Obesità

di Simone Lisi

A volte mi domando come la gente passi le giornate. È un riflesso, di certo, del mio proiettare nell’universale problematiche particolari, che è come dire mie.
Mann lo direbbe tramite Settembrini, e lo direbbe meglio. Diana direbbe d’altronde che questo è semplicistico e io allora mi vedrei costretto a replicare parlando della semplicistica psicologia maschile, così per escluderla dall’ambito della discussione.
Ci sono questi miei nuovissimi compagni di corso, di cui non so niente, un po’ più giovani di me, poco in effetti, anche se a me sembra tanto, che leggono Nietzsche e non sanno una parola d’inglese, che ricalcano tutti gli stereotipi imputabili a uno spagnolo medio e affermativo, nel senso di ottimista, non è chiaro in cosa, nella loro bruttezza. Alcuni sembrano delle scimmie, su venti ce ne è uno che si salva, anche se a pensarci meglio non si salverà nessuno. Ma non è questo. Mi domando come passano le giornate, solo questo. Come passa le giornate l’obeso che legge Ecce homo e se la ride, inconsapevole che quel libro è scritto contro di lui, ridendo di se stesso. È una risata di risentimento, nervosa, anche se con la sua camicia larga e i pantaloni Leggi il resto dell’articolo

Scomparsa *

Le quattro del mattino. Sorseggio una camomilla così che passino questi dolori, mi distendo nuovamente sul letto, bevo, sudo, penso: cos’è stato? Continuo a fumare, non ci penso: nei fogli per terra riconosco tutte le cancellature, impronte che mi lascio dietro. Bussano alla porta e sono scalzo, coi piedi sudati, che abbasso la maniglia: «Chi è?»
«Decimo, sono Giovanni. Hai visto Anita? Non è ancora tornata.»
Mi viene freddo quando vedo Giovanni Santa Cruz sull’uscio di casa mia, le parole non so nemmeno come escono, ma escono: «Non l’ho vista, mi spiace.» Anita Santa Cruz è sparita e il responsabile potrei essere io, il mostro su cui puntare il dito, quello che ha abboccato alle lusinghe di una quindicenne.
«Buonanotte.»
«Buonanotte.»
Chiudo la porta e faccio ritorno nella mia stanza. Anita Santa Cruz è sparita e il responsabile sono io; quello sguardo e quelle mani che indugiavano sul mio corpo, quella bocca, la lingua, l’alito alla mela, i capelli e il mare piatto davanti a noi – il fuoco era acceso? Ricatto e colpa, urla e mani – le mie – che si stringono attorno al suo collo, in macchina, nel bagagliaio, sulle strade che salgono fino a Monte di Chiesa, la notte che scende, una sepoltura di fortuna e una doccia che si porta via tutto. Ancora un conato di vomito e di nuovo in bagno, il giallo dei succhi gastrici che scivolano sul bianco del water e le contrazioni dello stomaco mi piegano sui ginocchi. Penso che dovrei guardarmi dall’alto, allontanarmi per vedere la fine. Tutto muore quando è scritto; la parola nasce quando è scritta e muore subito dopo, quando la penna si alza dal foglio. Leggi il resto dell’articolo