La dolce fiaba delle sette bandiere – #fiabebrevichefinisconomalissimo

di Francesco Muzzopappa

Quando una bandiera svetta in cielo è sempre una festa per i bambini. Leggi il resto dell’articolo

Annunci

I commensali di Orion

Comprai un ragno dalla bambola. Posai le mie monete tra le sue dita di plastica. Mi guardò sbattendo le lunghissime ciglia: «Siete invitato alla cena di Orion?» mi chiese.

«Come fate a saperlo?» dissi.

«Avete appena comprato un ragno, non è così?» sorrise.

«Certo. È quello che ho appena fatto».

Capii e andai via. Con il mio ragno chiuso dentro una scatola. Al passaggio di uno stormo di uccelli neri nuvole verdi si illuminarono nel cielo. Con una mano mi strofinai il petto. Avevo freddo. Un bambino avanzava verso di me, aiutandosi con un lungo bastone di legno. Camminava con fatica, curvo sulla schiena.

«Vado bene per Gravel?» mi chiese la sua voce di vecchio.

«Oh no,» dissi io,« dovete tornare indietro. Vado anch’io a Gravel. Seguitemi»

«È alla cena di Orion che andate?» mi chiese il vecchio bambino.

«Voi come fate a…»

Il vecchio bambino sollevò la scatola che portava in mano e indicò col piccolo mento la mia. Una fila di scarafaggi color oro ci attraversò la strada.

«È tardi,» disse il vecchio bambino.

Il cielo si tinse di nero.

«Tutti i corvi del mondo si sono appesi al cielo,» disse il vecchio bambino.

Una donna dai capelli lunghi fino ai piedi nudi ci apparve da dietro un albero. Qualcuno, forse lei stessa, aveva con grande sapienza tessuto i suoi capelli neri. L’intreccio dei suoi lunghi capelli setati vestiva il suo corpo nudo.

«È bella?» mi chiese il vecchio bambino.

«Non lo vedete da voi?» protestai.

«Non so mai cosa è bello. Proprio mai. È bella?»

«Sì, lo è. È molto bella».

La donna ci ascoltò senza sorridere e ci seguì.

«Dove…» feci per chiederle, ma lei, col dito sulla bocca, mi invitò al silenzio. Un grande ciliegio si staccò dal ciglio del sentiero e lentamente si levò in cielo fino a perdersi nell’oscurità. Quando tutti abbassammo gli occhi cominciarono a piovere ciliegie. Ci riparammo la testa con le mani e cercammo un rifugio. La pioggia di ciliegie era una pioggia insidiosa. Il vecchio bambino raccolse delle ciliegie da terra e ne mangiò. Ci rifugiammo sotto un castagno. La donna silenziosa raccolse una ciliegia tra i suoi capelli e l’accostò al suo orecchio. Stette in ascolto lungamente, sotto i nostri sguardi indagatori, infine sorrise.

«È un bel sorriso?» mi chiese il vecchio bambino.

«È un bellissimo sorriso,» dissi io, «bello e dolce».

La pioggia di ciliegie non cessava, così decidemmo di rimetterci comunque in cammino. Non volevamo tardare. Io e il vecchio bambino ci riparammo la testa con le scatole dei ragni. Sulla donna silenziosa, che stringeva una ciliegia tra le dita, non pioveva più. Nell’andare nella notte di pioggia mangiai delle ciliegie rosse.

«Una vecchia megera,» disse a un tratto il vecchio bambino, «ha rivelato ad Orion di essere una farfalla».

«Cosa significa ciò che avete detto? Che una vecchia megera è una farfalla o che è Orion ad esserlo? Ciò che voi dite ha due esistenze».

«È bello?» chiese il vecchio bambino.

«È pericoloso,» dissi io.

«Orion era una farfalla,» disse il vecchio bambino, «e la megera era una strega».

Piovevano ciliegie. Senza tregua. Ciliegie rosse nella notte nera. Rosse come il cappello di un uomo che vedemmo di spalle camminare davanti a noi. Aveva in mano una gabbia fatta con dei rami. Conteneva un grosso ragno.

«Lo sto portando da Orion,» disse il ragno ridendo.

L’uomo taceva. Era scheletrico e pensieroso. Il suo cappello rosso a larghe falde lo riparava dalle ciliegie.

La donna silenziosa era stanca. Si appoggiava spesso a degli alberi e sospirava.

«Potete montarmi sul dorso,» le dissi passandomi una mano sul pelo.

«Siete un centauro gentile,» disse il vecchio bambino.

La donna silenziosa, aiutata dall’uomo dal cappello rosso, cavalcò il mio dorso. Mi cinse il petto con le sue mani ed io fui percorso da un brivido sconosciuto.

«State bene?» le chiesi.

Fece cenno di sì, senza sorridere.

«Quanto manca per Gravel?» chiese il vecchio bambino.

«Ci siamo quasi,» disse il ragno dalla sua gabbia.

«Sapete anche quando cesserà di piovere?» chiesi, sebbene su di me non cadessero più ciliegie per via della donna silenziosa. Le ciliegie si scagliavano sui miei compagni di viaggio con forza. Vedemmo in lontananza una carovana in marcia alla volta di Gravel. Si sentivano cantare canzoni. «Voi la conoscete una canzone?» chiesi alla donna silenziosa. Non rispose, ma mi sorrise.

«Ora,» disse il ragno.

La pioggia di ciliegie cessò. Il buio del cielo si dissolse e la donna silenziosa fece per scendere a terra. L’aiutai e mi sorrise nuovamente. In lontananza vedemmo la carovana che ci precedeva, ingoiata da una nube di luce d’oro.

«Gravel,» dissi.

Ci fermammo un solo istante. Dentro le scatole i nostri ragni si agitarono graffiando i cartoni. Le nostre ombre si staccarono da terra e andarono a incupire il cielo. Ci fermammo un solo istante, poi riprendemmo il cammino.

 

Davide Cortese

Idioteca*

Angie dorme, una volta tanto dorme.

Le cimici sono troppe per ammazzarle tutte, poi puzzano. Sono troppe anche per invitarle gentilmente a volare fuori dalla finestra, allora un giorno Gianluca prenderà un barattolo di marmellata, senza marmellata, un barattolo di vetro vuoto con il coperchio e l’etichetta mezza strappata dall’acqua bollente che sterilizza, prenderà le cimici e gliele chiuderà dentro, vive. Quattordici cimici agonizzanti sulla scrivania, le pareti del vasetto puntellate di merdine bianche e ogni volta che lo aprirà Gianluca sentirà una puzza come di malattia.

La mia arma di distruzione di massa da tavolo, dirà Gianluca. Qualcuno arretrerà sorridendo.

Mi fermo sempre più spesso a dormire a casa sua e poi non dormo, ma lei sì, come adesso, e dorme sempre con il termo spento. Sentirsi una cimice o una merdina di cimice è un attimo, di notte: di notte, con Angie zitta che dorme di là, è un attimo sentirsi piccoli e sotto vetro.

Poi inizia a piovere, e il rumore riporta Gianluca alle sue dimensioni. Piove: possiamo smettere di piangere, possiamo chiamarla doccia, possiamo aspettare che passi, che spasso.

La pioggia sembra il rumore degli applausi, dice cugino Lubitch: sono contento di suonare quando piove.

Ci sono cugino Lubitch, due coccodrilli, un orangotango, due piccoli serpenti, un’aquila reale, il gatto e il topo. Non manca più nessuno, dice cugino Lubitch, senza considerare l’elefante. Stamattina Lubitch si è dato una martellata sull’alluce. Apposta. Quando hai un martello in mano tutto ti sembra un chiodo, mi dice sempre Lubitch, e in mancanza di bersagli migliori piuttosto mi sparo in un piede.

Gli scappa una madonna. Non sono mai stato un gran chitarrista, mi dice.

Sei un gran bruciato, Lubitch, i fischi delle bombe di quando eri piccolo come palline da flipper tra le ossa della testa, e smandiboli ogni volta che senti parlare di soldi, ma continua, continua pure. C’è un posto in mezzo all’India in cui mandano in giro gli elefanti con una campana al collo, come le pecore. Cosa c’entrano gli elefanti, cugino Lubitch? Cosa c’entrano le pecore? Aspetta, fammi finire. Gli elefanti indiani con tutte quelle orecchie marciano al rintocco funebre del campanaccio, ci mancano solo i corvi e i gufi e la nebbia, ma per fortuna che siamo in India. Però sono tristi lo stesso, gli elefanti, esasperati e disperati. Ma la disperazione è la madre del genio, dice Lubitch: l’elefante è una bestia intelligente, perché sa che la sete gli salverà la vita: di notte, gli elefanti indiani vanno a bere nel Fiume Santo e infilano la proboscide nell’acqua: ma santa non è l’acqua, santo è il fango della riva melmosa che intasa il campanaccio e smorza il batacchio che picchia sullo sporco e si sente quasi solo: silenzio.

Silenzio e rumore del fiume (sembra il rumore degli applausi), rumore del fiume con sopra i nostri nemici galleggianti, il contrabbandiere inglese vestito di kaki e il suo labrador da accarezzargli la testa, e nell’altra mano un Cointreau senza ghiaccio.

Soprattutto non gradiamo la stupidità, e parliamo al plurale molto spesso quando siamo da soli, ma poi ci mettiamo in gruppo e ognuno inizia a dire: Io. Tra stare soli e stare in gruppo si può sempre decidere di stare in due, io e te, non avevamo neanche vent’anni e tu strisciavi un dito contro la tela della tenda e mi chiedevi: Cosa sta dicendo adesso il cantante? E io: Arriva l’Era Glaciale, arriva l’Era Glaciale, prima le donne e i bambini, prima le donne e i bambini. E tu ridevi, è una cosa idiota da dire ma eri bella quando ridevi, ormai l’ho detta, l’ho detta in ritardo, l’ho detta a tutti e non l’ho detta a te, come non detta.

Soprattutto non gradiamo i trucchetti dialettici, dice Angie.

Si è svegliata, le scappa la pipì. Guadagna il bagno, torna a letto e in effetti no, Gianluca non c’è, non è ancora venuto in camera. Sarà di là che disegna, pensa Angie, e mentre pensa arriva in salotto e mi trova addormentato sul divano.

Bell’artista che sei, gli artisti non dormono mai.

Veramente quelli che non dormono mai sono i cinesi, Angie. Lo dice anche cugino Lubitch. E poi non dormivo: mi riposavo gli occhi. È tutta la sera che disegno. Sono stanco.

Sono stanco.

Sono stanco, se gli metti la G, diventa sogno stanco!

E se gli metti la U diventa suono stanco, grazie tante, niente trucchi, vieni a letto?

A fare che?

Simone Rossi**

*Idioteca lo trovate in Sbriciolu(na)glio. Sbriciolu(na)glio è un raccolto postumo di simonerossi, per capirne di più leggete qui

**Simone Rossi sarà ospite di Scrittori precari il 18 marzo 2010 alle ore 21 presso l’Associazione culturale Simposio, in via dei Latini 11/ang. via Ernici, a San Lorenzo (Roma).

Il cielo dei se

IL CIELO DEI SE *

Era così profondo che a guardarlo dall’alto quasi avevo le vertigini. Il canyon che mi ritrovavo sotto il collo, là dove normalmente sorgono floride colline, mi lasciava in uno stato di arida desolazione ogni volta che mi esaminavo allo specchio. Profilo destro. Profilo sinistro. Frontale. Osservavo attentamente qualsiasi impercettibile rigonfiamento che potesse farmi sperare in un embrione di femminilità. Ma niente. Lo specchio, facendomi rassegnate spallucce, mi rifilava sempre lo stesso verdetto: anche questa estate niente tette. Mi rivolsi allora all’unico santo a cui potevo votarmi: mia nonna Alberta, intenta in quel momento a fare la sfoglia. Diceva rosari per ogni gattino smarrito, ogni gamba fratturata, ogni colpo di tosse del paese: non vedevo proprio perché non potesse occuparsi del problema del mio seno, che all’epoca mi sembrava poter competere con la guerra e la fame nel mondo per aggiudicarsi il titolo di più grave catastrofe dell’umanità. E così le commissionai due rosari, uno per seno, e che ci si mettesse d’impegno, la rimbrottai direzionandole lo sguardo a quei tristi bottoni di tettucole che avevo al posto del decolleté.

Il punto è che io volevo diventare bella e grande per lui, Bici Rossa, il mio amore sedicenne, un affascinante moretto che passava le vacanze nel mio paese. L’estate per me cominciava quando riuscivo a vedere (dopo settimane intere di indecenti appostamenti in cima alla collina) la macchina dei suoi genitori parcheggiata davanti alla sua villa e finiva quando lui se ne andava con le prime folate settembrine. Trascorrevo l’intero inverno a immaginare il momento in cui ci saremmo rivisti: lui scendeva dalla macchina dei suoi, mi scorgeva (nel frattempo ero diventata una strappona bionda, alta un metro e ottanta, con la quarta di reggiseno e avevo anche ottenuto magicamente un paio di occhi verdi) mi diceva “sei proprio tu? Sei diventata meravigliosa!”, s’innamorava all’istante, ci baciavamo e vivevamo felici e contenti, come in tutte le fiabe che si rispettino. Proprio quel giorno, finalmente, l’estate era arrivata in macchina con Bici Rossa e me ne stavo irrequieta al fiume con i miei amici, sapendo che poteva comparire da un momento all’altro.

Era così profondo il fiume che ogni volta che mi tuffavo per andare a toccare il fondo non riuscivo a riemergere per vari secondi. Quando sbucai dall’acqua gelida e me lo ritrovai davanti, lì in acqua accanto a me, lo accolsi con la mia muta bocca spalancata: è qui che il mio film cominciava. Ma io non ero una strappona bionda bensì un’aspra dodicenne e neanche quell’anno, chiaramente, il film cominciò. Bici Rossa mi salutò con il suo sorriso pieno di sole e malizia, mi fece una carezza sulla testa di quelle che si fanno ai bambini e si occupò presto di altro, anzi di altre. Loro sì che erano appetibili: avevano addirittura tredici anni, venivano dalla “città” e non gli mancavano di certo delle arroganti, altezzose mammelle. Bici Rossa e gli altri ragazzini cominciarono per scherzo a slacciare a tutte il bikini. A tutte tranne che a me, perché era inutile. Un pochino mi rodeva.

La sera, come ogni sera, raggiunsi gli altri nel piazzale. Anche se eravamo piccoli nel paese non si celavano pericoli e i nostri genitori ci facevano restare fuori fino a tardi, le undici. Io avevo sempre i capelli ancora un po’ bagnati e un inebriante odore di balsamo addosso: era quello il profumo dell’estate per me, l’odore di una promessa mai completamente mantenuta.

Giocavamo sempre a un nascondino evoluto, che aveva come confini i dintorni del paese. Anche quella sera Daniele cominciò a contare Uno, due, tre…novantanove, cento! e noi ci spargemmo dietro ai porticati, giù per i borghi, sotto il Ponte medioevale, su a perdifiato per le colline. Io “casualmente” mi nascosi nel prato in cima alla collina con Bici Rossa. Mentre eravamo stretti stretti dietro a un dosso, il silenzio della notte si addensò attorno a noi e lui mi disse “quando sarai più grande ripasserò”. E allora cominciai subito ad aspettare di diventare grande, e a contare Uno, due, tre…novantanove, cento… Gli sorrisi per quella spremuta di potenzialità che mi stava offrendo, felice in fondo di non essere ancora. Ci sdraiammo sul prato senza fare più nulla se non contemplare le stelle che pattinavano veloci sul cielo nero.

Era così profondo il cielo e così pieno: pieno di tutto quello che mi sarebbe accaduto, di tutto quello che mi sarebbe potuto accadere e anche di tutto quello che non mi sarebbe accaduto mai. Mentre sentivo di lontano gli echi degli scalpiccii di qualcuno, dei “Tana per me!” e mia mamma che mi reclamava dalla finestra – No, mamma, fammi giocare ancora un po’– io mi scioglievo tra le trame oscure del cielo, da cui mi sgocciolavano addosso dei seducenti

SE      SE      SE…

Sofia Assirelli

* racconto pubblicato sul Corriere di Bologna

Condizioni d’uso – Suan

ARTISTA: Suan

TITOLO ALBUM: Emotronic Is The Reason

ANNO: 2009

CONTATTI: www.myspace.com/suan1

FREE DOWNLOAD: www.xynthetic.com/xsn025.php

CANZONE MIGLIORE: Elefanti Rosa

Una favola: questa è la musica di Suan.

Come ritrovarsi bambini, tremendamente spensierati, a correre in un immenso prato pieno di simpatici elefanti rosa perennemente in festa.

La cura dei suoni, le ritmiche incalzanti e gli straordinari interventi chitarristici rapiscono, squarciano lo spazio, fermano il tempo, osannano il fascino delle imperfezioni e calpestano la freddezza della tanta musica elettronica “plastificosa” che c’è in giro attualmente.

La vera fortuna è vedere questo ragazzo suonare dal vivo, chitarra a tracolla e sguardo fisso su un pc che sembra animarsi e prendere la forma di una donna colpita ed affondata dalla sensualità e dalla profondità delle note fanciullesche di questo straordinario musicista.

Ci sono attimi nella vita che tutti noi dovremmo avere il diritto di vivere e che nessuno dovrebbe poter mai scordare, come il sorriso di una mamma quando si torna da scuola, o i racconti di un nonno che si aggrappa ancora ai ricordi di un’infanzia sofferta ma dolcemente ingenua: mettete su questo disco, scaricabile gratuitamente qui e vi sembrerà di salire su uno scivolo e sprofondare soavemente in un mondo ormai andato ma mai dimenticato.

Ilenia Volpe



Face to face! – Sacha Naspini

Con I Cariolanti (Elliot Edizioni), Sacha Naspini prende il lettore e lo trascina nel famelico mondo di Bastiano. Un gorgo emozionale che prende alla gola e trascina giù, fino all’ultima pagina.

Cos’è per te la fame?

Ci sono persone che vivono tutta la vita con un languorino appeso alla gola, altre che se ne vanno in giro abbastanza satolle di tutto e gli va bene così. Poi c’è quella gente che non gli basta mai, e io penso di far parte di questa categoria. Sono schifosamente curioso, mi piace mettere bocca, naso e mani in qualsiasi pertugio che mi capita a tiro. La fame è quella cosa che fa rompere i giocattoli ai bambini, per vedere come sono fatti dentro. È quando ti metti in bocca una cosa per capire che sapore ha, senza pensare al fatto che potrebbe farti male. È quella cosa che non mi fa stare tranquillo mai, e la reputo una grandissima fortuna. Certo, a volte ti porta davanti a degli strapiombi ripidissimi, perché la fame di cose ti può schiaffare in prima fila sull’osso di una questione dal niente. Può distruggere rapporti, anche, e magari a un certo punto schizzi via con la coda tra le gambe. Ma sempre per tornarci dentro un po’ più corazzato. Sempre. Insomma, per me la fame è quella roba che ho piantata in mezzo alle costole e non so come farla stare zitta un minuto. Proprio senza requie, sempre lì a cercare di darle almeno un nome. Fico, no?

Bastiano è nato in quale antro della tua mente? E perché?

Bastiano è nato da lì, da quel coltellino che scava, e scava… Come del resto ogni singola parola che butto sulla carta, credo. I Cariolanti l’ho scritto con la pancia, la mente guidava quelle due scorie di “mestiere” che ho imparato in questi anni. Me ne sono stato a vena aperta per tutto il tempo, a lasciarmi dissanguare felice e contento. La voce che ne è venuta fuori è una cosa davvero poco pensata, che ho scoperchiato in maniera abbastanza brutale. Il perché è semplice: non potevo fare altrimenti.

Ti sei confrontato con un periodo storico molto distante dal nostro e dal tuo, quali sono stati gli ostacoli e le difficoltà?

Se devo essere sincero, non ho avuto nessuna difficoltà. Il periodo storico in cui si svolge la storia compie un arco che va dalla Prima Guerra alla fine degli anni sessanta, decenni che ho incamerato largamente stando ad ascoltare le storie di mia nonna. Mia nonna è una grandissima raccontatrice di storie. Te le fa vedere. Sin da ragazzino ho avuto cucchiaiate e cucchiaiate di quella roba lì, la sera mi ci addormentavo, tanto che in qualche modo adesso lo sento un periodo mio. La grazia con cui mia nonna tutt’oggi mette un piatto di pasta e fagioli in tavola, mi lascia ancora senza fiato. Parte dalle cose “piccole”, e questo approccio, negli anni, un po’ si è sicuramente radicato anche in me. È difficile che mi disperi per qualcosa di inutile, come per esempio una multa; tendo sempre a ridimensionare l’importanza delle cose secondo un metro che oggi è certamente antiquato, ma a me va bene così. Gli anni delle due guerre, della ricostruzione d’Italia, è un periodo storico che mi ha sempre affascinato moltissimo, soprattutto per gli obblighi – catastrofici – che hanno dovuto affrontare i nostri nonni e bisnonni, che all’epoca avevano molto meno dei miei trentatre anni. La loro vita è capitata al centro di un turbine di eventi pazzeschi, e la loro identità si è costruita lì. Guardata da dei noiosissimi anni ’80, da ragazzino mi faceva quasi rabbia, questa cosa. Quando avevo vent’anni non andava meglio, mi chiedevo: e io che faccio? Certo, non è che avrei preferito imbarcarmi per la campagna di Grecia, ma anche tutto quel vuoto… Tornando alla domanda, gli anni in cui si sviluppa la storia sono anni che ho – non mi vergogno a dirlo – anche un po’ rimpianto. Ho letto moltissimo, visto un casino di film, documentari. Al momento della stesura del libro mi sono semplicemente già trovato in mano le cornici che mi servivano; io le ho prese e ci ho disegnato dentro una cosa.

Il tuo è un romanzo dicotomico che gioca tra un lessico quasi infantile e collodiano e una violenza vitale incontrastata. Come hai coniugato questi due lati?

Lo dicevo sopra: alla fine è una voce spontanea, pensata neanche da lontano. Per me il registro narrativo, l’intonazione con cui si affronta una storia, ha un’importanza enorme. Per certi versi anche più della trama. La voce. Quella di Bastiano è uscita da sé.

Chi sono il padre e la madre per te?

Questa è una domanda tremenda. Il padre e la madre sono due figure orribilmente importanti, che ti possono in parte mangiare la vita, nel bene e nel male, dipende da quale stella vieni giù. I genitori ti possono dare tanto, ma anche togliere tanto. Conosco persone letteralmente schiacciate da padri e madri semplicemente impreparati. Impreparati alla vita in generale, soprattutto, e che rovesciano tutta la loro incapacità sui figli, annientandoli. Il gioco a stabilire le colpe non porta mai a niente. Ma i cicli di rancore che possono scatenarsi sono terrificanti, e originano mostri di grandezza inaudita. Per me, un genitore, dovrebbe essere qualcuno di vagamente risolto, o che nella vita si è posto seriamente delle domande importanti. Perché poi sono le domande a stabilire il calibro di una persona, non tanto le risposte. Le domande che ti poni sono un indizio di quel che potresti riuscire a dare in termini umani, soprattutto a un figlio.

Credi che l’istinto primordiale sia ereditario?

Ho sempre pensato che tutte le persone hanno una loro base ancestrale pura, che poi è quella da cui si dovrebbe sviluppare un’esistenza almeno un pochino in sintonia con le proprie qualità. Il problema è che appena ti becchi quel paio di scapaccioni e ti metti a frignare, cominciano a depositarti roba sulla testa. Un dio, un’educazione sociale, la differenza dei sessi eccetera. È paradossale, ma forse l’urgenza silenziosa di ogni uomo è come quell’uggetta di cui si parlava prima, che ti rosicchia dal fondo, e che magari punta dritta allo smantellare tutto il sudiciume che ti ammucchiano sul cranio dopo il tuo primo strillo. Forse proseguire con gli anni non è costruire, ma scavare. Forse non è andare avanti, ma tornare indietro, alla ricerca di quella specie di strada di casa che avevi quando eri a zero. Ecco, probabilmente a zero c’è l’istinto primordiale. Peccato che debba subito andare perso nel fondo del fondo del fondo della tua botola segreta al primo gne. Allora ci si deve accontentare di sognarlo, ogni tanto.

Ci sono inconsapevoli sensi di colpa che animano Bastiano. Ma la colpa gli appartiene?

Ha la colpa di essere quello che è, un po’ come tutti. Ma il suo imprinting è qualcosa di veramente trasversale, lo spara in mezzo alla gente come una pallottola impazzita, schizzata via da una canna tutta storta, senza una traiettoria definita e prevedibile.

Un uomo dei boschi. Qual è il tuo rapporto con la natura?

Bellissimo, ovviamente. Sono uno che si sporca con la terra, che pesta le pozze. Al mare non porto asciugamani, mi rotolo nella sabbia. Ho un rapporto carnale con tutto, anche con gli animali, fino a quelli più piccoli e schifosi che nessuno vuole toccare, compresi gli uomini. Sono uno che ti abbraccia e ti bacia, che ti parla a un centimetro dal naso. È una cosa che non tutti amano, ma a me piace stuzzicare questi scudi scemi che ha la gente. Perché per me sono scudi scemi. Sulle spiagge ci sono persone che vanno in crisi di panico se due granelli di sabbia invadono il loro stoino. Di solito sono tipi che parlano di Sharm e se li sposti un secondino dal cemento e dalla televisione, chiamano mamma.

A chi hai regalato di più di te nel romanzo?

Certamente a Bastiano, per tutto. Diciamo che ho portato all’ennesima potenza tutte le mie confusioni private, le mie smanie e il senso di rivalsa che provo e con il quale convivo, sopportandolo. Ho preso quel motore lì, l’ho truccato e poi l’ho sparato a tremila. Dopo mi sono sentito mooolto meglio.

Hai lavorato con Massimiliano Governi (l’editor per la narrativa italiana di Elliot e curatore della collana Heroes), che tipo di confronto c’è stato? E come ne sei uscito?

Ne sono uscito con un bel bottino che mi sono portato a casa e che mi rigiro tra le mani tutti giorni. Sul testo – a parte un capitolo che ho inserito successivamente alla presentazione del libro – non ci sono stati molti interventi. Massimiliano Governi ha individuato con minuzia e grande rispetto tutte le rugosità del testo fresco di prima stesura. Per me è stato stupefacente vedere che proprio lui – un anno fa neanche immaginavo lontanamente che un giorno ci avrei lavorato insieme – si entusiasmava e aveva a cuore la perfetta riuscita del libro, in tutto il suo potenziale. Un’esperienza clamorosa, che conto di ripetere al più presto.

Cosa ne sarà ora di Bastiano? Dove si accamperà?

Con un po’ di fortuna è ancora lì che aspetta ciccia per l’inverno, o una bimba bella da tenere là sotto per un po’ come sposa. Attenzione, in questi giorni, mentre andate a funghi.

Alex Pietrogiacomi



Coincidenze – Il sarto

La chiesa strideva tutta per il temporale, come una gigantesca lavagna abbandonata a un branco di bambini dispettosi. Il feretro era lì, al centro della navata, somigliantissimo a un animale che dormiva senza respirare.

«Fermo, sorridi»: una coppia di sposi in luna di miele era in una piccola sala da the poco distante dal grande portale della chiesa e si stava facendo buffe fotoricordo. Erano belli come una vaga reminiscenza addolcita dal tempo per una memoria infedele.

Sono così strani i casi della vita…

L’uomo alla prima panca vestiva con sobrietà e bene. Lo si sarebbe detto un sarto: era benvestito, ma senza volerlo. Piangeva, ma composto e sommesso, identico a una canzone un po’ datata, anche se dimostrava appena una trentina d’anni.

Era un giovane attraente e antiquato: in questo stava il suo fascino. Piangeva composto e disperato, nessuno ci badava, anche perché nessuno lo conosceva. Solo qualcuno si chiedeva chi fosse quel giovanotto così bello che pareva uscito da un rotocalco del ’50, ma per una manciata di secondi. A nessuno importava veramente: la donna nella bara aveva avuto molti affezionati clienti, e qualsiasi degli uomini lì presenti poteva esserlo stato.

Anche il ragazzo, in effetti, era stato un suo intimo. Ma di tutt’altra specie. Intimo come un sarto fedele. E affezionato.

«Un cioccolato» chiese lei perché il temporale l’aveva infreddolita. Il marito le sorrideva. Ancora non le veniva naturale dire “mio marito”. Pazienza pensava verrà col tempo. «Sei felice?»

«Sì, ti amo».

La donna della bara l’aveva detto solo una volta al giovane sarto. Solo una volta: “Sono felice”, ma quasi bisbigliato, mentre teneva il volto mezzo sepolto nella federa del cuscino. Il ragazzo lo ricordava distintamente come se fosse stato un’ora prima. Anzi, lo ricordava man mano meglio col passare del tempo, come se invece di una ferita rimarginata fosse stata una frattura ricomposta che doleva a ogni sbalzo di umidità e temperatura. E quel giorno pioveva.

Piangeva mordendosi il labbro inferiore, con le mani affondate nelle tasche della giacca splendidamente sagomata. Era bello e disperato, come il richiamo a una divina sofferenza. Proprio come si conviene a ogni giovane uomo al funerale della donna amata.

Ogni mare ha la sua barca ad attraversarlo e ogni uomo vive ricordando un qualche amore finito. Spesso è un amore fantasma, che riaffiora ogni tanto, di solito quando più o meno indirettamente si viene a sapere qualcosa della persona amata in passato.

Molto più spesso la persona amata scompare nella folla, e allora quel periodico riandare indietro con la mente si trasforma quasi in un atto rituale. In un vizio del cuore, un’ossessione discreta.

«Chiamiamolo come tuo padre». La scelta del nome impegnava i due sposini nella sala da the. Fuori dalla chiesa il corteo funebre fu disperso dalla pioggia e col feretro rimase solo lui, il giovane sarto.

La pioggia abbracciò le lacrime e né lui né lei s’accorsero che stava piangendo.

Antonio Romano