Solo 5 minuti

di Maura Chiulli

Un viaggio insieme: avevamo deciso di starcene sole, io e lei, a godere di noi. Arrivammo ai Castelli romani, lì dove avevo lasciato a giacere un mio pezzo di vita vecchio. Avevo a mente odori e vicoli e dopo anni, ogni cosa era rimasta al suo posto. Dalla finestra della nostra stanza appoggiavamo lo sguardo su Roma assolata e munifica. Decisi di farle percorrere col dito le strade che avevo consumato. Elisa ascoltava, tenendomi stretta a sé. Avevo quarant’anni, credevo di aver esaurito pallottole e possibilità. Lei arrivò come un lampo e vederla la prima volta quasi mi uccise. Una specie di energia mi percorse la schiena e dopo un anno, continuavo a nutrirmi della stessa elettricità. Amarla era facile. Amarla mi purificava. Amarla mi sottraeva al veleno dei miei ricordi. Vivevo un eterno presente da quando l’avevo guardata, quel giorno in spiaggia. Aveva i capelli raccolti e un costume bianco. Mi girai verso di lei, avevo bisogno dei suoi occhi piccoli. Le sfilai gli occhiali scuri e la baciai, col carezzo intenso che vuole l’amore, quello che ti percorre e ti bagna, quello che non puoi trattenere il desiderio. I suoi ansiti brevi ci unirono in una scopata monumentale: io ed Elena sapevamo unirci in un incastro perfetto. A quarant’anni avevo imparato l’amore, quando tutto mi pareva essersi scolorito nelle brume dense della coscienza, quando non sapevo più di che cosa erano fatti i sogni. Era arrivata per salvarmi, per indicarmi una decorosa possibilità. Le leccai il fiore e sentii il suo seme. Le percorsi i seni e la attraversai. Ci sentimmo, come ogni volta, un unico corpo liquido. Leggi il resto dell’articolo

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Amare è un gesto d’odio

A cavallo fra il 1956 e il 1957 Tomasi di Lampedusa scrisse un bel racconto di sapore vagamente e duplicemente autobiografico che intitolò La Sirena. Duplicemente perché i personaggi attorno a cui s’articola la storia (un vecchio senatore e un giovane giornalista) sembrano proprio la copia carbone dei due aspetti principali dello scrittore: da un lato il giovane giornalista colto e raffinato capace ancora di stupirsi della vita (da leggere i suoi epistolari a firma: Il Mostro), dall’altro il vecchio senatore scorbutico e taciturno che ha gustato una giovinezza molto intensa e ora vive una volontaria e fastidiosa vecchiaia precoce.

Ne La Sirena Tomasi di Lampedusa scrisse una frase che sembra buttata lì per caso, ma che – se ci si sofferma sopra – assume tutto il suo peso: «Voialtri, sempre con i vostri sapori accoppiati! Il riccio deve sapere anche di limone, lo zucchero anche di cioccolata, l’amore anche di paradiso». Questa frase, detta dal senatore, ha un certo peso all’interno dell’opera del Tomasi perché chiarifica la concezione che l’autore aveva dell’amore.

Probabilmente potremmo perfino arrivare a ipotizzare che per lui l’amore sia una cosa separata dalla felicità o dalla purezza. È – diamo pure il tono dell’affermazione a questa ipotesi – una cosa di cui sarebbe meglio fare a meno, ma che è troppo bella per farne a meno. Come un brutto vizio. Come una sigaretta (interessante ricordare anche che, all’incirca un secolo prima, Oscar Wilde aveva scritto ne Il ritratto di Dorian Gray che la sigaretta è il prototipo perfetto del piacere perfetto perché è deliziosa e lascia praticamente insoddisfatti; come l’amore, aggiungiamo). Tale considerazione non è campata in aria, anzi, trova riscontro ne Il Gattopardo, quando il Principe di Salina dirà: «L’amore. Certo l’amore. Fuoco e fiamme per un anno, cenere per trenta». Sempre nel Gattopardo paragonerà Cavriaghi all’acqua e Tancredi al marsala: non fa accenno alle loro doti (in quanto a certe doti Cavriaghi era certo superiore a Tancredi), ma solo – con poetica sintesi – alla loro abilità amatoria. È chiaro che per Tomasi l’amore è essenzialmente fisicità.

Baudelaire sembra essere sulla stessa lunghezza d’onda. Nella parte su Delfina e Ippolita scrive la seguente quartina: «Maledizione eterna al sognatore incapace / che per primo volle, nella sua stupidità, / scivolando in un problema insolubile e fallace, / unire ai fatti d’amore l’onestà». Mi sia abbonata questa traduzione che richiama “la bella menzognera” sia per fedeltà che, spero, per resa.

Anche per il poeta l’amore non ha nulla a che fare col paradiso o con l’onestà o con la felicità: il caso di Delfina e Ippolita ce lo dimostra. Anche per il poeta è solo una questione di affinità fisica.

Vari altri poeti e scrittori si sono cimentati con la definizione dell’amore: Catullo («Odio e amo. Ti chiedi perché lo faccia. Non lo so, ma lo sento e ne sono torturato»), Kierkegaard («L’amore perfetto significa amare quella persona che ci renderà infelici»), Cervantes («Chi ti vuol bene ti fa piangere»), Terenzio («I litigi degli amanti rinnovano l’amore») e tanti altri.

Grossomodo la faccenda resta sempre uguale e, senza badare a tante sottigliezze poetiche, si può citare un passo di Jimmy Fontana mai troppo ripetuto: «L’amore non è bello se non è litigarello».

Una cosa interessante sull’amore la dice, come al solito, Nietzsche in un frammento postumo del 1880: «Voler amare tradisce stanchezza e sazietà di se stessi, voler essere amati invece brama di sé, egoismo. Chi ama si dona; chi vuole essere amato vorrebbe ricevere se stesso in dono».

Per Tomasi di Lampedusa e per Baudelaire l’amore è essenzialmente fisicità. Per vari altri poeti e scrittori e filosofi l’amore è sostanzialmente sofferenza – sofferenza che, a detta di Terenzio, rimpolpa il sentimento amoroso – e, a volte, infelicità. Per Jimmy Fontana l’amore deve essere un po’ conflittuale per essere interessante. Per Nietzsche l’amore è invaghimento o sfinimento di se stessi.

La cosa davvero interessante è che amiamo soprattutto per infatuazione fisica (dello stesso avviso era Alberto Moravia nel saggio breve Erotismo in letteratura del 1961, anche se solamente a livello implicito e particolare), che soffriamo per questo e che se non soffrissimo per amore non ci divertiremmo. L’amore sofferente per una cosa bella ci causa dolore. E il divertente è che ce l’andiamo a cercare quando non ne possiamo più di noi stessi. Preferiamo soffrire piuttosto che rimanere ancora da soli con noi stessi.

Questo la dice lunga su quanto l’essere umano si ami: soffre per un’infatuazione effimera come lo è quella per l’apparenza e, per di più, se non soffre non si diverte!

Ecco com’è l’essere umano: superficiale, masochista, con seri problemi con se stesso e – in ultima analisi – autolesionista.

Solo chi si odia profondamente può amare.

 

Antonio Romano

Inutilissima nota sull’amore

«Cos’è il piacere se non un dolore straordinariamente dolce?» si domandava Heinrich Heine. Bussy Rabutin, invece, sostenne: «Quando non si ama troppo non si ama abbastanza». Quindi, si potrebbe dire, che amare consiste nel provare un enorme dolore estremamente piacevole. Ma qual è un dolore estremo ed estremamente dolce?

«L’offesa più atroce che si può fare ad un uomo è negargli che soffra,» scrive Pavese ne Il mestiere di vivere. Ma lui s’è tirato un colpo: non fa testo. Per lui la morte era il dolore estremo più dolce. Un dolore atroce che è durato una frazione infinitesimale di secondo per donargli una dolcezza che dura ancora e durerà per sempre.

Dio, quando decreta la nostra morte, in realtà ci vuole regalare un atto d’amore a orgasmo multiplo.

Nella premessa al film L’oro di Napoli si legge: «Noi ne mostriamo soltanto una piccola parte, ma troverete egualmente tracce di quell’amore, di quella pazienza e di quella continua speranza che sono l’Oro di Napoli». Amore, pazienza, speranza. Partendo dall’assunto che l’amore è dolore dolce ed estremo, che la pazienza è sopportazione del dolore e che la speranza è prospettiva della fine del dolore, potremmo dire allora che Napoli è la città dove meglio si vive la dolorosa estasi dell’amore.

E allora perché tutti dicono che l’amore è una cosa bellissima? Perché si dicono questa menzogna incredibile? Perché temono che poi nessuno più accetterebbe d’innamorarsi?

«La menzogna più frequente è quella che ciascuno fa a se stesso; il mentire agli altri è un caso relativamente eccezionale,» dice Nietzsche ne L’Anticristo. Ma allora l’amore è una menzogna prodotta da noi stessi per noi stessi? Non creiamo l’amore per la persona amata, ma solo per noi.

Ritorna una mia vecchia idea: l’amore è autolesionismo e noi siamo masochisti.

E nemmeno Lina Sotis, ne Il colore del tempo, sembra darci la prospettiva di una fine («Fine. Non ci sperate, si ricomincia sempre»).

E questa continuità si moltiplica per ogni essere umano, per ogni momento della storia, per ogni etnoantropologia. «Gli argentini sono spagnoli, vivono come italiani, studiano in scuole inglesi e vorrebbero essere francesi,» dice Borges, condannando inconsapevolmente gli argentini alla sofferenza d’amore concentrata di spagnoli italiani inglesi e francesi.

E anche se, come ci dice la canzone, basta che ci sta il sole basta che ci sta il mare, nemmeno potremmo dire di amare il mare visto quello che Debussy scrisse nel 1904 all’editore Durand («La gente non ha sufficiente rispetto per il mare… Non dovrebbe essergli permesso d’immergervi quei corpo deformati dalla vita quotidiana…»). O forse sì: il non rispetto è creazione di dolore altrui. Una dimostrazione più grande di questa non credo sarebbe possibile.

Ma, visto che continueremo a soffrire e a far soffrire per amore godendone come dei pazzi, mi sa che è meglio chiudere qui questa nota.

Antonio Romano