare argentino si trovò tra le mani un cadeau dalla storia: il campionato del mondo, in casa.

L’occasione per portare a compimento, dopo il Processo di Riorganizzazione Nazionale, il Processo di Riabilitazione Internazionale.

Che c’entra, si trattava di lasciare a casa la stella del Boca Juniors che si chiamava Diego Armando, e poi di chiudere un occhio su Luis Menotti, gente che storceva troppo facilmente il naso quando usciva il nome del Generale.

Ma per il resto: un’occasione unica. Le prevaricazioni, la violazione dei diritti umani, tutto sarebbe passato in secondo piano sotto gli scintillii aurei del certamen calcistico.

Me lo immagino, Videla, come si lisciava i baffi (che poi ci avete mai pensato voi all’inquietante legame tra baffi e dittatura, e sì che rendono i volti più buffi, i baffi, e tutto t’aspetteresti tranne che sia capace di qualcosa d’efferato, un uomo con dei baffi così).

Ma l’Argentina stentava, perse pure contro di voialtri italiani, segnò un certo Romeo Benetti, mentre il Perù di Quiroga, e poi di Percy Rojas, e di Chumpitaz, e di Cubillas, dovevate vederlo come andava, quel Perù, Scozia e Iran ridotti in macerie, l’Olanda di Jongbloed e del calcio totale fermata sullo zero a zero, andava una meraviglia.

Te lo dico, ma ti prego, non raccontarlo in giro, mi dice Quiroga, mentre s’accende una sigaretta.

Ultima partita della seconda fase a gironi.

Si giocano la qualificazione in quattro: Polonia, Brasile, Perù ed Argentina.

La classifica avulsa dice: se l’Argentina buca per quattro volte i peruviani, è in finale. Sennò: no. E in finale ci va il Brasile.

[fine prima parte]

Fabrizio Gabrielli