Le tigri

dreamtigers
di Domenico Caringella

Nell’infanzia esercitai con fervore l’adorazione della tigre: non la tigre di pelo cangiante dei giuncheti del Paranà e del dosordine dell’Amazzonia, ma la tigre striata, asiatica, reale, che solo i guerrieri possono affrontare, sopra un castello sul dorso di un elefante (J. L. Borges, Dreamtigers)

Colonna sonora: Asian Dub Foundation, Siberian slengteng

La guida tungusa, come stabilito si era fermata insieme agli uomini della guardia ai margini del bosco innevato, ad un’ora di marcia dal campo sulla sponda del fiume. Il Governatore e suo figlio avevano continuato da soli, tra i larici.
Yerofey sentiva la carabina pesargli sulle spalle, più del sacco con i resti del cervo che la guida aveva ucciso poco prima e che lui si trascinava dietro a fatica; e lo scavare soffice dei passi nella neve alta produceva un rumore tanto delicato da rimbombargli nelle orecchie.
Suo padre gli stava davanti. Come sempre. E come sempre lui arrancava. La battuta di caccia era stata mascherata da regalo per il suo ventunesimo compleanno, ma era solo l’ennesimo dono che il satrapo faceva a sé stesso. Ma suo padre gli aveva anche insegnato tanto. La crudeltà, l’arte dell’indifferenza, importanza e metodologia del potere, la fame e l’odio e i cento modi per soddisfarli. Il “Re”, lo chiamava Yerofey con rassegnazione, ammirazione, fastidio e rabbia, quando era da solo. Leggi il resto dell’articolo

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La bolla

Foto: Courtney Potter

Foto: Courtney Potter

di Domenico Caringella

La notte fu improvvisa e gelida. E azzurra, dopo che Quiroga ebbe acceso la lampada a gas mettendola al centro del piccolo cerchio formato da lui e dai due ragazzi.
Il vecchio indossava dei semplici pantaloni di tela e una maglia infeltrita da anni di sudate e di bucati estemporanei, e Lobo dei jeans e una camicia a quadri che adesso teneva abbottonata fino al collo, come gli aveva detto Quiroga. Sole stava messa ancora peggio e affrontava il gelo con le gambe mezzo scoperte e la t-shirt chiara incollata alla schiena e al petto stretto e piatto.
Quiroga li aveva avvertiti che lì al buio e al freddo le cose sarebbero andate bene per poco, giusto il tempo di quella strana sensazione di sollievo che adesso provavano. Tutti e tre, insieme, avvicinarono le mani alla lampada cercando di farsi scaldare dalla fiammella bluastra, che era l’unica fonte di luce in quel momento. Squarciava una tenebra densa, senza stelle. Leggi il resto dell’articolo

Lavorare, passeggiare, raccontare

Con la manifestazione del 9 aprile, che ha segnato un primo tentativo di unire in uno stesso corteo lavoratori (e non) accomunati dall’orizzonte della precarietà (anche se provenienti da contesti diversi),  è stata scattata la fotografia ancora parziale di una famiglia allargata, trasversale alle classi sociali e alle generazioni. Farsi vedere e raccontarsi, superare il senso di vergogna (magari per la differenza tra le aspettative e la realtà) e la paura del ricatto (sul luogo di lavoro), in una parola manifestarsi, rimane assolutamente necessario. Non basta infatti farlo una sola volta, ma deve essere pratica quotidiana e (possibilmente) condivisa. È questo il senso degli Stati Generali della Precarietà 3.0: tre giorni d’incontri che si terranno a Roma nel segno della condivisione di strumenti e strategie, dove «parlare dei nostri desideri, della libertà che vogliamo riprenderci, della forza che vogliamo far esplodere».

Simone Ghelli

Quello che segue è il programma dettagliato delle tre giornate:

Venerdi 15, @ LOA Acrobax [via della vasca navale,6]
dalle ore 19 accoglienza e concerto di Asian Dub Foundation

Sabato 16, @ GENERAZIONE_P RENDEZ-VOUS [via alberto da giussano, 59]:

dalle 21.00: serata di festeggiamento dei primi 6 mesi di occupazione di Generazione P – rendez vous
cena
+ proiezione della videoinchiesta sulla precarietà “Inpreca video”
+
proiezione del docufilmLampedusa next stopa cura di Insutv (presenti gli autori)
a seguire dj set

Domenica 17, @ Volturno [via Volturno, 37]: