Everydog

«Cadendo sul coperchio di legno della bara,
il terriccio mandò quel suono che ognuno di noi
assorbe nel proprio essere come nessun altro.»

P. Roth, Everymen

Il cane lo avrebbero seppellito in serata. Il ragazzo coi boxer da mare e il petto nudo, bagno di pelle e sale sotto le ascelle non più glabre da un giorno. Ma scavava. Con suo padre si davano il turno, pala e piccone sulla pietra viva. Avevano iniziato a scavare che c’era ancora luce. La terra rossa fra i cespugli di lentisco, a qualche metro dalla casa. Le pietre gli avevano fatto spostare più volte il diametro della fossa. Le sradicavano facendo leva col piccone. Poi ancora pala. Pulivano la terra, al momento pulivano solo la terra, l’atto fisico – il lato tecnico che dilata il rito – per non meditare la morte, d’un animale, che non va mai rimasticata. Toglievano terra per ridargliene, cibarla: così va detto, così è andata.

Mai il ragazzo aveva visto un cane partecipare al funerale di un altro cane. La cagna nera – le mammelle gonfie – stava immobile, guaiva. Il muso lungo, curioso. Attorno alla casa un vigneto di uva scura e secca, un’altra villetta e in fondo una pineta. Nella pineta un villaggio turistico, altri cani. Il motivo per cui guaivano di notte, eccolo, una cagna che aveva appena partorito. Le notti insonni di quell’estate spiegate da un’epifania nera.
Adesso accucciata. «Non guardarla» disse l’uomo, poi chiese al ragazzo se volesse il cambio. Il tramonto. No, nessun cambio, nella fatica ammazzava il pensiero. Lo scambiare pala e piccone, veniva in mente la torta per il compleanno della mamma, tanti anni fa, per i polsi stanchi gli strumenti: frusta e setacciatore, cioccolata in polvere su lievito come terra rossa adesso. Leggi il resto dell’articolo